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México y Yucatán

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   Viaggio effettuato nel gennaio-febbraio 1993
   
Ci troviamo a Chichén Itzá, in una mattina tranquilla, quando ancora non c'è la ressa dei visitatori, nella grande spianata sulla quale si eleva isolato "el Castillo", nome dato dagli Spagnoli in quanto sulla sommità di questa piramide Francisco de Montejo nel 1533 aveva posto il proprio quartier generale (e forse anche un cannone). Ma in realtà già all'epoca si chiamava piramide, o tempio, di Kukulkán, come riferisce anche Diego de Landa nella sua "Relación de las Cosas de Yucatán".
La piramide presenta degli elementi prettamente toltechi, o dell'altopiano centrale del Messico, come le teste di serpente ai piedi della scalinata principale, le colonne serpentiformi, il "talud", o piano inclinato che rinforza la parte inferiore delle pareti del tempio, le decorazioni in pietra che coronano il tetto sostituendo le "creste" maya.
 
La piramide di Kukulkán, detta anche "el Castillo", che vediamo a Chichén Itzá è la seconda piramide costruita: la prima si trova al suo interno.
Il giaguaro dagli occhi di giada nascosto all'interno della piramide di Kukulkán altro non è che un trono zoomorfo.
 
C'è tuttavia, in generale, una delicatezza ed una finezza sconosciute alla cultura tolteca, come gli angoli arrotondati e certe linee molto ammorbidite. Una caratteristica particolare è data dalle quattro scalinate, una per ogni lato della piramide.
Questa è la piramide oggi, ma ricordiamoci che si tratta della seconda piramide costruita, inglobandone al suo interno una più antica, sempre del periodo maya-tolteco. Si può raggiungerne la sommità attraverso una galleria.
Si entra pochi alla volta, data la limitatezza dello spazio: all'interno si fa veramente la sauna per un caldo umido soffocante che toglie il respiro (e fa crescere delle muffe verdastre sulle pareti interne del cunicolo).
Questa piramide interna venne scoperta solo nel 1937 ed ora siamo nella sala del trono: davanti a noi c'è il giaguaro dagli occhi di giada, un trono zoomorfo che mostra un giaguaro dipinto di rosso, di stile più maya che tolteco, le cui macchie sono riprodotte con degli intarsi di giada e madreperla. Anche la doppia stanza, la volta ed il fregio del tempio nascosto sono tipicamente maya.
Una parte delle rovine di Chichén Itzá viste dall'alto della piramide di Kukulkán, verso la zona del Tempio dei Guerrieri e del Gruppo delle Mille Colonne.
Saliamo i gradini di una delle quattro scalinate della piramide. Ci siamo dimenticati di contarli, ma i gradini sono 91; 91 per le quattro scalinate dà un totale di 364 gradini, ai quali dobbiamo aggiungere quello che sta all'ingresso del tempio posto sulla sommità, quindi abbiamo complessivamente 365 gradini, quanti sono i giorni di un anno.
 
La nostra salita sulla piramide di Kukulkán di Chichén Itzá.
 
Questi ed altri riferimenti astronomici sono rinvenibili a Chichén Itzá, e sono sicuramente riferimenti maya e non toltechi.
Dall'alto della piramide abbiamo una completa visione di tutta l'area.
Scesi ci dirigiamo verso il tempio dei Guerrieri con a fianco il Gruppo delle Mille Colonne: quest'ultimo venne costruito in più fasi. Naturalmente ci ricorda le colonne che stanno ai piedi del Tempio di Tlahuizcalpantecuhtli nell'area del Palacio Quemado a Tula, ma qui gli spazi sono stati trattati con maggiore abilità.
C'è una sorprendente elasticità nel delimitare gli spazi, nel giocare con le pareti divisorie, nel fare da ponte, e contemporaneamente separare, le due piazze.
Le colonne serpentiformi all'ingresso del Tempio dei Guerrieri di Chichén Itzá
Ben altra cosa di Tula, tutto sommato grezza e primitiva: a Chichén Itzá le colonne sono finemente decorate con motivi che restano toltechi. Qui l'idea originaria tolteca dell'area con le colonne addossata all'edificio è mantenuta ma nella realizzazione si è trasfigurata assumendo dei toni di raffinata eleganza.
 
