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Trekking tra i Dogon e navigazione sul Niger

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Bamako
(arrivo)
Da Bamako a Mopti Bandiagara, Kani Kombole
(trekking)
Teli, Enndé, Guimini
Yawa, Dourou (trekking)
Sokolo, Djenné
da Nombori a Banani
(trekking)
Da Banani a Sanga
(trekking)
Da Mopti a Kabara
(navigazione)
Timbuctù Da Timbuctù a Mopti
Bamako, Dakkar (ritorno)
 
  
Viaggio effettuato nel dicembre 1982 - gennaio 1983
 
   
Dopo i bagagli, saliamo anche noi nel cassone del camion.
La mattina dopo ci informiamo su dove trovare un mezzo pubblico che ci porti a Dourou e da qui proseguire il nostro trekking.
Ci viene indicato il luogo della fermata alla periferia di Bandiagara dove restiamo abbastanza perplessi: infatti non c'è strada, non c'è nulla che apparentemente indichi una fermata di un autobus o di un altro mezzo di linea.
 
Questa sarebbe la fermata a Bandiagara del mezzo che ci dovrà portare a Dourou.
 
Domandiamo ancora ed inevitabilmente ci confermano che è lì che si ferma il mezzo di linea per Dourou.
Aspettiamo.
Alle 9 appare un rumoroso camion con le sponde del cassone assai alte che vedendoci subito si ferma: è questo il nostro mezzo di linea!
Un aiutante dell'autista scende dalla cabina di guida ed apre il portellone  posteriore: scendono un paio di persone con i loro bagagli.
Adesso è il nostro turno di salire. Ci dividiamo i compiti e facciamo il passamano dei bagagli tra alcuni di noi saliti a bordo ed altri restati a terra .
 
Il mezzo è semplicemente un camion sul quale carichiamo i bagagli.
 
Finalmente siamo tutti sul camion; il portellone viene rinchiuso e poco dopo il veicolo riprende la marcia.
Tra sussulti vari ci guardiamo attorno per cercare di sistemarci in modo di non cadere. Con noi ci saranno almeno una ventina di persone: uomini con borse, donne con cesti, stoffe ed altri fagotti.
Noi riusciamo a guadagnarci qualche centimetro, giusto per posare  piedi: saremo costretti a rimanere in piedi cercando di aggraparci, per non cadere, ai montanti che dovrebbero reggere il telo di copertura del cassone che non è stato disteso.
Il nostro arrivo a Dourou, appena scesi dal camion.
 
Il viaggio prosegue fra moltissimi sobbalzi mentre la mancanza di copertura ci fa mangiare tantissima polvere.
Ovviamente le alte sponde del cassone ci impediscono non solo di vedere il paesaggio, ma anche di cercare di capire a che punto siamo del viaggio.
 
Il viaggio verso Dourou nel cassone del camion cercando qualche appiglio.
 
Finalmente dopo due ore e mezza di viaggio, durante le quali il camion si è arrestato alcune volte per far scendere dei passeggeri e farne salire altri, ci si ferma.
La gente che viaggia con noi ci fa segno che è la nostra fermata dove dobbiamo scendere.
Quasi subito il portellone del cassone viene aperto dall'esterno dal solito ragazzo che ci fa segno che siamo arrivati.
Immediatamente ci organizziamo in un nuovo passamano dei bagagli ed alla fine, ancora con le gambe traballanti, siamo finalmente sulla solida terra mentre il camion, caricati altri passeggeri, riparte non sappiamo per dove.
Ci guardiamo attorno: siamo alla periferia di Dourou, di fronte alla stazione di polizia, proprio accanto all'asta portabandiera.
C'è subito qualche curioso che si ferma ad osservarci seguito da una frotta di rumorosi ragazzini.
Pubblicazioni di matrimonio di due giovani maliani affisse alla stazione di polizia di Dourou: le macchie sono le loro impronte digitali, in quanto analfabeti.
Noi ci rechiamo al posto di polizia: qui oltre al controllo dei passaporti e dei visti, compresa la famosa autorizzazione a fotografare che ci eravamo procurati a Mopti, per proseguire dobbiamo compilare individualmente un formulario dove, dichiarando che siamo consapevoli di entrare in una zona fuori del controllo delle forze dell'ordine e che lo facciamo a nostro rischio e pericolo, dobbiamo indicare anche la persona che deve essere avvertita in caso di incidente o di nostro decesso!
Mentre facciamo i debiti scongiuri, osservo un curioso foglio affisso alla porta del Commissariato: si tratta di una pubblicazione di matrimonio tra il signor Seydon Sagara, «...cultivateur..» (coltivatore) nato «...vers 1959...» (attorno al 1959) e la signorina Miribara Wagalan, «...menager...» (casalinga, ovvero senza professione) nata «...vers 1964...» (attorno al 1964). Per la data di nascita è usata la stessa formula che avevo visto sul passaporto del mio vicino di posto sull'aereo che ci portava a Bamako.
I due futuri sposi potrebbero avere dei legami di parentela, o comunque appartenere allo stesso gruppo familiare, confrontando i cognomi dei loro genitori.
Sull'atto seguono le generalità dei due testimoni presenti ed al posto delle loro quattro firme compaiono, impresse con inchiostro nero, le loro impronte digitali, essendo tutti analfabeti.
I due giovani, che celebreranno il loro matrimonio il 30 marzo, optano (è indicato sulle pubblicazioni) «...pour la polygamie» e la dote è stata concordata in 10.000 franchi maliani.
In un baracchino vicino al Commissariato vedo qualche cianfrusaglia impolverata in vendita: tra queste un cappello peul usato ed un po' malconcio, di diametro inferiore a certi cappelli giganteschi che ostentavano i Peul più ricchi ai mercati. Lo acquisto, un po' per souvenir, un po' per usarlo: se loro si riparano in quel modo dal sole, riparerà anche me!
Ancora con i bagagli a terra, davanti alla stazione di polizia di Dourou, assaliti da aspiranti portatori.
Intanto è corsa voce che c'è un gruppetto di visitatori che vuole scendere dal plateau alla falaise. Questo ha fatto radunare un po' di curiosi attorno a noi e soprattutto ragazzi che si offrono come portatori.
Definiamo con loro le nostre intenzioni e pattuiamo il prezzo.
Riprendiamo dunque il nostro trekking tra i villaggi dogon, dopo averlo interrotto l'altro ieri per poter essere di lunedì al mercato di Djenné.
Inizialmente si tratta di una tranquilla camminata che ci fa attraversare la periferia di Dourou: il paese è islamizzato, come dimostra la presenza di una moschea della quale vediamo, di lontano, il caratteristico profilo della sua architettura sudanese.
Ci troviamo ad attraversare anche qualche vecchio quartiere, del quale vediamo ancora l'impronta dogon nei caratteristici magazzini e granai quadrangolari con il tetto a cappello conico di paglia.
Passiamo di fronte ad alcune grandi case di famiglia dogon, molto malridotte ed in parte distrutte dal tempo e dall'incuria.
   
Alla periferia di Dourou una casa di famiglia in stile Dogon.
 
Un'altra casa di famiglia dogon alla periferia di Dourou.
Nessuna di quelle che vediamo rispetta rigorosamente i canoni architettonici e simbolici tradizionali dogon, così come sono stati perpetuati negli scritti di Marcel Griaule che li aveva appresi dal vecchio cacciatore Ogotemmeli: la facciata della grande casa di famiglia, o ginna, dovrebbe possedere dieci file verticali di otto nicchie quadrate che terminano in alto ciascuna con una nona nicchia rotonda, chiamata "nido di rondine". A coronamento dell'edificio dovrebbero esserci otto colonnette, ora slanciate, ora a forma di pan di zucchero, ma le precarie condizioni in cui si trovano le case di questo quartiere di Dourou non ci permettono di dire se ci fossero. Tuttavia Griaule avverte che quando la casa è stretta, può anche avere solo due o tre file verticali di nicchie al posto di dieci e le colonnine in alto possono essere meno numerose, così come quando la casa invece è più grande possono anche superare la decina: il numero tradizionale comunque è quello di dieci file verticali di nicchie e di otto pinnacoli.
Le otto file orizzontali di dieci nicchie rappresenterebbero gli otto Antenati dei Dogon e la loro discendenza, numerosa quanto le dita di una mano. Le dieci colonne di nicchie sono separate dalla porta d'ingresso: cinque file verticali di otto nicchie a sinistra ed altrettante a destra. Guardando la facciata dovrebbe essere come vedere due mani con le dita distese, a sinistra e a destra della porta della casa.
Tra le persone che incontriamo lungo il cammino, sono frequenti i fumatori di pipa.
 
Le nicchie rappresentano le abitazioni degli Antenati e non devono mai essere chiuse, perché gli Antenati devono respirare.
Sulla porta dovrebbero essere scolpite le immagini degli uomini e delle donne nati dai primi Antenati, la serratura della porta sarebbe l'altare degli Antenati e spesso vi sono rappresentati due personaggi: il guardiano e sua moglie.
A volte sopra il pannello può essere scolpita, più grande, un'altra coppia: in questo caso si tratterebbe della coppia umana primordiale.
I buchi circolari sopra le nicchie sarebbero i pollai degli Antenati e le colonnine poste in alto, a mo' di cresta della facciata, sarebbero gli altari degli Antenati.
La facciata nel suo insieme si presenta come una scacchiera, con quadrati scuri, le nicchie in ombra, e parti chiare, il muro pieno alla luce del sole.
Questa alternanza di quadrati neri e bianchi è un elemento che troviamo spesso tra i Dogon: simboleggia la coperta dei morti ottenuta cucendo assieme otto strisce di tessuto fatto di quadrati bianche e neri, ci riporta alla memoria la tessitura e quindi la delimitazione del campo coltivato, con la terra dissodata e delimitata da tanti quadrati che contengono la pianticella.
Abbiamo ormai lasciato Dourou e ci stiamo incamminando verso il bordo del plateau.
 
Compagni di cammino per un breve tratto sul sentiero del "plateau": il loro passo era più spedito del nostro e ci hanno presto superato.
 
Non siamo sempre soli durante il viaggio: a volte veniamo superati da uomini e donne carichi di ceste, borse, fagotti, che tengono un passo più spedito del nostro.
Forse ai loro occhi diamo l'impressione di essere un'armata Brancaleone allo sbando, mentre loro stanno camminando perché hanno le loro cose da fare, i loro commerci, le loro relazioni, i loro impegni. E' un po' come quando noi, pendolari in automobile per lavoro, ci troviamo in mezzo ad automobili di turisti che procedono a passo d'uomo per ammirare il paesaggio.
Più rari sono i viaggiatori che incrociamo, cioè quelli diretti verso Dourou; con loro ci si saluta sempre, con ampi sorrisi ed inchini.
Con un viaggiatore locale che fuma una pipa di terra nera cerco anche di avviare una piccola conversazione, ma senza troppo successo: lui si mette in posa per farsi fotografare e dopo saluta e riprende il suo cammino.
La strada per scendere alla base della falesia di Bandiagara presenta suggestivi scorci di rocce.
Il sentiero che ci porterà a Nombori si insinua in una profonda gola scavata forse da qualche torrentello che non vediamo ma del quale notiamo una presenza indiretta nella vegetazione un po' più abbondante.
 
Per scendere percorriamo gole profonde. Sulle spalle porto il cappello Peul che ripara certamente dal sole, ma è molto più pesante del mio cappellino di cotone.
 
Su certi passaggi bisogna prestare un po' d'attenzione.
La discesa si fa sempre più ripida ed anche un po' accidentata: per fortuna la caviglia che mi si era slogata scendendo verso Kani Kombole non mi dà più dolori, anche se rimane ancora leggermente gonfia, ma devo tener conto che sono passati appena quattro giorni durante i quali non la ho certamente tenuta a riposo.
In qualche tratto sono stati posti dei tronchi per agevolare il superamento di alcuni ripidi passaggi.
Poi, all'improvviso, la gola si affaccia sul vuoto sulla rossiccia pianura di Seno e dobbiamo respirare a pieni polmoni: la visione è senz'altro mozzafiato!
 
Poi improvvisamente la gola si apre sulla pianura di Seno.
 
A Nombori acquistiamo un agnello per la cena: il macellaio del villaggio lo sta uccidendo per noi.
Continuiamo la discesa, ora più tranquilla e facile, sul sentiero che ormai è uscito dall'altopiano e ci sta conducendo rapidamente ai piedi del plateau.
Quasi senza accorgerci, appena terminata la discesa, raggiungiamo il villaggio di Nombori dove ci fermiamo un po' per rinfrancarci.
Complici i nostri portatori, ci viene proposto di acquistare un agnello per la cena. Dopo un breve scambio di idee tra noi, decidiamo di accettare, ben sapendo che l'offerta non è disinteressata. I portatori sicuramente otterranno una piccola mancia per l'affare concluso e questa sera potranno mangiare carne di agnello, fatto che non deve capitare loro molto di frequente.
Saranno loro questa sera a prepararlo ed a cucinarlo. Intanto l'agnello viene ucciso ed i portatori se ne fanno carico per il trasporto.
Riprende così il nostro camminare ai piedi della falesia che teniamo sempre alla nostra sinistra.
All'altezza del villaggio di Idieli-Goudana, o Idieli basso, che attraversiamo, notiamo arroccate al riparo della parete protettrice dell'altopiano, che qui è ricca di successive stratificazioni, alcune costruzioni Tellem, gli antichi abitanti scacciati dall'arrivo dei Dogon.
 
Incastonate nelle stratificazioni rocciose della parete della falesia ci sono ancora le antiche costruzioni Tellem.
Sono i tipici granai a torre dell'architettura tellem, incastrati sotto una roccia: sembrano aggrapparsi alla falesia per non scivolare giù.
Tra Idieli e Komokani il sentiero sembra essere il letto asciutto di un "wadi".
Alcune di queste costruzioni sono ancora oggi utilizzate dai Dogon per le loro sepolture o anche semplicemente come magazzini.
Dopo Idieli il nostro peregrinare ci fa percorrere il letto asciutto di un wadi giungendo così a Komokani quando la falesia proietta la sua ombra sul villaggio sottostante.
Come sempre il nostro arrivo suscita la curiosità di tutto il villaggio. Ci facciamo condurre dal capo villaggio per chiedere il permesso di accamparci e di poter attingere l'acqua dal pozzo. Ci viene subito accordato, senza chiedere nulla in cambio.
I nostri portatori si fanno avanti protestando per i soldi che avevano concordato con noi: sono troppo pochi, dicono. Forse si sono consigliati con qualcuno del villaggio. Ma noi li paghiamo lo stesso prezzo che avevamo pagato nei giorni scorsi agli altri, nella prima parte del trekking. Inoltre facciamo notare che quel prezzo a loro andava bene questa mattina e non possono metterlo in discussione adesso.
In conclusione, se a loro non va bene, possono tornare anche indietro: per portare neppure tante cose, zaini personali e qualche bagaglio collettivo, domani possiamo anche arrangiarci da soli, oppure chiedere a qualcuno di Idieli di accompagnarci per lo stesso prezzo.
Il nostro accampamento a Komokani: abbiamo sempre spettatori interessati a quello che stiamo facendo.
Le loro richieste sembrano al momento rientrare, così possiamo dedicarci a preparare l'accampamento nel luogo che ci era stato indicato, uno spiazzo appena fuori le case del villaggio sotto alcuni imponenti baobab.
Ormai abbiamo capito come disporre le tende in modo da evitare che i ragazzini spinti dalla curiosità, girandoci attorno, inciampino sui tiranti che le sorreggono: una specie di semicerchio che permette loro una comoda visuale sul nostro campo; così soddisfiamo la loro naturale curiosità senza costringerli ad insinuarsi tra tenda e tenda.
I portatori si danno da fare con l'agnello che abbiamo acquistato a Nombori: lo preparano mentre c'è chi si occupa del fuoco.
E' buio quando, alla luce delle lampade a petrolio, cominciamo a mangiare l'agnello: forse avrebbe avuto bisogno di una cottura migliore, la carne è ancora troppo fresca essendo stato macellato poche ore fa, ma non guardiamo troppo per il sottile. Naturalmente offriamo la carne al capo villaggio ed anche ai nostri portatori che non si fanno pregare.
Non abbiamo difficoltà a crollare nelle nostre tende per il sonno e la stanchezza dopo una giornata così intensa che era iniziata con un viaggio di due ore e mezzo dentro il cassone di un camion.
I tetti del villaggio di Tirelli (o Ireli?).
Il giorno dopo, alle prime luci dell'alba, siamo già in piedi per smontare l'accampamento e riordinare le nostre cose. I nostri portatori non sembrano dare segni d'irrequietezza dopo la protesta di ieri sera.
Alle sette e mezza la nostra carovana si muove ed appena in tre quarti d'ora raggiungiamo Tirelli, un altro villaggio le cui case iniziano dove termina la pianura e si inerpicano sulla base della falesia.
Durante il nostro camminare incrociamo altri viandanti con i quali ci si scambia sempre un saluto.
Se il nostro saluto è abbastanza formale, quello invece dei locali è molto colloquiale, pieno di domande e di auguri di buona salute, come quello di un anziano proveniente da Sanga che incrociamo tra Tirelli ed Ireli: «Come stai?», «Come stanno i tuoi figli?», «Come stanno le tue capre? e gli agnelli?», «Come stanno i tuoi genitori?»; «Come stanno le tue mogli? e i cugini?», «Vai a Sanga? non c'è ancora molta strada», «Oggi è buono il mercato di Sanga, io ci sono appena stato», «Tu da dove vieni? dall'Italia? e dov'è l'Italia, dopo Sanga? ci sono mercati in Italia? ci sono capre?...».
Saluti molto cerimoniosi e mai frettolosi, segno di persone che vivono il tempo a loro misura e non si fanno condizionare dalla misura del tempo.
 
Il villaggio di Tirelli con in primo piano un albero di baobab.
 
Ormai, dopo Tirelli, è un susseguirsi di villaggi: Ireli, Banani...
E' sempre difficile distinguere dove ne termina uno e ne inizia un altro. Non incontriamo molte persone nei villaggi: le donne, impegnate soprattutto a trasportare acqua con grandi calebasse rotonde, una zucca tagliata e svuotata usata come recipiente, bambini incuriositi dalla nostra presenza che altrimenti se ne stanno a giocare tra la polvere nei cortili delle case, qualche anziano seduto all'ombra immerso nei suoi pensieri.
Passando tra le case vediamo sul muro di una di esse gli avanzi macabri di un rito sacrificale: tenuti fermi da argilla ormai essiccata ci sono decine di teste e di coppie di zampe di uccelli che in origine dovevano avere il piumaggio nero.
Il "togu-na", o casa della parola, dove gli uomini decidono le sorti del villaggio.
 
Un muro con i resti di offerte sacrificali ("gri-gri").
 
Si tratta di un gri-gri, un rito magico legato alla credenza secondo la quale se una donna incinta sente cantare degli uccelli notturni perderà il bambino che ha in grembo.
Noi vediamo questi villaggi come un ammasso caotico di costruzioni, case, granai, magazzini, muretti di confine che delimitano piccoli fazzoletti di terra destinati alla coltivazione, soprattutto delle cipolle, e forse è proprio così.
In realtà il villaggio dogon dovrebbe avere una struttura che segue determinate regole, anche se è difficile trovarne uno fedele a causa delle irregolarità di questo suolo tormentato, al quale i villaggio deve adattarsi.
Il villaggio è concepito a immagine del cosmo del quale è la proiezione terrestre. Esso dovrebbe riprodurre la forma del corpo del Nommo, il grande Antenato, steso supino da nord verso sud, dove la testa è rappresentata dalla casa del consiglio, o casa della parola (togu-na), costruita su una piccola piazza che simboleggia il campo primordiale delimitato dall'Antenato.
Il togu-na, o casa della parola, è il luogo dove gli uomini si riuniscono per appartarsi e discutere e dove gli anziani del consiglio prendono le decisioni che riguardano la vita del villaggio ed esercitano la giustizia.
Un anziano del villaggio seduto davanti al "togu-na".
Esso consiste in uno spesso tetto orizzontale formato da strati successivi di fascine di steli di miglio. Questo riparo poggia su un'armatura di tronchi sostenuta da delle tozze colonne, di legno o di pietra, disposte su tre file.
Il togu-na ricorda la struttura sotto la quale deliberavano gli otto Antenati primordiali, quando avevano ancora forma umana, prima di trasformarsi in Geni dell'acqua.
 
L'interno di un "togu-na": non si può restare in posizione eretta, ma solo accovacciati. Le decisioni devono essere prese con saggezza e non sotto l'effetto dell'ira. Qui lo scatto d'ira non è possibile perché non è possibile alzarsi.
 
Le case della parola dovrebbero essere orientate secondo i quattro punti cardinali: le otto colonne non solo simboleggiano gli otto Antenati, ma sono esse stesse gli otto Antenati: sono tozze come i loro busti; gli Antenati stanno seduti a consiglio con le teste inserite nei tronchi della travatura che sostiene le fascine di miglio.
Le colonne, formate di pietre a secco oppure ricoperte di argilla mista a paglia, sono disposte su tre file orientate da nord a sud.
Le due file esterne dovrebbero avere tre colonne ciascuna, mentre quella interna solo due.
 
Un altro "togu-na": su una colonna c'è un motivo "kanaga".
 
Sedendosi all'interno del togu-na, stando rivolti a nord, la prima colonna è quella in fondo a sinistra (all'angolo di nord-ovest), la seconda al centro del lato di sinistra (ovest), la terza all'angolo di sud-ovest, la quarta all'angolo di sud-est, la quinta a metà del lato di destra (est), la sesta in fondo a destra (angolo di nord-est), la settima colonna, simbolo del Settimo Antenato, signore della parola, cioè colui che la insegna, è quella centrale del lato nord e l'ottava colonna, simbolo dell'Ottavo Antenato il Lebé, cioè la parola stessa che viene insegnata dal Settimo è ancora centrale, ma verso il lato sud.
In questo modo le otto colonne (otto antenati) sono disposte come un serpente acciambellato, a spirale, in modo di abbracciare il Settimo Antenato ed il Lebé.
Tutta la struttura del togu-na è bassa: non si riesce a starvi dentro in posizione eretta, ma solo da seduti.
E' fatta così perché gli anziani, che devono prendere le decisioni che riguardano gli affari del villaggio, non abbiano da adirarsi: l'ira infatti non fa deliberare con saggezza, ma è impulsiva.
Nei momenti in cui l'uomo si arrabbia, si adira, d'impulso si alzerebbe per sopraffare gli altri; ma qui, sotto il basso togu-na, non può alzarsi. Già questo gli fa sbollire l'ira ed assumere con più ponderatezza e saggezza le decisioni nel consiglio.
A nord del togu-na dovrebbe essere collocata la fucina, ovvero la casa del fabbro.
 
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Pagina aggiornata il 20 marzo 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo