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San Nicolò (o San Nicoletto) della Lattuga

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Le insegne toponomastiche a Venezia sono del tutto particolari. Sono chiamate "ninzioleti" (pronuncia "ninsioleti") cioè piccole lenzuola (il lenzuolo infatti in veneziano si dice "ninziolo" e si legge "ninsiolo").
Sono costituite da riquadri rettangolari in malta, tinteggiati di bianco (originariamente in calcina) con una cornice dipinta in nero, con pennello a mano libera con l'aiuto di un'asse di legno.
I caratteri sono dipinti con l'aiuto di forme di latta in cui sono sagomati (dime) e l'abile dipintore sa disporli "ad occhio" in modo da centrare le scritte e riempire simmetricamente il "ninzioleto".
I nomi sono riferiti alla tradizione veneziana: a Venezia non troveremo una "via Dante" oppure una "piazza Verdi" e naturalmente, tranne rare eccezioni, non abbiamo "vie", "viali" e "piazze", bensì "calli", "campi" e tanti "ponti".
 
Se la calle è la strada principale, una calle laterale, secondaria, a volte senza uscita, è chiamata "ramo".
Alcune indicazioni toponomastiche vicino alla Basilica dei Frari ci rimandano ad un santo, S. Nicoleto (si pronuncia facendo quasi non sentire la "elle": "san Nicoeto").
Naturalmente non si tratta di un S. Nicoletto, ma di S. Nicola di Bari, con le varianti di Nicolò, Niccolò, e  conosciuto anche come S. Nicola di Myra (italianizzata in Mira), antica città greca nei pressi della quale sorge oggi l'attuale Demre in Turchia.
S. Nicolò era un santo molto importante a Venezia, città marinara, perché era considerato il protettore dei naviganti contro i pericoli del mare ed uno dei protettori della flotta della Repubblica. Non solo, a Venezia si conservano anche alcune reliquie del corpo di San Nicola, trafugate nel 1099-1100 da Myra e che erano state trascurate una decina d'anni prima dai marinai baresi che si erano impadroniti delle spoglie del santo.
Le reliquie veneziane sono conservate nella chiesa di San Nicolò del Lido, già eretta in onore del santo precedentemente al recupero delle reliquie.
Ma la chiesa del Lido non è l'unica dedicata a San Nicola a Venezia. Un'altra si trova sulla punta estrema della città, rivolta verso l'antica foce del fiume Brenta: si tratta della chiesa di San Nicolò dei Mendicoli. San Nicola, protettore contro i pericoli del mare, ma anche protettore dei viaggi per acqua. Infatti come San Nicolò del Lido si trova vicino alla bocca di porto che conduce dalla laguna al mare aperto, così San Nicolò dei Mendicoli è posta sulla direttrice che dalla terraferma porta alla laguna lungo il Brenta, sulle cui sponde, vicino al confine con il padovano, esiste un'altra chiesa dedicata al santo, San Nicolò di Mira, a testimonianza dell'importanza che avevano i barcaioli che con i loro "burci" (ed il "burchiello" è il più famoso) portavano le persone a Venezia. Proprio per la titolazione di quella chiesa, il paese di Cazoxana prese l'attuale nome di Mira.
Ma a Venezia c'è, anzi c'era, un'altra chiesa dedicata al santo di Myra, quella di San Nicolò di Castello, che faceva parte di un complesso che comprendeva un ospedale destinato a ricovero per vecchi marinai poveri, invalidi o infermi. E nella chiesa, dedicata al protettore della gente di mare, era presente un altare della Scuola (una specie di confraternita) di San Nicolò dei Marinai. La chiesa non c'è più demolita e rasa al suolo con tutto il resto per lasciare spazio al progetto napoleonico di ricavare un giardino pubblico.
In un particolare della pianta di Venezia realizzata da G. Merlo nel 1676 si individua il Convento di S. Nicoletto della Lattuga (il nome è scritto sul tetto dell'edificio frontale). La chiesa è indicata con una semplice croce all'angolo inferiore sinistro del chiostro.
Ma nessuna di queste chiese dedicate a San Nicola di Myra ha qualcosa a che fare con i due "ninzioleti" che si trovano vicino alla Basilica dei Frari.
I quali ugualmente hanno un riferimento con una chiesa dedicata a San Nicola, ma le cui origini sono diverse e certo non usuali.
La chiesa che sorgeva vicino al convento ed alla chiesa dei Frari era chiamata appunto con il diminutivo "San Nicoleto" per distinguerla dalle più importanti chiese veneziane di San Nicolò del Lido, San Nicolò di Castello e San Nicolò dei Mendicanti.
Era chiamata anche "San Nicoleto dei Frari", per la vicinanza con la basilica, ma soprattutto tra il popolo era conosciuta come "San Nicoletto della Lattuga".
Il motivo di questo appellativo è piuttosto curioso e legato alla sua fondazione.
La chiesa venne fondata nel 1332 dal Procuratore di San Marco Nicolò Lion, lo stesso che nel 1355 avrebbe scoperto la congiura ordita dal Doge Marino Falier.
Il Lion volle fondare questa chiesa, che dedicò al Santo del quale portava il nome, come gesto di riconoscenza per la guarigione miracolosa che aveva ottenuto grazie a certe erbe colte dagli orti dei frati di S. Maria Gloriosa.
Così ci racconta l'episodio lo scrittore veneziano Giuseppe Tassini (12 novembre 1827-22 dicembre 1899).
Un particolare dell'incisione del padre Vincenzo Coronelli (1650-1718) per il suo "Singolarità di Venezia, Chiese di Venezia" (circa 1709). Si nota, in basso a destra, il convento con il chiostro di San Nicoletto della Lattuga ed il campanile della chiesa. Dietro, nella parte alta del disegno, gli orti dei frati.
 
La tomba di Nicolò Lion, originariamente nella chiesa di San Nicoletto della Lattuga, venne poi trasferita nella Basilica di S. Maria Gloriosa dei Frari.
Narrano che, aggravato da fiera malattia, il patrizio Nicolò Lion, Procuratore di S. Marco, quel medesimo che scoprì la congiura di Marin Faliero, desiderò una notte di mangiar della lattuga e che, non trovandosene altrove, attesa l'ora assai tarda, poté averne dall'orto dei padri di S. Maria Gloriosa. Riavutosi in breve con questa singolar medicina, fece in segno di gratitudine erigere presso l'orto medesimo una chiesa, ed un piccolo monastero, che si dissero di S. Nicolò o S. Nicoletto della Lattuga.
Nicolò Lion morì nel 1356 e fu sepolto nella "sua" chiesetta di S. Nicoletto della Lattuga. Dopo la soppressione della chiesa a seguito dei decreti napoleonici dei primi anni dell'Ottocento, nel 1807 l'arca funebre di Nicolò Lion venne trasportata nella vicina Basilica dei Frari e collocata sulla parete destra della cappella dei Santi Francescani (la terza cappella da sinistra del transetto della chiesa) dove ancora oggi si trova.
La chiesa ed il piccolo convento vennero costituiti nel 1332 sotto lo "jus patronato" dei Procuratori di S. Marco "de ultra".
In esecuzione del testamento di Nicolò Lion, del fu Domenico, del 13 febbraio 1353 "more veneto" (corrispondente al 13 febbraio 1354), i frati minori cominciarono a erigere in parte del terreno che era confinante con gli orti, a ridosso del chiostro di S. Antonio, detto anche chiostro "interno", il piccolo convento di S. Nicoletto della Lattuga destinato ad anziani benemeriti.
Il conventino ebbe un primo ampliamento verso la fine del Trecento mentre la chiesetta, che in origine aveva tre altari, subì un radicale rimaneggiamento nel Cinquecento: negli anni 1533-35 Tiziano dipinse la grande pala dell'altar maggiore (m. 2,70x3,88) rappresentante la Madonna in gloria con il Bambino tra angeli con S. Caterina, S. Nicola, S. Pietro, S. Antonio, S. Francesco e S. Sebastiano.
Un restauro venne effettuato a partire dal 1561, la chiesa ebbe cinque altari e subito si arricchì di opere d'arte di gran valore di Paolo Veronese che vi lavorò appena prima del 1582.
La guida "Il Forestiero Illuminato intorno le cose più rare e curiose, antiche e moderne della Città di Venezia e dell'isole circonvicine" (Venezia, edizione 1784) scriveva che la chiesa di S. Nicoletto della Lattuga possedeva «...un tesoro di pitture antiche dei più celebri autori.»
Altri autori che vi lasciarono le loro opere, per ricordarne alcuni, furono Carletto e Benedetto Caliari, rispettivamente figlio e fratello minore di Paolo Veronese, Marco Vecelio, cugino di Tiziano, che lavorava nella sua bottega, Jacopo Palma il Giovane, il Pittoni, il Fiumani ed altri.
Nel 1583 S. Nicoletto si arricchì di u n coro ligneo che possiamo immaginare di grande importanza, visto l'autore: Girolamo da Feltre.
Nel 1582 il vescovo di Chioggia Marco Medici consacrò la chiesa di S. Nicoletto e per l'occasione il convento viene restaurato ed abbellito.
Attorno al 1660 il convento fu ingrandito sopraelevandolo di un piano, poi nel 1746 un incendio ne distrusse gran parte. Tuttavia venne rifabbricato e qualcuno scrisse «più bello di prima.»
Nel convento di San Nicoletto della Lattuga probabilmente studiò dialettica e filosofia negli anni 1458-61 padre Urbano Dalle Fosse, detto il Bolzanio (1442-1524). Vi ritornò trentenne nel 1472 e poi ancora sul finire del 1489 per aprirvi una celebre scuola di greco che ebbe allievi che sarebbero diventati famosi, come il poeta umanista Benedetto Lampridio, lo storico Marcantonio Coccio detto il Sabellico, Gaspare Contarini che sarebbe divenuto cardinale.
Padre Urbano compilò la prima grammatica greca composta interamente in latino, che fu la prima composta da un umanista italiano: venne stampata da Aldo Manuzio nel gennaio 1498. "Institutiones Graecae grammaticae" ebbe una larghissima diffusione libraria: Erasmo da Rotterdam nel 1499 si lamentò di non poterne trovare altre copie. Se ne susseguirono le edizioni fino ad una terza in nove tomi della quale però padre Urbano non vide la stampa: terminato il manoscritto un anno prima della sua morte, uscì postuma nel 1545 ed ebbe 23 riedizioni.
Padre Urbano non fu solamente un "grammaticus", ma anche un letterato: descrisse l'itinerario nel mondo classico ed orientale, un viaggio che durò undici anni e che lo condusse in Grecia, Palestina, Arabia ed Egitto, tradusse e commentò Omero ed altri poeti greci. Presso il Museo Civico di Belluno si conservano una sua traduzione delle Lettere di Falaride, di due Orazioni di Isocrate e delle Favole di Fedro.
Fu ritratto da Tiziano, suo amico e conterraneo cadorino quando Tiziano frequentava i Frari per dipingere l'Assunta. Padre Urbano amava la botanica e si era ricavato un angolo per sé nell'orto frutteto dietro al convento di S. Nicoletto dove coltivava le piante rare che aveva raccolto durante i suoi viaggi. Ormai anziano si ruppe persino una gamba cadendo da un albero che stava potando.
La pala d'altare dipinta da Tiziano per la chiesa di S. Nicoletto della Lattuga tra il 1533-35. Si tratta dell'unica opera del Tiziano in possesso della Pinacoteca dei Musei Vaticani, riprodotta malamente anche in due francobolli di quello Stato.
Morì ad 82 anni, presumibilmente il 26 aprile 1524. Il 27 aprile infatti gli furono fatte le esequie nella chiesa di S. Nicoletto della Lattuga, dove venne sepolto; l'orazione funebre "Oratio habita in funere Urbani Bellunensis" fu pronunciata dal suo allievo Alberto di Castefranco e l'epigrafe commemorativa fu dettata dal nipote Pierio Valeriano: oggi è visibile all'esterno della cappella Corner (o di S. Marco) sulla destra della porta.
Padre Urbano Dalle Fosse fu Superiore del convento di S. Nicoletto dal 1514 al 1520.
Gli successe per 12 anni consecutivi, dal 1521 al 1533, padre Germano da Casale, il quale era stato più volte Guardiano dei Frari, teologo mariano, amante dell'arte, amico di Tiziano dal quale si fece fare la pala dell'Assunta per la chiesa di S. Maria Gloriosa e la Madonna in gloria con il Bambino e santi per S. Nicoletto della Lattuga..
Padre Germano aveva ricevuto il Magistero in Teologia nel maggio 1488, nel 1497 era stato vicario dell'inquisizione al convento dei Frari e poi Guardiano dei Frari per sette anni non consecutivi, tra il 1502 ed il 1518. Passato al convento di S. Nicoletto, venne eletto Ministro provinciale del Santo (28 maggio 1525-ottobre 1528). Morì a S. Nicoletto il 1° dicembre 1533.
Proveniva dal convento di S. Nicoletto della Lattuga, nel quale si era formato, il veneziano padre Federico Lauro Barbarigo, che fu Ministro generale tra il 1783 ed il 1789.
Poi, in applicazione dei decreti di Napoleone dell'8 giugno 1805, 24 e 30 marzo 1806 riguardanti la soppressione delle chiese "superflue", vennero chiusi la chiesa di S. Nicoletto ed il convento, che venne abbandonato dai frati il 27 settembre 1806 per trasferirsi nel vicino convento dei Frari.
Si cominciò al saccheggio ed alla spogliazione delle opere d'arte che vi erano conservate e che erano state descritte da autori come il Sansovino (nel 1581), il Ridolfi (nel 1648),  il Martinioni (nel 1663), il Boschini (nel 1674), lo Zanetti (nel 1771) e dalle prime guide del Settecento.
Infatti il governo del Regno Italico non aveva predisposto alcun piano razionale sull'utilizzo degli edifici e dei beni delle comunità soppresse, e tanto meno alcun progetto di salvaguardia del patrimonio artistico; si limitò a consegnare tutto al Demanio. Questo, di fronte all'improvviso ed abbondante arricchimento del proprio patrimonio, pensò bene di vendere al miglior offerente. Ma di fronte dell'enorme quantità di beni messi in vendita non c'era un mercato in grado di assorbirli. Molte aste andarono deserte. Si passò quindi alla trattativa privata in un clima di disordine e confusione altissimi e di disinteresse totale, da parte del Demanio, per gli aspetti artistici e storici. In pratica si trattò di svendite fatte spesso a persone di pochi scrupoli, i soliti affaristi e traffichini, da parte di funzionari non completamente disinteressati.
Senza contare le ingerenze e le pretese dei militari che avanzavano richieste di disporre di spazi, edifici, caserme, magazzini: infatti per un certo tempo il convento di S. Nicoletto venne destinato dai francesi, come quello dei Frari, a caserma.
L'adorazione dei Magi dipinta per S. Nicoletto poco prima del 1582 da Paolo Veronese con l'aiuto della sua bottega ed in particolare del fratello minore Benedetto Caliari.
A sovrintendere per conto della Municipalità la destinazione che avrebbero avuto i quadri fu delegato, sotto il Regno Italico, Pietro Edwards, che era stato per oltre 22 anni ispettore alle Belle Arti e segretario perpetuo dell'Accademia ai tempi della Repubblica di Venezia. Edwards aveva inoltre curato il restauro di tutte le più importanti tele presenti in Palazzo Ducale.
Pur essendo persona di grande esperienza e di un certo equilibrio, aveva delle opinioni personali che oggi ci farebbero inorridire, ma probabilmente erano frutto del gusto dell'epoca e del momento storico.
Nonostante le disposizioni del Viceré avessero posto dei divieti sulla vendita dei quadri, Pietro Edwards realisticamente prevedeva che sarebbero durate poco e così «...centinaia e migliaia di pittoriche meschinità, che non dovrebbero sortir dalle tenebre se non per passare alle fiamme, e che poste di nuovo in circolazione, accresceranno vieppiù la corruttela del gusto, infirmeranno gli sforzi pubblici pel suo raddrizzamento, ed occupando tanti posti ad esclusione degli attuali artisti toglieranno ad essi lo stimolo ai loro studi...».
Edwards era contrario alle vendite in massa di opere d'arte perché «...la massa grandissima di tante pitture poste in vendita costì e negli altri Dipartimenti di tutto il Regno ha invilito, ed invilirà sempre più questa merce fino alla nausea, per non dire alle lacrime.»
Ma il compito dell'Edwards fu solo quello di esaminare tutte le opere pittoriche per scegliere quali, tra le migliori, dovevano essere spedite a Parigi, alla Corona, e quali dovevano essere destinate al Demanio.
Compito al quale si applicò intensamente, lasciandoci oggi un «Prospetto generale delle pitture esaminate» comprendente tre elenchi di complessivi 12.791 quadri: di molti di questi quadri si sono perse le tracce.
S. Nicolò accolto vescovo di Mira che Paolo Caliari, detto il Veronese, dipinse per il soffitto della chiesa di S. Nicoletto della Lattuga poco prima del 1582, anno della consacrazione. La tela, che risulta mutilata ai lati, è diventata circolare ed ha un diametro di cm. 198. 
Nella classificazione l'Edwards divise i quadri in differenti "classi": nella prima e nella seconda c'erano i «quadri antichi, scelti in modo da esemplificare la storia della Scuola Veneta», nella terza e nella quarta i dipinti riservati alla Corona e destinate ai palazzi reali, a Brera e successivamente anche alle Gallerie di pittura istituite presso l'Accademia e ad altre gallerie pubbliche.
Certo che restarono anche delle bizzarre convinzioni nell'Edwards: tra i «Quadri più triviali, e tele inutili» inserì un'opera di Francesco Guardi raffigurante tre Santi a grandezza naturale che giudicò «...di pochissimo merito» e neppure degno di essere restaurato.
Ed ancora: moltissimi quadri erano stati dipinti per essere ospitati in strutture architettoniche particolari (chiese, conventi, ecc.) alle quali dovevano adattarsi e quindi assumevano forme a volte irregolari o particolari. Questo fatto indispettiva l'Edwards quando una di queste opere doveva essere collocata in appartamenti (ad esempio quello del Viceré) o stanze di uffici pubblici e mal vi si adattava. Ed allora il suo suggerimento era di operare tagli e mutilazioni che avrebbero potuto concorrere anche ad un miglioramento estetico dell'opera!
Un esempio è dato dal Veronese qui a destra, proveniente dal soffitto di S. Nicoletto della Lattuga, che fu mutilato ai lati «Sarei d'opinione che si dovessero tagliare le parti laterali (...) al fine di ridurlo a forma migliore».
L'Edwards aveva anche una certa antipatia per gli stemmi inseriti nei quadri e li faceva raschiare via, spesso togliendo a noi oggi la possibilità di avere dei riferimenti circa i committenti dell'opera.
   
I quattro evangelisti riconoscibili dai loro attributi iconografici (dall'alto a sinistra, in senso orario, Matteo, Marco, Luca e Giovanni). Dipinti poco prima del 1582 per il soffitto di S. Nicoletto della Lattuga, furono eseguiti, secondo le fonti, da Paolo Caliari, detto il Veronese; tuttavia secondo gli storici dell'arte egli si sarebbe fatto aiutare ampiamente dalla sua bottega ed in particolare dal fratello Benedetto.
L'Edwards dunque esaminò le opere pittoriche della chiesa e del convento di S. Nicoletto: su 62 ne destinò 28 alla Corona; tra queste l'intero ciclo di Paolo Veronese che si trovava sul soffitto mentre il Battesimo di Cristo, sempre del Veronese, fu destinato a Brera. Vi erano opere della sua scuola, del figlio Carletto e del fratello minore Benedetto, di Jacopo Palma il Giovane, una Crocifissione che l'Edwards attribuì a Donato Veneziano e ancora Alvise dal Friso e le portelle dell'organo dipinte da Paolo Fiammingo.
L'Annunciazione di Palma il Giovane, che non era compresa tra i quadri destinati a Parigi, il 9 novembre 1809 andò ad abbellire l'ufficio del presidente della Corte Civile e Criminale dell'Adriatico.
A questo punto è necessaria una piccola notazione, una piccola parentesi: in tutti gli elenchi di opere d'arte che sono conservati presso l'Archivio di Stato di Venezia, compresi gli elenchi dell'Edwards, le ricevute di consegna dei quadri, le distinte del contenuto dei «cassoni» che venivano spediti, ecc., non figura mai la pala che il Tiziano aveva dipinto per l'altar maggiore.
Che fine aveva fatto? Come è giunta alla Pinacoteca dei Musei Vaticani?
Secondo alcuni studiosi sarebbe stata acquistata da papa Clemente XIV per il palazzo pontificio del Quirinale nel 1770, tuttavia non sembrerebbe mai essere stata esposta e invece sarebbe stata ospitata a S. Pietro in Montorio e da qui, nel 1797, sarebbe stata inviata a Parigi. Nel 1820 sarebbe entrata a far parte della Pinacoteca Vaticana ai tempi di Pio VII.
A parte la coincidenza dell'anno in cui sarebbe stata spedita a Parigi (il 1797 è anche l'anno dell'ingresso delle truppe napoleoniche a Venezia), ci resta il dubbio sull'acquisto del quadro da parte di papa Clemente XIV nel 1770: infatti il quadro è descritto come presente a S. Nicoletto diciassette anni dopo nel I tomo, pagina 231 e seguenti de "Della pittura veneziana, trattato in cui osservasi l'ordine del Boschini e si conserva la dottrina e la definizione dello Zanetti", Venezia 1797.
Nel particolare di questa mappa del 1821 della Parrocchia dei Frari, accanto alla sagoma della chiesa (visibile nel lato destro) si riconoscono i due chiostri (l'esterno, o della Trinità, e l'interno, o di S. Antonio). A sinistra di quest'ultimo c'è un numero (91). Nella legenda «Spiegazione dei Numeri» troviamo scritto: «91. Locale della Chiesa, e Monastero di S. Nicoletto dist.o» ("dist.o" sta per "distrutto"). La tavola, dedicata «A Sua Eccellenza la N. D. Chiara Pisani Barbarigo Dama di Palazzo di S.M.I.R.A. e dell'insigne ordine della Croce Stellata», è contenuta ne "Iconografia delle trenta Parrocchie di Venezia pubblicate da Giovanni Battista Paganuzzi. MDCCCXXI", incisioni in rame (Venezia, 1821).
La spogliazione non fu solo di quadri, ma anche di ogni oggetto, statua, argenteria, paramento e oggetti sacri, che si trovava. In certe chiese venne venduto persino il pavimento.
Il 25 novembre 1807 andarono venduti all'asta alcuni effetti della chiesa di S. Nicoletto. Il falegname Paolo Bembo fece una perizia che elencava molti lavori in legno contenuti nella chiesa: gli splendidi dossali lignei intagliati da Girolamo da Feltre, spalliere, banconi, il coro in noce, la cantoria in legno di abete, armadi e parapetti della sacrestia. Furono venduti il 10 marzo 1809 per lire italiche 94,16.
Non si deve dimenticare che, oltre a quadri, statue, paramenti ed oggetti sacri, S. Nicoletto possedeva nel convento una notevole biblioteca.
Anche a questa non fu riservato un destino migliore: in un rapporto redatto il 6 giugno 1808 dal perito bibliografo Giovanni Rossi all'Ispettore Generale delle Finanze fu segnalato che essa aveva subito «notevolissimi spogli». Tuttavia, tolti gli scarti, quello che restava riempì nove casse di libri che vennero inviate a Padova alla Direzione Generale del Demanio. Secondo l'esperto Rossi i volumi migliori erano circa 120, quelli mediocri «non da scartare» 900: vi erano «oltre a qualche opera profana, parecchie magnifiche edizioni assai ben conservate di Opere di Santi Padri...», inoltre «tre o quattro quattrocentisti non comuni» ed «un solo manoscritto in pecora, ma non raro».
Quattro anni dopo ancora esistevano «scarti» nella biblioteca dell'ex convento se il bibliotecario della Marciana, l'abate Jacopo Morelli, il 13 novembre 1812 scrisse al Demanio per ottenere (e la sua richiesta venne esaudita il giorno dopo) «...un fascio di varie carte (geografiche) scompagne ed imperfette» per riparare un globo del padre Coronelli che si conservava alla Marciana. Per beffa del destino quel padre Coronelli, che fu padre generale dell'Ordine dei minori conventuali, era stato geografo, cosmografo, ingegnere idraulico, precursore degli enciclopedisti del Settecento ed aveva compiuto i suoi studi anche in quella biblioteca di quel convento di S. Nicoletto, forse consultando quelle medesime carte geografiche «scompagne ed imperfette».
Si giungeva così al 1812, un anno chiave per i destini di Napoleone segnato dalla disastrosa campagna di Russia. La marina inglese aveva chiuso l'accesso al porto di Venezia e presto ci sarebbe stata la discesa dell'esercito austriaco. L'inverno del 1812 era stato terribile ed aveva provocato una carestia; in più ci si era messo anche un terremoto che aveva colpito il Friuli occidentale.
Il conventino di S. Nicolò della Lattuga come è oggi, ripreso da una foto aerea. Tre ali ed il cortile interno sono occupati dall'Archivio di Stato di Venezia, la quarta (nell'inquadratura quella superiore verso destra) dal 1925 è stata assegnata ai frati di S. Maria Gloriosa dei Frari dove attualmente risiedono.
La popolazione pativa la fame. Fu allora, nell'agosto 1813, che sull'onda del bisogno il podestà Bartolomeo Girolamo Gradenigo scrisse una lettera riservatissima al direttore del Demanio Antonelli per chiedergli la temporanea consegna di sei edifici, tra cui S. Nicoletto, per trasformarli in mulini per far fronte alle necessità alimentari della popolazione a seguito del blocco cui la città era sottoposta.. Non se ne fece nulla anche perché la situazione stava precipitando passando dallo stato d'assedio (21 ottobre 1813) ai tumulti di piazza ed infine all'armistizio di Schiarino-Rizzino (16 aprile 1814) con il quale Venezia veniva riconsegnata agli Asburgo.
Furono così gli anni delle demolizioni: in 52 anni di dominazione austriaca fu costruito poco o niente, ma in compenso sparirono un'infinità di opere.
Il 4 luglio 1825 veniva data in deposito alla Casa di Correzione (carcere) nell'isola della Giudecca una tela di S. Nicoletto, con tanta superficialità che se ne sbagliò anche il nome dell'autore (una Andata al Calvario dell'Aliense invece di un Cristo che porta la Croce di Alvise dal Friso).
Il S. Francesco che riceve le stimmate di Paolo Veronese, assieme ad altre tele di S. Nicoletto, nel 1838 partì per la "K .u. K. Akademie der Bildenden Künste" di Vienna (faranno ritorno a Venezia al termine della Prima Guerra Mondiale).
Con la politica austriaca delle demolizioni, vennero portate avanti quelle già decise ai tempi del Regno Italico ed altre vennero fatte: sparì così la chiesa di S. Nicoletto della Lattuga ed oggi a ricordarla restano solo due "ninzioleti" stradali.
Il ponte in ferro dell'Accademia, opera di Alfred Neville. I pezzi del ponte erano stati fatti arrivare via mare dalle sue fonderie nel nord Europa ed assemblate a Venezia. Dopo quest'opera Alfred Neville si convinse della convenienza di insediarsi in città, rilevando l'unica fonderia di una certa importanza che c'era, quella di Teodoro Hasselquist.
Ma se la storia della chiesa finisce con la sua demolizione, sopravvive, seppure in modo diverso, quello che una volta era chiamato il conventino.
Dal 1807 gli archivi della passata Repubblica di Venezia erano stati disseminati in modo abbastanza disordinato in differenti edifici: nell'ex convento di S. Giovanni in Laterano, nella ex Scuola di S. Teodoro, nella chiesa di S. Provolo, poi si erano aggiunti nel 1811 cumuli di documenti trovati nascosti nelle soffitte del Palazzo Ducale e della Basilica di S. Marco. Diventava sempre più urgente trovarvi una sistemazione.
Si deve all'intervento di un uomo di grande cultura ed esperienza se venne trovata una soluzione. Jacopo Chiodo non solo era stato nominato imperial regio archivista e direttore dell'archivio governativo giacente presso l'ex Scuola di S. Teodoro: era stato infatti archivista anche ai tempi della trascorsa Repubblica di Venezia. La sua idea fu quella di utilizzare i 298 ambienti dei due conventi di S. Nicoletto e dei Frari, ormai soppressi e che i francesi avevano usato come caserma, per ordinare in un unico complesso tutte le carte prodotte in secoli di governo veneziano. Quei locali, una volta tra i centri culturali-religiosi più attivi della città, sarebbero potuti diventare nuovamente depositari di storia e di cultura.
L'imperatore Francesco I d'Asburgo fu l'altra anima della costituzione dell'archivio negli ex conventi di S. Nicoletto e dei Frari: convinto della necessità di costituire un "Archivio generale Veneto" trovò in Jacopo Chiodo la persona competente e di prestigio che poteva farlo decollare. Competenza da una parte ed autorità dall'altra poterono vincere una certa burocrazia finanziaria asburgica che invece non vedeva di buon occhio il progetto.
Così con aulico rescritto del 13 dicembre 1815 venne istituito l'Archivio generale Veneto.
I conventi vennero restaurati ed in parte adattati a ospitare gli atti emessi dalle magistrature della Repubblica di Venezia, l'archivio notarile e tutti gli archivi delle corporazioni religiose che erano state soppresse.
Dietro i due chiostri di S. Maria Gloriosa e quello di S. Nicoletto si estendevano gli orti dei frati, giungendo fino al rio delle "Muneghete" (da "muneghe", monache, con riferimento alle Agostiniane di Gesù e Maria) ed a quello della Saccheria.
Orti antichi (già citati in un testamento del 1271) famosi per la ricchezza di piante ed alberi da frutto: fichi, vigne, gelsi, peri, meli, susini oltre che di erbe officinali con i quali i frati facevano i loro composti di erboristeria per la "spezieria".
Nel 1851 su una parte di quest'area (tra l'abside della chiesa di S. Rocco ed il rio della Saccheria ed in parte adiacente alle mura degli ex conventi) venne a sorgere una fonderia «pella fusione di ferro e metalli nell'apposito forno» per l'iniziativa di Teodoro Hasselquist, di origine svedese.
 
Il cortile della fonderia di Alfred Neville a ridosso degli ex conventi dei Frari e di S. Nicoletto in una foto del 1894: si nota la parte absidale della chiesa di S. Rocco con il campanile ed in fondo sulla sinistra il campanile dei Frari. (Foto di Tomaso Filippi, 1852-1948, Fondo Tomaso Filippi, Archivio storico IRE, Venezia).
 
La piccola fonderia ebbe ad ampliarsi col tempo e cambiò di proprietà presumibilmente all'inizio del 1858, quando subentrò la famiglia di origine inglese di Alfred Neville.
Da questa fonderia uscirono ponti in ferro, ringhiere, lampioni, padiglioni, ma anche vasti progetti come quello di portare l'acqua potabile a tutta la città con un acquedotto in ferro. Ad Alfred Neville si devono,tra l'altro, due ponti in ferro sopra il Canal Grande, quello dell'Accademia del 1854 e quello di fronte alla chiesa degli Scalzi nei pressi della stazione ferroviaria del 1858.
Nel 1867 vi lavoravano 67 uomini  20 fanciulli (di età inferiore ai 14 anni).
L'ingresso dello stabilimento era in calle S. Nicoletto.
La presenza del forno così vicino all'ex convento, che ormai era diventato Regio Archivio, e l'ammassamento del carbone proprio sotto il muro di confine, sollevava ripetute rimostranze da parte dei funzionari dell'Archivio: così nel 1879 fu fatto obbligo di spostare il deposito del carbone ad una distanza di almeno otto metri.
Ma non erano queste le difficoltà che attraversava l'industria Neville: era sempre più difficile approvvigionare lo stabilimento posto nel cuore della città delle materie prime necessarie; era sempre più difficile trasportare prodotti sempre più voluminosi per mezzo delle scarse attrezzature del porto; era aumentata la concorrenza di altre industrie metalmeccaniche.
Presso l'attuale abitazione della comunità dei frati di S. Maria Gloriosa dei Frari c'è questa porta: una volta apparteneva al conventino di S. Nicoletto della Lattuga.
Dopo lunghe trattative con il Comune di Venezia, l'area che, in parte, era stata dei frati di S. Nicoletto e di S. Maria Gloriosa, che poi era diventata l'area della fonderia E. G. Neville & C., venne acquistata dall'amministrazione pubblica per 266.872 lire e 92 centesimi. A metà 1908 tutti i fabbricati della fonderia erano già stati demoliti per lasciar posto alla costruzione di case popolari.
Una "calle de la Fonderia" ricorda il luogo dove per mezzo secolo sorgeva l'industria di Hasselquist prima, di Neville poi.
Finalmente a 112 anni di distanza da quando erano stati costretti a lasciare S. Maria Gloriosa, i frati minori conventuali poterono ritornarvi il 25 giugno 1922. Dopo un lungo carteggio con il governo italiano i frati (era padre Guardiano Vittore Chialina) nella primavera del 1925 ottennero un'ala del fabbricato che era stata dell'antico conventino di S. Nicoletto della Lattuga (pianterreno e due piani) con il diritto di passaggio e di passeggio nel giardino (che una volta era stato quello del noviziato) per poter accedere alla sacrestia della Basilica.
Per ripristinare l'antica tradizione dello Studio dei Frari, il 13 settembre 1925 in quelle stanze si aprì un collegio liceale, poi uno studio filosofico-teologico destinato a chierici studenti minori conventuali, con una presenza fino al 1949 di frati studenti tra i 20 ed i 25. Gli ultimi tre studenti di teologia completarono l'intero corso teologico frequentando il Seminario patriarcale fino al 1952.
Oggi quell'ala che era stata del conventino di S. Nicolò della Lattuga ospita il convento dell'attuale comunità di frati minori conventuali di S. Maria Gloriosa.
    
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Pagina aggiornata il 2 marzo 2017.