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La serrata del Maggior Consiglio

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Questa paginetta non ha pretese storiche, per le quali si rimanda il lettore a fonti e testi specialistici: essa intende solamente offrire una superficiale panoramica sui fatti che portarono alla "serrata" del Maggior Consiglio e raccontare in che cosa essa è consistita.
 
Si tratta probabilmente della più antica raffigurazione dell'area di San Marco. L'opera originale è attribuita a fra' Paolino (frate dell'Ordine Minore, nato a Venezia nel 1270 circa, morto a Pozzuoli, dove era stato nominato Vescovo, nel 1344) e restò dimenticata per oltre quattro secoli nel «Compendium», ovvero la «Chronologia Magna» compilata dal frate.
Fu negli anni 1730-31 che l'architetto Tommaso Temanza scoprì nella «Chronologia» la pergamena 7-r che, anni più tardi, fece riprodurre mediante incisione su lastra di rame.
Nonostante alcuni errori di interpretazione, la stampa dell'incisione risulta più chiara e leggibile ed è appunto un particolare di quest'ultima che si mostra qui sopra.
Fra' Paolino propose una Venezia sotto l'aspetto cronologico, non limitandosi a mostrare la sua città come si presentava nella sua epoca.
Nel particolare mostrato in alto è circoscritta l'area marciana quale doveva essere nel X secolo: si nota la Basilica di San Marco indicata con l'abbreviazione «SM» (allora semplicemente cappella ducale) circondata da mura merlate di tipo ghibellino la cui costruzione, disposta dal doge Pietro Tribuno, era durata dal 900 al 912. E' ignorato il palazzo ducale come pure il campanile che raggiunse la cella campanaria solo nel 1151 e le colonne di Marco e Todaro che risalgono al XII secolo, costruzioni queste che esistevano all'epoca di fra' Paolino.
Nel XII secolo la Repubblica di Venezia aveva assunto un assetto costituzionale abbastanza consolidato, fondato soprattutto sul principio della sovranità.
Spezzato ormai l'antico rapporto di subordinazione all'Impero bizantino, il concetto di unità dello stato sovrano venne elaborandosi durante il IX ed il X secolo e nel XII secolo il principio di sovranità è tradotto in realtà, sia nei confronti degli stati stranieri, sia nei confronti degli abitanti del ducato.
Mentre il comune italiano non arriva mai ad essere un vero e proprio stato (ma piuttosto una corporazione di classi alle quali possono contrapporsi differenti corporazioni di altre classi), il comune veneziano crea già in origine un legame di diritto pubblico, dove la prima corporazione di classi che si era costituita si era anche investita della sovranità.
In questo modo non era possibile che ne sorgessero delle altre.
In pratica i primi arrivati, i "gentili huomini" e gli "antiqui populares", dopo aver fondato il comune lo avevano trasformato in stato affermandone la sovranità esterna ed interna. Agli esclusi non era concessa alcuna attività politica, se non rientrava nelle forme previste costituzionalmente. Per farla non restava loro che la possibilità di infiltrarsi nell'organizzazione politica esistente oppure di rovesciarla sostituendosi ad essa.
In realtà gli esclusi, il "comune populi", non dimostrano interesse a rivoltarsi contro l'aristocrazia dominante.
E' povera gente la cui prima preoccupazione è quella di sbarcare il lunario: è gente che lavora, piccoli artigiani, barcaioli, pescatori, gente che ha altro a cui pensare piuttosto che partecipare alle adunanze della "concio" che così resta nelle mani dei ricchi signori che costruiscono il loro edificio costituzionale.
Ma dei mutamenti economici sono in corso.
Mentre l'aristocrazia, già fortemente impegnata nell'amministrazione delle proprie terre, si affaccia sempre più prepotentemente nelle avventure commerciali e finanziarie, soprattutto per opera dei piccoli artigiani nasce l'industria veneziana: il vetro, i tessuti, la lavorazione del legno, dei mobili, l'edilizia...
Le botteghe diventano sempre più grandi fino a raggrupparsi in corporazioni con finalità non solo di comunanza di mestieri, ma anche con scopi di monopolio economico, di solidarietà sociale e di mutuo soccorso.
Proprio per il forte principio di sovranità queste corporazioni, a differenza di quanto avviene in altre città d'Italia, sono ben viste in quanto espressione di una nuova organizzazione economica e godono di una certa autonomia organizzativa subordinata però alle leggi dello Stato.
Quando l'importanza economica delle corporazioni veneziane divenne sempre più rilevante, vennero sottoposte ad un severo controllo affinché la loro attività non fosse mai in contrasto con gli interessi della Repubblica.
In questo modo mentre nel resto dell'Italia le corporazioni andavano assumendo un ruolo politico che si contrapponeva alle istituzioni comunali, a Venezia esse diventarono uno strumento (anche di governo) sotto il controllo dello Stato.
In questo secolo l'elevarsi del tenore di vita con una aumentata capacità d'acquisto aveva provocato una diversa distribuzione della ricchezza anche tra le famiglie dell'aristocrazia: non tutte infatti seppero cogliere l'occasione favorevole dei commerci e delle imprese finanziarie, alcune finirono per impoverirsi.
La riunione del Consiglio in un interno, miniatura della pagina 124-r della «Cronaca "pseudo-Zancaruola" fino al 1446» risalente alla fine dell'ottavo decennio del XV secolo.
Contemporaneamente la distribuzione della ricchezza tra le "famiglie nuove" del ceto borghese, grazie alla loro attività imprenditoriale, portò a delle disuguaglianze economiche ed alcune di esse poterono arrivare ad una importanza finanziaria che, grazie a clientele ed amicizie, si trasformò ben presto in importanza politica nei confronti del gruppo aristocratico.
Questo era un fatto pericolosissimo per la saldezza dell'ordinamento istituzionale anche perché, legalmente, nessuno era escluso dalla possibilità di venire eletto nel Maggior Consiglio, anche se di fatto nella "concio" prevalevano sempre gli stessi elementi aristocratici che rieleggevano membri della loro stessa classe sociale.
Nel XIII secolo si era incrinata la solidità nell'aristocrazia. Gelosie, rancori, ragioni di supremazia, aspirazioni neppure troppo occulte di tipo dinastico, avevano portato a tracciare una frattura tra due gruppi di famiglie: da una parte c'erano i Tiepolo ed i Querini, con i Badoer, i Dauro, i Barozzi, i Lombardo ed i Pedoni; dall'altro i Dandolo ed i Gradenigo con gli Ziani, gli Steno, i Giustiniani, i Morosini, i Moro, i Grimani ed i Memmo.
Già nel 1229 i Tiepolo si erano trovati isolati e per mantenersi in prima linea erano ricorsi a qualche manovra che li aveva invisi al resto dell'aristocrazia. Tanto è vero che il nuovo doge eletto, Jacopo Tiepolo, venne respinto con disprezzo dall'anziano doge, ormai morente, cui subentrava, come ci racconta la "Chronica" di Andrea Dandolo ("Andreae Danduli chronica per extensum descripta"): «Qui post tertium diem predecessorem lectulo iacentem visitans propter genus suum et insuetum ascensionis modum ab eo spernitur.» (dove tuttavia le parole «...propter genus suum...» sono quasi certamente un inserimento successivo fatto in dispregio ai Tiepolo).
 
 
Per guadagnare i favori, i Tiepolo e le famiglie a loro vicine avevano cercato alleanze al di fuori dell'aristocrazia.
Certamente un giorno i Tiepolo avrebbero dovuto ricambiare i favori popolari ricevuti, permettendo l'inserimento di "homines novi" nell'apparato burocratico dello Stato ed addirittura nel Maggior Consiglio.
Una volta entrata nel Maggior Consiglio, questa minoranza poteva trasformarsi in una maggioranza ed il gruppo aristocratico vicino ai Tiepolo sarebbe stato inevitabilmente sopraffatto.
La situazione andava precipitando e fu così che in una seduta del Maggior Consiglio, dopo essere stata preparata in gran segreto, il 5 ottobre 1286 venne presentata una proposta: potevano entrare nei consigli della Repubblica solo coloro che già vi erano appartenuti. Chi non aveva questi requisiti poteva essere eletto, salvo ratifica a maggioranza assoluta della Signoria e del Maggior Consiglio.
Si evitava in questo modo di escludere formalmente gli "homines novi" dalla vita politica, ma in pratica si rendevano impossibili pericolose infiltrazioni.
Tuttavia la proposta non venne accettata, raccogliendo tra i 140 membri presenti in Maggior Consiglio 82 voti contrari, 48 favorevoli e 10 astenuti («...fuerunt decem non sincere, quadriginta octo de parte de XL et octoginta duo de stare firmi.»)
Le forze dell'aristocrazia in campo erano ancora incerte ed indecise e non vi fu una figura forte, coraggiosa e carismatica che sapesse iniettare la necessaria fiducia.
Infatti il doge Giovanni Dandolo restò debole spettatore e di fronte alla proposta fu lui stesso che consigliò «...de stare firmi.» (di stare fermi).
Qualche giorno più tardi venne portata in Consiglio una seconda proposta che appariva di compromesso rispetto alla prima: mantenendo l'antico principio di uguaglianza, i candidati dovevano essere scelti uno per uno dal Maggior Consiglio e quelli approvati dovevano passare al ballottaggio tanto nella Signoria quanto nella Quarantia.
La proposta non passò probabilmente per l'influenza della fazione tiepolesca.
Il Maggior Consiglio rimase così inerte, incerto, ondeggiante, di fronte alla frattura ormai evidente nell'aristocrazia ed alla pressione popolare.
Occorse un fatto nuovo per sbloccare la situazione: il 2 novembre 1289 morì il doge Giovanni Dandolo.
Immagine del doge Pietro Gradenigo tratta dal foglio 7 de «Il ritratto della città di Venetia e l'effigie di tutti li dogi» di Fulgenzio Manfredi (Venezia, 1598).
In altri tempi l'elezione del nuovo doge sarebbe stata un'occasione solenne e festosa per riaffermare la supremazia della Repubblica. Ma in un tale momento delicato non solo l'aristocrazia, ma anche il popolo, comprendevano come in questa elezione si sarebbe giocata tutta una partita che era in corso ormai da decenni.
Venne proclamata la candidatura di Jacopo Tiepolo: gli "homines novi", ovvero le classi popolari arricchitesi, videro in questa candidatura la possibilità di inserirsi nella vita politica.
La frattura tra i Tiepolo, con le altre famiglie a loro vicine, ed il resto dell'aristocrazia divenne incolmabile e fu vista come un tradimento dei principi di solidarietà che dovevano vigere tra la nobiltà.
Non ci fu più il tempo per dubbi ed incertezze: il 25 novembre 1289 la maggioranza del Consiglio si coagulò attorno al nome di Pietro Gradenigo, podestà di Capodistria, a differenza del suo predecessore Giovanni Dandolo, uomo risoluto ed energico.
Il Gradenigo era una personalità fedele ai principi aristocratici e deciso a difenderli.
Il periodo di crisi istituzionale che attanagliava Venezia all'interno coincideva con un'altra crisi nella politica estera.
C'era soprattutto il conflitto con Genova che si trascinava senza che nessuna delle due potenze dimostrasse una gran voglia di arrivare allo scontro finale ed anche l'azione diplomatica veneziana appariva rallentata, quasi riflettesse la debolezza e le incertezze della politica interna.
Sette anni dopo l'elezione a doge di Pietro Gradenigo prevalse finalmente la volontà di uscire dalla crisi.
Il 6 marzo 1296 venne riportata in Maggior Consiglio la proposta di dieci anni prima. Ancora una volta non venne approvata, ma con dei numeri diversi: il partito dei Tiepolo votò contrario, ma aumentò il numero dei voti a favore e degli astenuti: «...posita est pars de novo quam posuerant capita de XL anno 1286 oct. 5, et erant pro parte 178, pro stare firmi 136, dubii 52.»
Ma ormai si lavorava tra le quinte per superare le difficoltà mentre Venezia cominciava  a riacquistare la propria potenza nell'Adriatico orientale: Rogero Morosini Malabranca e Marco Michiel padroneggiavano nell'Egeo, saccheggiando Pera, conquistando Foggia nell'Asia Minore, Caffa sul Mar Nero, prendendo il controllo dell'oriente greco e genovese.
Riconquistata la fiducia nelle proprie forze, nel 1296 le elezioni del Consiglio si svolsero con le vecchie regole, ma ormai la riforma era pronta e venne votata in Maggior Consiglio il 28 febbraio 1297.
 
 
La sostanza non cambiava rispetto alla proposta dell'anno prima, ma l'esclusione popolare era meglio mascherata: erano eleggibili tanto quelli che appartenevano alla vecchia aristocrazia, quanto quelli della gente nuova, ma la parità di trattamento di fatto non esisteva.
Chi era appartenuto al Maggior Consiglio negli ultimi quattro anni vedeva confermato il proprio diritto, seppure assoggettato ad una conferma formale della Quarantia, la quale costituiva una forma di controllo preventivo contro eventuali elementi aristocratici che potessero costituire un pericolo per la Repubblica.
Mentre essere appartenuti al Maggior Consiglio negli ultimi quattro anni era un elemento oggettivamente verificabile, per rientrare nel gruppo degli eleggibili provenienti dalla "gente nuova" ci si affidava a criteri meno oggettivi: infatti il Maggior Consiglio "doveva" nominare tre elettori, i quali "potevano" eleggere, secondo le istruzioni della Signoria, un numero di membri che non rientrava nel primo gruppo. Essere scelti significava aver superato una vera e propria elezione, ma non bastava: anche questi dovevano ricevere la conferma della Quarantia che diventava così un ulteriore controllo per evitare l'ingresso in Maggior Consiglio di elementi che potevano turbare l'ordine aristocratico.
Il Maggior Consiglio riunito nel salone del Palazzo Ducale accoglie il Doge che ringrazia per la sua avvenuta elezione  togliendosi il corno ducale in senso di accettazione della superiore autorità del Consiglio. L'opera, della seconda metà del XVIII secolo ed oggi conservata al Musée des Beaux-Arts di Nantes, è di Francesco Guardi che si è ispirato ad un disegno di Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto (oggi al British Museum di Londra) che è servito da modello a Giovanni Battista Brustolon per realizzare una incisione su rame ad acquaforte e bulino.
Il nuovo sistema costituzionale, entrato subito in vigore, formalmente aveva un carattere provvisorio che sarebbe durato fino al 29 settembre 1298. In questa data il Maggior Consiglio avrebbe potuto revocarlo, anche se era richiesta una maggioranza molto alta. Si aggiunga a questo il fatto che le nuove elezioni si svolsero con il nuovo sistema e quindi con la maggioranza aristocratica compatta contro le fazioni avversarie.
La nuova legge elettorale venne confermata per un altro anno e poi nel 1209 venne confermata definitivamente portando a termine l'ultimo tassello della costituzione veneziana che sarebbe restata pressoché immutata fino alla caduta della Repubblica.
Formalmente la costituzione del 1297 non creava una casta chiusa, ma consolidava il potere nelle mani di coloro che se ne erano impadroniti dando la possibilità di trasmetterlo ai propri discendenti ma anche a coloro che, provenendo da altre classi sociali, avessero dimostrato fedeltà alla Repubblica e capacità di governo.
Di fatto nei primi dcenni del XIV secolo, senza fretta, passarono una serie di norme che resero praticamente difficile, se non impossibile, l'ingresso di "homines novi" negli organi di governo, trasformando l'aristocrazia in una sorta di casta assolutamente chiusa della quale il Maggior Consiglio ne rappresentava l'espressione.
E' intuibile che di fronte a questa riforma si sentirono colpiti tutti coloro che vedevano preclusa la strada che poteva portarli a soddisfare i propri interessi particolari, le proprie ambizioni. Così in quegli stessi anni, cessata momentaneamente la guerra con Genova (pace di Milano del 1299) si consumarono alcune congiure, quella di Marino Bocconio (della quale poco si conosce) e più tardi quella più clamorosa di Bajamonte Tiepolo e di Marco Querini della Ca' Granda: ma più che di congiure animate da ideali politici, si trattava piuttosto degli ultimi strascichi del vecchio spirito di fazione tiepolesca-queriniana che stava spegnendosi.
 
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Pagina aggiornata il 28 febbraio 2017.