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La congiura di Bajamonte Tiepolo

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La congiura di Bajamonte Tiepolo e di Marco Querini rappresentò l'ultimo tentativo di instaurare a Venezia un governo di tipo personalistico o dinastico, sul genere delle Signorie.
La repressione della congiura consentì di rafforzare un atteggiamento che già esisteva tra i veneziani: quello del "dovere di patria", fondato sul principio di sovranità, che avrebbe permesso alla Repubblica di Venezia di continuare la sua esistenza per quasi altri cinque secoli.
In questa paginetta si prova a raccontare quella congiura e quei segni, ancora visibili, che ha lasciato in alcuni luoghi della città.
 
 
  Con la legge votata il 28 febbraio 1297, chiamata anche della Serrata del Maggior Consiglio, Venezia aveva trovato il suo definitivo assetto costituzionale: in realtà si apriva la strada verso un sistema vitalizio, riconoscendo il diritto a sedere nel Maggior Consiglio a chi già ne aveva fatto parte (seppure sottoponendo l'elezione a convalida della Quarantia) e lasciando aperta la possibilità di accogliere nuovi membri su designazione di tre elettori (sempre con la ratifica finale della Quarantia).
In evoluzione si tendeva ad affermare il principio dell'appartenenza ereditaria, anche se formalmente non si pregiudicava la possibilità all'ingresso di nuovi membri appartenenti al ceto popolare, che di fatto era già escluso dalla partecipazione agli atti di governo.
Infatti questo primo provvedimento impediva l'ingresso in Maggior Consiglio di forze avversarie. Tuttavia era necessario salvaguardarsi dalla possibilità di infiltrazioni indirette di forze nuove negli altri organi di governo.
Così, senza fretta, gradualmente, l'aristocrazia portò avanti il suo programma, senza provocare scontri o lotte tra le classi.
Se ci furono alcuni episodi di forza, questi vanno visti come sopravvivenza di un vecchio spirito di fazione piuttosto che come una contrapposizione fra classi.
In questo senso va inserito l'episodio di Marino Bocconio e dei suoi complici, del quale per altro si sa molto poco (anche l'anno in cui avvenne è incerto: 1299 o 1300).
Intanto la Repubblica si trovava ad affrontare una serie di criticità.
Tra il 1303 ed il 1305 Venezia dovette occuparsi di varie questioni con Padova, per via delle proprie saline alle foci del Brenta, per i tagli e gli scavi con cui i padovani cercavano di modificare l'alveo del fiume, per una questione di dazi ed altre piccole schermaglie.
Più lontano, ad oriente, si profilavano problemi con i traffici mercantili e Venezia fu costretta ad inviare delle navi sul Bosforo per contrastare l'imperatore Andronico. Inoltre nell'Egeo e anche nel Bosforo scorazzavano le bande catalane.
A questo si deve aggiungere la guerra di Ferrara, con quello che ne seguì.
Venezia aveva degli interessi commerciali molto forti con quella città: era un punto strategico per il controllo della navigazione sul Po e sulla rete di canali che collegavano la Lombardia e l'Emilia; era vicina alle valli di Comacchio ed alle saline di Cervia.
Il papa Clemente V (Bertrand de Gouth, nato a Villandraut 1264, morto a Roquemaure nel 1314, papa dal 1305). Ritratto da Battista Platina «Delle vite de Pontefici», Venezia 1643. 
Nel 1308 morì Azzo VIII d'Este, marchese di Ferrara, con il quale Venezia teneva dei buoni rapporti, lasciando dietro di sé una difficile successione che vide i due pretendenti Folco (con suo padre Fresco d'Este) e Francesco d'Este cercare alleati rispettivamente nel doge Pietro Gradenigo e nel papa Clemente V, al tempo residente ad Avignone.
Lo scontro fra i due pretendenti si trasformò nello scontro fra i rispettivi alleati e costò a Venezia una scomunica, il 25 ottobre 1308, ed un interdetto, il 27 marzo 1309.
Le censure canoniche toglievano alla Repubblica di Venezia ogni potere e dignità, consentendo a chiunque di impadronirsene; autorizzavano la confisca di tutti i beni che la città ed i suoi abitanti possedevano, ovunque si trovassero; diventavano nulli tutti i trattati da chiunque stipulati con Venezia; veniva fatto divieto, sotto pena di scomunica, portare merci e viveri alla città.
Il doge Pietro Gradenigo accolse con sprezzo i provvedimenti papali, esclamando «I putti si lasciano spaventare dalle parole, gli uomini non devono temere nemmeno le punte delle spade!»
 
Il doge Pietro Gradenigo (1250-1311, doge dal 1289) in un ritratto da Francisco Macedo «Elogia poetica in Serenissimam Rempublicam Venetam», Padova 1680.
 
Ma se le censure pontificie non ebbero alcun effetto diretto a Venezia, fuori dai confini scatenarono dure reazioni contro la Serenissima ed i veneziani. Fu una specie di ribellione di tutte le città, ad eccezione di Treviso, che in questo modo, con la benedizione papale, sfogarono le loro gelosie, i loro rancori sopiti, perpetuarono le loro vendette.
Venezia venne sanguinosamente sconfitta a Castel Tedaldo: le truppe veneziane furono letteralmente macellate, mentre il loro comandante, Marco Querini, che le aveva abbandonate al loro destino, riparò precipitosamente mettendosi in salvo.
Alla fine ci volle tutta l'abilità diplomatica degli ambasciatori Carlo Querini e Francesco Dandolo (1258-1339) per ricomporre i rapporti che si erano guastati ed a recuperare i precedenti privilegi, anche versando al papa Clemente V la non indifferente cifra di 50mila fiorini d'oro.
Tutto questo contesto, se da un lato non aveva lasciato profonde tracce in città, aveva però rinfocolato vecchi odi ed inimicizie in quella fazione dell'aristocrazia che ancora esisteva e che vedeva nel doge Pietro Gradenigo un formidabile avversario.
Marco Querini della Ca' Granda era stato maltrattato dal doge che, senza nasconderlo, lo aveva accusato di viltà per aver abbandonato al loro destino le truppe a Castel Tedaldo e di essere responsabile della sconfitta.
Bajamonte Tiepolo, che era stato podestà a Ferrara nel 1300, era figlio di quel Jacopo Tiepolo che, capo della fazione popolare, aveva cercato di farsi nominare doge nel 1289 contendendo il dogado proprio a Pietro Gradenigo. Era anche nipote di altri due dogi, Jacopo Tiepolo (1229-1249) e Lorenzo Tiepolo (1268-1275).
La famiglia Tiepolo durante il XIII secolo aveva sempre cercato di assurgere al ruolo di famiglia dinastica dominante ed instaurare un governo personalistico, con la trasformazione della Repubblica in Signoria, e si era scontrata più volte con la parte più aristocratica, alla quale apparteneva il doge Pietro Gradenigo, fino a subirne una "sconfitta" morale con la Serrata del Maggior Consiglio.
Senza dimenticare che Bajamonte Tiepolo, che nel luglio 1309 era anche stato multato per appropriazione indebita mentre era reggente delle piazzeforti di Corone (Korone) e Modone (Methoni) nel Peloponneso, aveva come suocero proprio Marco Querini, avendone sposato la figlia.
Attorno alla figura di Marco Querini andavano a coagularsi varie famiglie che per un motivo o l'altro nutrivano dei risentimenti nei confronti della Repubblica e del doge Gradenigo, come i Barozzi, i Doro e i Badoer, o che erano restate fuori dalla nobiltà per qualche colpa commessa, come Marco Donato (o Donà) a causa di una bancarotta del padre Pietro.
L'occasione per passare ai fatti fu data dalla prova di forza del doge che, con i Giustinian, i Michiel ed altri ancora, impose l'ammissione nel Maggior Consiglio del conte Doimo di Veglia.
 
 
Particolare del cippo portabandiera in campo S. Luca: l'anno 1310 è quello della sventata congiura tiepolesca-queriniana.
 
Gli stemmi della Scuola Grande della Carità (in alto) e della Scuola dei Pittori (in basso): quest'ultimo raffigura S. Luca, patrono dei pittori, mentre redige il Vangelo con il bue. Furono gli uomini armati di queste due Scuole a sconfiggere gli armigeri di Marco Querini in campo S. Luca.
Marco Querini fece tornare subito dal volontario esilio nel quale si era ritirato nei propri possedimenti di Marocco il genero Bajamonte Tiepolo e probabilmente nella sua Ca' Granda a S. Mattia di Rialto i congiurati fecero il punto, come leggiamo nella "Cronaca Veneta attribuita a Daniele Barbaro" (c. 25v.): «Havudo che havè Baiamonte l'aviso del socero se ne venne a Venetia, et subito poi redutto in casa del Querini tutti li amisi et parenti et partesani, se comenzò un'altra volta a trattar dei molti desordeni et del tristo governo della città; et dette e proposte molte cose, fu concluso che vivendo il dose non se podeva far operation alcuna che fosse bona et che podesse proseguir l'effetto che volevano, ma troncado et tolto via quel capo, facile cosa saria introdur nova forma di governo che fosse più gratta et più accetta all'universal, anzi reintrodur e tornar un'altra volta la vechia con la qual s'haveva governado la città dal suo principio fin ai tempi presenti.»
Il piano fu presto fatto: si sarebbero divisi in tre gruppi: due avrebbero attaccato piazza S. Marco da due posizioni per assalire il palazzo ducale ed uccidere il doge; il terzo gruppo, comandato da Badoero Badoer, avrebbe dovuto raccogliere gente da Padova e dalla terraferma, attraversare la laguna e raggiungere Venezia.
Il giorno stabilito fu il 15 giugno 1310 (anche se alcuni autori indicano il 14).
La sorpresa in realtà non ci fu: infatti uno dei congiurati, Marco Donato (o Donà), forse nella speranza di riacquistare il titolo che il padre aveva perso e forse anche per non perdere la vita, denunciò la congiura.
Così il doge poté prepararsi per accogliere e contrastare i rivoltosi.
Nella notte che precedette il giorno dell'assalto Marco Querini e Bajamonte Tiepolo si erano dati convegno alla Ca' Granda dei Querini, alle Beccarie di S. Mattia di Rialto. Radunati i rivoltosi che si erano aggregati, sotto una pioggia torrenziale, attraversarono il ponte di Rialto: di là si divisero in due colonne armate, una probabilmente percorse la calle dei Fabbri, l'altra le Mercerie. Badoero Badoer, con i propri armati e con gli uomini che aveva reclutato nella campagna padovana, forse attardato dal cattivo tempo, cercava di raggiungere Fusina, da dove si sarebbe dovuto imbarcare per arrivare a Venezia.
Ma il piano era stato scoperto.
Contro il Badoer il doge Gradenigo inviò Ugolino Giustinian, podestà di Chioggia, che lo catturò e lo portò prigioniero a Venezia.
Intanto a S. Marco i congiurati non si aspettavano di trovare gli uomini fedeli al doge Gradenigo con quelli di Marco Giustinian, di Baldovino Dolfin, Antonio Dandolo ed altri, pronti ad accoglierli.
La colonna del Querini, sbucata in piazza dal lato nord-occidentale dove c'è il ponte dei Dai, presa di sorpresa ripiegò e gli uomini si diedero alla fuga verso campo S. Luca.
Qui ci fu lo scontro finale con gli uomini della Scuola Grande della Carità e della Scuola dei Pittori che erano accorsi in difesa della Repubblica.
Restarono uccisi anche Marco Querini e suo figlio Benedetto: non è chiaro se già durante il primo assalto a S. Marco o successivamente qui, in campo S. Luca.
Per ricordare lo scontro fu posto un cippo portabandiera: lo stendardo veniva issato nei giorni di festa e soprattutto il 15 giugno, nel giorno di S. Vio (S. Vito), quando si ricordava solennemente lo sventato pericolo.
Il cippo venne rifatto, a somiglianza di quello originario, nel 1791, ma non durò a lungo: infatti sei anni dopo, alla caduta della Repubblica di Venezia, nel clima di generale gazzarra giacobina che ne era seguito, la Municipalità provvisoria decise, il 17 giugno 1797, di esecrare la figura del doge Pietro Gradenigo e di onorare la memoria di Bajamonte Tiepolo, rimovendo il pilo celebrativo, erigendogli un busto e celebrando annualmente le esequie a S. Marco.
Solo nel 1913 venne posto nuovamente un cippo portastendardo a cura del Comune di Venezia: sulla pietra portabandiera è inciso l'anno 1310, quello della battaglia, con gli stemmi della Scuola Grande della Carità e di quella dei Pittori, che avevano contribuito proprio qui a sconfiggere i congiurati di Marco Querini.
Inoltre l'attuale cippo, che come detto è del 1913, ha aggiunti lo stemma del Comune di Venezia e le date 1310 (quella originaria), del 1791 (quella del secondo cippo) e 1913 (la costruzione del presente pilo), tutte incise in numeri romani.
 
Il pilo portabandiera in campo S. Luca ricorda la vittoria degli uomini delle Scuole della Carità e dei Pittori sui ribelli di Marco Querini. Venne rifatto nel 1913 dopo che quello precedente era stato rimosso nel 1797 quando il nuovo clima instauratosi guardava a Bajamonte Tiepolo come una vittima della vendetta aristocratica.
 
Intanto gli uomini del Tiepolo, ancora prima di entrare in piazza S. Marco, probabilmente quando si trovavano all'altezza di S. Zulian, sentirono da lontano le urla e le grida ancora provenire dalla piazza.
 
La battaglia in piazza S. Marco in un'incisione del 1794-1797 di Francesco del Pedro tratta dall'opera «Fasti Veneti». L'opera, iniziata nel 1794, voleva illustrare i principali episodi della storia di Venezia dalla fondazione di Rivoalto fino al primo decennio del XIV secolo. L'opera vide però la luce nel 1797, dopo che la Repubblica di Venezia era caduta, in pieno fervore giacobino: in tutta fretta venne aggiunta, alle 29 tavole previste, una trentesima illustrante l'«Erezione dell'Albero della Libertà in Piazza S. Marco». Venne anche cambiata la didascalia della tavola 29 (che si mostra qui sopra): il ribelle Bajamonte Tiepolo, che in origine era visto come un traditore, sotto la Municipalità provvisoria diventa un eroe, una vittima della vendetta aristocratica, simbolo dell'oppressione nobiliare.
  
Dopo qualche momento di esitazione, si divisero in due gruppi, forse per tentare una disperata manovra a tenaglia: un gruppo si diresse direttamente in piazza lungo le Mercerie, l'altro cercò di raggiungere la piazzetta passando per S. Basso.
Ma tutto fu vano, essendo mancato il fattore sorpresa sul quale contavano.
Ad aspettarli c'erano gli uomini del doge: durante il parapiglia che seguì, accorse gente del popolo fedele al doge.
In questa battaglia si inserisce un episodio che sconfina quasi con la leggenda: quello detto della "vecia col mortèr" (vecchia con il mortaio).
Si dà anche un nome a questa vecchina: Giustina o Lucia Rossi, commerciante in specchi, che abitava in un piano ammezzato sulle Mercerie, nell'ultimo tratto dove sboccano in piazza S. Marco.
Questa donna sarebbe accorsa alla finestra all'udire le grida e gli strepiti che provenivano da sotto casa: era la battaglia che infuriava tra i congiurati del Tiepolo e gli armigeri del doge. Allora avrebbe preso un mortaio di pietra che stava sul davanzale e lo avrebbe scagliato contro i rivoltosi uccidendone (o ferendone) uno. L'uomo colpito sarebbe stato proprio quello che reggeva lo stendardo del Tiepolo, che cadde al suolo.
Ne sarebbe seguito un momento di smarrimento che avrebbe consentito alle truppe del doge di prendere il sopravvento.
 
Questo dipinto di Gabriel Bella (1730-1799) rappresenta la battaglia tra i rivoltosi comandati da Bajamonte Tiepolo, gli armigeri del doge PietroGradenigo e di Marco Giustinian ed il popolo fedele al dogado. E' mostrato anche l'episodio della «vecia del morter»: la donna è mostrata alla finestra dell'ultima casa delle Mercerie, sul lato destro. In primo piano si vede il rivoltoso esanime al suolo ed il mortaio a terra alla sua destra. A terra c'è anche il tricorno del congiurato. Gli abiti sono anacronistici, ma forse raffigurando dei paludamenti classici si pensava che fossero adeguati all'epoca dei fatti. Anacronistica è anche la Torre dell'Orologio alla fine delle Mercerie, che venne edificata solo due secoli dopo la congiura di Bajamonte Tiepolo. Il dipinto, che riprende un anonimo secentesco conservato al Museo Correr o una stampa oggi perduta dalla quale entrambi hanno trovato ispirazione, fu probabilmente commissionato dalla famiglia Giustinian, avendo preso parte allo scontro  Marco Giustinian, schierato con il doge.
 
Una pietra di marmo bianco, con la semplice data 15 giugno 1310, collocata sul suolo delle Mercerie dove sarebbe accaduto l'episodio della "vecia col mortér".
Se le cose siano andate effettivamente così, non lo sappiamo. La storia probabilmente è stata anche molto enfatizzata per esaltare la partecipazione popolare alla difesa delle istituzioni repubblicane.
Giustina (o Lucia) Rossi ottenne dalla Repubblica (dai Procuratori "de supra") per sé e per i propri discendenti di continuare a pagare in perpetuo il canone d'affitto di 15 ducati, per la casa e la bottega che teneva sotto.
Il 10 maggio 1468 Nicolò Rossi, venditore di specchi e nipote di Giustina (o Lucia) Rossi, rivolse una supplica al Consiglio di Dieci per chiedere giustizia per un torto subito.
Raccontò come lui «...fidelissimo citadin...» fosse partito da Venezia al seguito dell'armata di Jacopo Loredan lasciando la casa e la bottega alla zia paterna. Era ritornato alla morte della zia scoprendo che nel frattempo la Procuratia "de supra", nella persona dei Procuratori di San Marco, aveva aumentato l'affitto da 15 a 28 ducati.
Questo era un abuso perché quelle erano la casa e la bottega della "vecia col mortèr" e dal 1310 fino alla sua partenza tutti i suoi antenati avevano pagato 15 ducati.
Ma la Procuratoria di San Marco, un organo dello Stato al quale si era rivolto, pretendeva di vedere la scrittura con la quale sarebbe stato concesso questo privilegio.
Al povero Nicolò non restò altro che chiedere giustizia ad un altro organo dello Stato, il Consiglio di Dieci.
Nella sua denuncia ricordò tutti i fatti: la congiura, l'assalto dei congiurati, la donna che con il mortaio colpì la groppa del cavallo, gli strepiti, la confusione, la fuga precipitosa, il Doge che volle conoscere quella donna che, come ricompensa, chiese per sé e le sue figlie di restare in quella casa allo stesso affitto ottenendo questa "grazia" anche per tutti i suoi discendenti («Non solo a ti e to fie ma a quanti insira de ti e de quelle fina che mai ne sera semenza...»).
Al Consiglio di Dieci Nicolò Rossi disse che non aveva carte o contratti da esibire, come invece pretendevano i Procuratori di San Marco, ma che esisteva una prova più potente e più vera di ogni carta scritta: «... tuto el popolo de veniexia i qual tuti grandi, mezani e picoli uno ore ("ad una sola voce" - N.d.R.) dicono... » di conoscere quei fatti.
Una seconda prova era nei libri contabili della Procuratia: gli affitti di tutte le case e botteghe erano stati aumentati molte volte «excepto la botega de i spechi della fidelissima venetiana (...) la qual chaxa e botega pagava duc. XV e cussi paga fino dal 1310...».
Il Consiglio di Dieci, davanti alla supplica di Nicolò, l'11 maggio 1468 non potè far altro che smentire l'altra magistratura, i Procuratori di San Marco della Procuratia "de supra", confermando le ragioni del Rossi e ordinando che l'affitto venisse riportato a 15 ducati e tale rimanesse per sempre («...XV in anno sicuti per antea semper solvebatur.»).
Così l'affitto di 15 ducati restò nei secoli nonostante, per effetto delle successioni e della cessione di quote, il numero degli aventi diritto fosse aumentato. Nel 1703 ad esempio troviamo un affittuario, Giovanni Zanetti, che divise il canone in 24 quote.
Ormai la proprietà veniva ufficialmente chiamata negli atti la «... casa e bottega di ragione della Grazia del morter...» ricordando la "grazia" concessa dal Doge. I beneficiari di questo diritto si trovavano anche fuori Venezia: a Bassano ne esisteva un certo numero.
Dopo la caduta della Repubblica di Venezia (1797) la "grazia del mortèr" continuò a sopravvivere attraversando il periodo delle occupazioni francese ed austriaca: i 15 ducati erano stati esattamente convertiti in 54,70 lire austriache!
Nel 1836 la proprietà era divisa tra 39 soggetti, a loro volta suddivisi in oltre cinquanta azionisti sparsi, oltre che a Venezia, nella terraferma veneziana, in altre città e persino nell'isola di Corfù.
Nel 1841 Giovanni Battista Colferai di Asolo, il maggiore azionista, era riuscito a concentrare tutte le quote disperse e così con atto del 9 marzo di quell'anno presso il notaio Giulio Bisacco cedette la proprietà ad Elia Vivante Mussati, di Mosè da Corfù, il quale si assunse l'obbligo di pagare alla Fabbriceria di San Marco (erede della antica Procuratoria "de supra" e dei Procuratori di San Marco) il canone annuo perpetuo.
Nel 1861 Elia Vivante Mussati commissionò allo scultore A. Lovandini una lapide che rappresenta l'avvenimento: si trova proprio sulla presunta casa di Giustina (o Lucia) Rossi sulle Mercerie, vicino alla Torre dell'Orologio.
Inoltre una lapide in marmo indica sul selciato, con una semplice data «XV . VI . MCCCX», il luogo del fatto.
Dai primi anni del 1500 si era aggiunto anche il diritto di esporre il vessillo di San Marco ogni 15 giugno, festa di S. Vio (S. Vito). durante la quale si ricordava la sventata congiura.
Noi sappiamo che lo stendardo originale venne rifatto almeno una volta, nel 1740, e costò cento ducati veneti: era di seta rossa e mostrava l'arco della Torre dell'Orologio (per altro non ancora esistente) con figure armate.
Questa bandiera sventolò per l'ultima volta da uno dei balconi del secondo piano della "casa della Grazia del mortèr" il 15 giugno 1797 con le truppe francesi in città ormai da un mese.
Ai tempi della Repubblica i locatori consegnavano all'affittuario il vessillo «... che dovrà essere esposto ogni volta vedranno esposti quelli in Piazza di san Marco ...».
Nel 1830, quando affittuaria era Catterina Benvenuti, vedova di Giovanni Maria Velo, la bandiera era conservata in un sacco di tela appeso al soffitto di una delle stanze tra una trave e l'altra.
Gli eredi della Benvenuti nel 1839 vendettero il vessillo all'antiquario Sanquirico che teneva il suo magazzino a San Teodoro. Da quest'ultimo venne acquistato da Domenico Zoppetti. Attualmente è conservato nei depositi del Museo Correr.
Sia merito o meno l'episodio della "vecia col mortèr", il Tiepolo con i suoi uomini si diede alla fuga ed attraversando le Mercerie raggiunse il ponte di Rialto.
 
La "vecia col mortèr" immortalata dalla scultura di A. Lovandini, posta nel 1861 sulla casa delle Mercerie dove la tradizione colloca l'episodio.
 
Il ponte di Rialto in legno, levatoio nella parte centrale per consentire il passaggio di navi con alberatura, come lo ha raffigurato Vittore Carpaccio nel suo dipinto "Miracolo della Reliquia della Santa Croce", attorno al 1494. Per vedere il dipinto completo, cliccare qui.
 
A quel tempo il ponte di Rialto era costituito da un ponte levatoio in legno, come si può vedere nel celebre dipinto Miracolo della Reliquia della Santa Croce di Vittore Carpaccio e nella xilografia di Jacopo de' Barbari che rappresenta la veduta di Venezia "a volo d'uccello"; per assicurarsi la fuga il Tiepolo non esitò a rendere inservibile il ponte, chi dice tagliando le funi che lo reggevano a colpi di spada, chi dice dandogli fuoco, per bloccare gli inseguitori.
Con i suoi si asserragliò nella zona di Rialto, dove c'era la Ca' Granda del Querini.
 
Quello che restava della Ca' Granda dei Querini in una fotografia anteriore al 1884 (particolare tratto da una fotografia dell'Archivio Böhm - Venezia).
 
In pratica un intero settore della città, quello mercantile e dei ricchi commerci, era in mano ai rivoltosi che devastarono alcuni edifici di magistrature pubbliche, come l'ufficio del frumento e dei magistrati alla pace.
L'assedio ai ribelli durò alcuni giorni, con ripetute offerte di resa che venivano sdegnosamente rifiutate.
Occorse tutta la dote di diplomazia di Filippo Berlengo, consigliere ducale, a convincere Bajamonte Tiepolo ad arrendersi garantendo a lui ed agli altri caporioni della congiura di avere salva la vita, potendosi salvare con l'esilio di quattro anni al di là di Zara, in Slavonia (oggi regione della Croazia orientale), dove aveva dei possedimenti da parte della nonna paterna oltre a varie relazioni parentali.
La colonna d'infamia che indicava dove si trovavano a S. Agostin i terreni di Bajamonte Tiepolo. Per saperne di più, anche della sua storia e che fine ha fatto, cliccare qui.
Parte dei rivoltosi, quelli di secondo piano, furono graziati a condizione che prestassero atto di sottomissione al doge ed alla Repubblica.
Badoero Badoer invece fu condannato a morte per decapitazione: la sentenza venne eseguita il 22 giugno 1310.
Il giorno dopo fu la volta di altri congiurati: Saggino d'Este, Cecco d'Este, Giovanni Candidi, Jacopo da Conegliano, Giovanni e Gerardo d'Este. A questi venne tagliata la testa, altri ancora furono impiccati tra le colonne di Marco e Todaro in piazzetta.
 
Nella veduta di Venezia "a volo d'uccello" di Jacopo de' Barbari, tra le colonne di Marco e Todaro, è visibile il luogo delle esecuzioni capitali: i fori che servivano per innalzare la forca sono stati ritrovati oltre cinque secoli dopo questa immagine durante alcuni lavori alla pavimentazione della piazzetta di S. Marco nel marzo 2003.
 
La giustizia della Repubblica non si fermò qui: in luglio anche le mogli dei condannati subirono varie pene: chi fu obbligata a seguire la sorte del marito in esilio, chi venne rinchiusa in un qualche monastero, isolate anche dagli affetti delle famiglie di appartenenza.
Gli altri membri delle famiglie Querini e Tiepolo vennero obbligati anche a cambiare i propri stemmi ed a cancellare la vecchia versione, presente nei vari luoghi della città.
Inoltre venne ordinata la demolizione della casa di Bajamonte Tiepolo, in campo S. Agostin e quella dei Querini a Rialto.
Sul luogo dove sorgeva la casa del Tiepolo fu eretta nel 1364 una colonna d'infamia che recava una scritta a monito di tutti che spiegava che, a causa del suo tradimento, quel terreno che una volta gli apparteneva era diventato pubblico: «DE BAJAMONTE FO QUESTO TERENO E MO PER LO SO INIQUO TRADIMENTO S'È POSTO IN CHOMUN PER ALTRUI SPAVENTO E PER MOSTRAR A TUTI SEMPRE SENO».
Poiché a Venezia, come altrove, non si buttava via mai niente, soprattutto il materiale edilizio, parte delle macerie della casa demolita di Bajamonte Tiepolo a S. Agostin ebbe un uso particolare, che ricorda la legge del contrappasso.
In quegli anni era assai malridotta la chiesa dei Ss. Vito e Modesto (vulgo S. Vio) a Dorsoduro, la cui fondazione si fa risalire alla fine del X secolo. Uno sprofondamento del terreno l'aveva resa pericolante
Il Senato veneziano pensò bene di provvedere al restauro, anche per ricordare con gratitudine lo scampato pericolo della rivolta che accadde appunto il 15 giugno, giorno dedicato dal calendario a S. Vito.
La chiesa venne dunque ricostruita assieme al campanile a spese della Repubblica tra il 1310 ed il 1315 e venne largamente impiegato il materiale edile ricavato dalla demolizione della casa di Bajamonte Tiepolo, al punto che i pilastri del portale d'ingresso della chiesa altro non erano che quelli della porta principale del palazzo del Tiepolo!
A ricordo della repressione della congiura, il 15 giugno di ogni anno il doge visitava con gratitudine la chiesa dei Ss. Vito e Modesto, accompagnato dai confratelli delle Scuole Grandi, dalle Congregazioni del Clero e dal Capitolo della cattedrale di S. Pietro di Castello.
Il piccolo oratorio dedicato ai Ss Vito e Modesto, voluto dall'imprenditore edile Pietro Crovato sull'area una volta occupata dalla chiesa. Costruito in parte con materiale edile proveniente in origine dal demolito palazzo di Bajamonte Tiepolo a S. Agostin, reca sull'arco sotto il piccolo protiro l'iscrizione «A DIO ONNIPOTENTE IN ONORE DEI SS. MM. VITO MODESTO».
 
Ancora dopo quasi cinque secoli, il Doge continuava a rendere grazie a S. Vito recandosi ogni 15 giugno alla chiesa dei Ss. Vito e Modesto (S. Vio) come dimostra questo stralcio de «La Temi Veneta per l'anno 1793».
 
Dopo le soppressioni napoleoniche del 1806, la chiesa venne indemaniata e venduta a pezzi: il pavimento in marmo, un altare ed una pila per l'acqua santa furono acquistati da un certo Gerolamo Padoan per arredare una chiesetta di campagna; l'altar maggiore fu acquistato da tale Gioacchino Vaerini.
Alla fine venne messa all'asta come materiale da costruzione al prezzo di 1.400 lire e fu acquistata dall'imprenditore edile Pietro Crovato.
La chiesa venne quindi demolita nel 1813. Il Crovato, morendo nel 1817, espresse alla famiglia il desiderio di far costruire una piccola cappella, o oratorio, dove prima sorgeva la chiesa.
Il genero del Crovato, il capomastro Gaspare Biondetti, riuscì ad esaudire il desiderio del suocero solo nel 1865, dopo aver ottenuto l'anno prima i necessari permessi dal Comune e dal Patriarcato.
Il piccolo oratorio, inaugurato il 25 giugno 1865, che ancora oggi si vede in campo S. Vio, è costruito con il materiale che in origine era del palazzo di Bajamonte Tiepolo: in particolare il contorno in marmo rosso della porta del palazzo si trova ora collocato all'interno del portone della cappella.
Anche la Ca' Granda dei Querini, a Rialto, doveva essere abbattuta, ma qui ci furono dei problemi in quanto il palazzo era di proprietà di Marco e Pietro Querini, ma per un terzo era anche di Giacomo Querini che era restato completamente estraneo alla congiura.
La sala del Consiglio di Dieci in Palazzo Ducale a Venezia, dipinto, probabilmente tra il 1779 ed il 1792, da Gabriel Bella (1730-1799). Il Consiglio di Dieci era formato da dieci consiglieri nominati dal Maggior Consiglio, dal Doge e da suoi sei consiglieri ducali.
Le cronache sono contraddittorie: alcune riferiscono che sarebbe stata demolita solo la parte di proprietà dei due congiurati, altre invece raccontano che non fu possibile farlo, in quanto alcune parti del palazzo erano in comune e non era possibile demolirle. La Repubblica avrebbe dunque confiscato due terzi dell'immobile acquistando poi il resto della proprietà da Giovanni Querini.
Comunque sia stato, qui nel 1339 vennero spostate le "beccarie" (macellerie, o pubblico macello) che precedentemente si trovavano sempre a Rialto, ma vicino a S. Giovanni Elemosinario. Per questo il fabbricato, o quello che restava di esso, nell'Ottocento era ancora chiamato "Stallone".
Alla fine del 1884 davanti a quello che restava delle "beccarie" e dell'antica Ca' Granda dei Querini venne collocata la prima struttura metallica della nuova "pescaria" (pescheria, ovvero mercato al minuto del pesce): struttura subito vivacemente contestata.
Nel 1907 quel poco che ancora esisteva venne totalmente demolito per permettere la costruzione dell'attuale mercato del pesce in stile gotico, opera degli architetti Domenico Rupolo e Cesare Lamberti.
Un paio di archi del mercato del pesce appartenevano alla demolita Ca' Granda dei Querini come anche la bellissima polifora del XIII secolo (una delle più antiche esistenti a Venezia) che si affaccia sul campo delle Beccarie..
A conclusione di questo racconto, c'è ancora qualcosa da aggiungere: abbiamo visto la fine dei protagonisti principali della congiura: Marco Querini morto durante il tentativo di dare l'assalto a S. Marco al palazzo del doge e Badoero Badoer condannato a morte e decapitato.
Abbiamo pure visto l'uomo forte della congiura, Bajamonte Tiepolo, spedito in esilio dopo una difficile trattativa: ma che ne fu di lui?
In realtà il Tiepolo, fra i suoi vari obblighi, aveva anche quello di non recarsi in alcun paese ostile alla Repubblica. Tuttavia non rinunciò mai a tramare contro la patria: contravvenendo all'esilio, cercò di scaldare gli animi dei Da Camino, dei Carraresi, dei Camposampiero ed anche di alcuni suoi fedelissimi che aveva lasciato a Venezia.
Ma le spie della Repubblica lo seguirono ovunque: dopo Padova, dove si era rifugiato per essere più vicino a Venezia, si nascose a Treviso, ma le pressioni degli emissari della Serenissima costrinsero quella città ad allontanarlo nel 1318.
Nel 1325 il Tiepolo risultò eletto a Bologna, dal consiglio degli anziani, guardiano del popolo; ma anche qui le pressioni della Repubblica gli impedirono di assumere l'incarico.
Poi lo troviamo in contrasto con i signorotti di Bosnia e di Rascia (o Raška, o Sandžac, in Serbia); nel 1328 tentò una nuova azione contro Venezia, ancora con un membro della famiglia Querini e con la famiglia Barozzi, ma anche questa congiura si risolse con un nulla di fatto.
Dal 1330 non si sentì più parlare di lui: è possibile che dei sicari della Repubblica lo abbiano ucciso, forse in Slavonia (oggi regione della Croazia orientale), nel 1329 o nella prima metà del 1330.
E per Venezia cosa significò?
Lo stato, il potere comunque legittimo, trionfò.
Il doge poté accreditarsi come tutore ed estremo difensore della legalità costituzionale minacciata da un ristretto gruppo di sediziosi, animati dalla propria ambizione e dalla fame di potere.
Dalla congiura l'ordinamento istituzionale uscì rinnovato e più forte: il 10 luglio venne istituito il Consiglio di Dieci (questo il suo nome, e non Consiglio "dei" Dieci come si legge spesso): si trattava di una magistratura eccezionale di polizia dotata di poteri straordinari, poco definiti, che apparivano necessari per poter agire in segretezza, velocemente e con decisione per assicurare l'ordine costituzionale.
«Baiamontem etiam Teupolo pessimum proditorem cum suis complicibus conantes domini tunicam inconsultilem scindere et dominium de manibus communiter regentium hostiliter arripere, de patria cum rebellibus et proditoribus exulavit, et consilium de decem contra ipsos et reliquos statum patriae turbare volentes tun instituit.» ("Cronica" di Andrea Dandolo).
Inizialmente istituito per pochi mesi (fino al giorno di S. Michele, 29 settembre 1310) poi confermato di mese in mese, poi di anno in anno ed infine, il 20 luglio 1335, fu trasformato in una magistratura ordinaria permanente.
   
 
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Pagina aggiornata il 19 settembre 2017.