La piattaforma del Gruppo delle Mille Colonne.
 
Così come è cambiata la copertura: a Tula i Toltechi poggiavano sui pilastri e sulle colonne gli architravi e sopra di questi un tetto di legno e paglia; a Chichén Itzá i Maya, sposata l'impostazione tolteca, la raffinarono: gli architravi sulle colonne sorreggono la volta maya. In questo modo la volta non è più vincolata dallo spessore dei muri, non si resta più legati agli ambienti interni stretti e sacrificati, ma finalmente si riesce a realizzare una sala ipostila.
 
Il Chacmol del tempio dei Guerrieri di Chichén Itzá.
 
Salendo la gradinata che porta al Tempio dei Guerrieri incontriamo la figura tolteca del Chacmol, mentre sulle pareti esterne della facciata troviamo tanto elementi locali della tradizione maya, nelle decorazioni e nei mascheroni di Chac rappresentato con il lungo naso proboscidato rivolto all'insù, quanto apporti toltechi, quando vediamo bassorilievi con aquile e giaguari che divorano cuori umani.
L'interno del Tempio dei Guerrieri non è più visitabile, a differenza di tredici anni fa. La botola dalla quale si accede attraverso delle scale all'interno del tempio, dove oltre a bassorilievi e colonne (e mi pare di ricordare anche delle pitture murali) si potrebbe ammirare la tecnica costruttiva delle volte, è chiusa con un lucchetto. Probabilmente è interdetta alla visita per il gran numero di visitatori che con la loro sudorazione corporea e conseguente umidità minaccerebbero di deteriorare l'interno.
Passiamo accanto alla Piattaforma di Venere: dietro ci sono degli operai che stanno estirpando una bassa vegetazione che infesta resti di rovine. Vediamo anche una scultura che rappresenta una testa del Serpente Piumato isolata, in mezzo ai rovi.
Stiamo percorrendo un sache, una strada rialzata sacra, che porta verso il cenote dei sacrifici.
I cenote frequenti nello Yucatán: si tratta di grotte di origine carsica sulle quali il terreno è collassato aprendo così delle voragini, anche molto profonde. Ce ne sono anche davanti alla costa, sotto la superficie del mare, ad esempio davanti al Belize.
Il cenote dei sacrifici di Chichén Itzá ha un diametro di una sessantina di metri.
Per gli antichi abitatori dello Yucatán i cenote rappresentavano dei veri e propri pozzi, delle cisterne naturali d'acqua. Non dimentichiamo che lo stesso nome di Chichén Itzá significa, appunto, "vicino ai pozzi degli Itzá": infatti qui c'è anche un secondo cenote, quello di Xtoloc, chiamato anche cenote civile per distinguerlo da questo che aveva invece una funzione religiosa.
In questo cenote avvenivano dei sacrifici umani, che si sono protratti ben oltre l'arrivo degli spagnoli: ce ne parla il frate Diego de Landa nella sua "Relación de las Cosas de Yucatan": «...tenían la costumbre de arrojar hombres vivos a este pozo como sacrificio a los dioses, y creían que no morían a pesar de que no los volvían a ver jamás. También arrojaban muchas otras cosas, como piedras preciosas y objectos de valor.»
Il pozzo è largo una sessantina di metri e l'acqua, verdina perché ristagnante, sta ad una ventina di metri sotto di noi ed è profonda tra i 6 ed i 12 metri. Naturalmente si riempie di più dopo le piogge.
Il cenote è stato più volte ispezionato, dall'inizio del XX secolo in poi: vi sono stati ritrovati resti di scheletri (anche di un bambino della presumibile età di diciotto mesi) ed una certa quantità di oggetti d'oro, pietre preziose, giade, ceramiche, pezzi di metallo, frammenti di tessuti. Pur appartenendo per la maggior parte alla tarda epoca post-classica, non sono tutti toltechi: ci sono oggetti maya, ma anche altri provenienti da lontano, come dalla zona di Panamá.
Il Gioco della Pelota (sferisterio) di Chichén Itzá.
Ripercorriamo il viale verso la spianata principale di Chichén Itzá e ci portiamo verso lo sferisterio, passando accanto alla piattaforma di Venere e quella dei Giaguari e delle Aquile. L'apparato decorativo è di ispirazione tolteca ed anche la loro struttura ricorda quella di un'altra piattaforma a Tula, al centro della piazza principale.
Vicino c'è il Tzompantli, con l'interminabile sequenza di crani umani impalati che ci ricorda la sua funzione in relazione ai sacrifici umani.
 
Un particolare del basamento dello "Tzompantli"di Chichén Itzá, con l'ossessiva rappresentazione dei teschi umani.
 
Giungiamo finalmente allo sferisterio, lungo 168 metri, il più grande, il più bello e probabilmente anche il più restaurato tra i cinquecento sferisteri conosciuti finora in Mesoamerica.
Complessivamente sei sono gli sferisteri di Chichén Itzá, ma questo era il più importante.
Da un lato sorge il Tempio dei Giaguari, nel quale dominano elementi trattati con grande abilità: le terrazze degli spettatori sono bordate da un lungo ed interminabile Serpente Piumato che proietta la sua testa al di là del muro.
Vista laterale sul Tempio dei Giaguari di Chichén Itzá.
 
Le colonne serpentiformi del Tempio dei Giaguari, che si affaccia sullo sferisterio di Chichén Itzá, sorreggono l'architrave dell'ingresso.
 
Le colonne serpentiformi del tempio dei Giaguari presentano le fauci aperte e la coda a sonagli e sorreggono l'architrave della porta d'ingresso. Un altro serpente circonda la base del tempio e le teste del rettile, agli angoli, si lanciano nel vuoto.
Sulle pareti dello sferisterio c'è la rappresentazione dell'esito cruento di questi incontri rituali: il vincitore, a sinistra, con il coltello taglia la testa allo sconfitto. Fiotti di sangue spruzzano dalla testa e dal corpo decapitato trasformandosi in serpenti: su un disco il Dio della Morte sembra sogghignare soddisfatto.
 
Uno degli anelli dello sferisterio di Chichén Itzá.
 
Alle pareti dello sferisterio sono infissi gli anelli, decorati con un intreccio di serpenti. Alla loro base un bassorilievo descrive il sacrificio alla fine di un incontro rituale di gioco della pelota: alla presenza delle due squadre, abbigliate di tutto punto, comprese le protezioni proprie del gioco rituale, uno degli atleti, reggendo ancora il coltello, sostiene la testa della vittima decapitata dal cui collo spruzzi di sangue si trasformano in serpenti ed in una pianta con fiori. Sopra un disco è raffigurata la maschera del Dio della Morte che sembra ghignare, mentre dalla sua bocca escono eleganti volute a simboleggiare la parola.
In questo modo l'apparato sanguinario rituale dei Toltechi si mischia con l'arte più colta ed elevata dei Maya nella nuova città di Chichén Itzá.
Alle 9.15 sentiamo il rumore di un aereo che sta atterrando nel vicino aeroporto di Chichén Itzá: addio pace e tranquillità! Sta portando i turisti dalle spiagge di Cancún a visitare, con un mordi e fuggi, questo luogo spettacolare.
Imbocchiamo così il sentiero che ci porta verso la parte meridionale delle rovine.
Da qui in poi troviamo la vecchia Chichén Itzá, quella preesistente all'ultima "invasione" tolteca.
 
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Pagina aggiornata il 23 marzo 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo