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México y Yucatán

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   Viaggio effettuato nel gennaio-febbraio 1993
   
Il nostro autobus a Campeche, davanti alla Hotel López, con il nostro autista Víctor Villalobos in attesa di caricare i nostri bagagli per la partenza.
Alle 8, bloccando come al solito il traffico della Calle 12, carichiamo velocemente i bagagli sul bus ed alle 8.20 Víctor mette in moto.
La strada costeggia per ampi tratti il golfo del Messico fino a Champotón, dove ci fermiamo per fare rifornimento di gasolio e poi deviamo verso l'interno fino ad Escárcega.
Ad Escárcega non c'è praticamente nulla: un incrocio, una stazione di servizio, quattro case, alcuni baracchini lungo la strada ed un albergo, probabilmente per camionisti con dotazione di "signorine" gentili. Tuttavia mi fermo per prenotare le camere per noi per quando ripasseremo di qui provenienti da San Cristobál diretti verso Quintana Roo.
La sosta è solo di un quarto d'ora e poi siamo di nuovo in viaggio: alle 13 attraversiamo il ponte sul Rio Usumacinta. Poco prima delle 14 siamo già a Palenque: all'Hotel Maya, data l'ora, le camere non non sono ancora pronte, ma facciamo sistemare almeno Umberto con la febbre e Raffaella: anche lei oggi con la febbre a 39.
L'autobus in un primo momento sembra non aver voglia di ripartire, ma alla fine, scesi tutti a spingerlo, si rimette in moto e Víctor ci porta all'ingresso dell'area archeologica di Palenque.
La piramide con il Tempio delle Iscrizioni: in primo piano, un po' sulla sinistra, "el palacio" del quale si vede la torre.
Mentre visiteremo le rovine, l'autista porterà l'autobus da un meccanico: potrebbe essere un problema del motorino di avviamento oppure del blocco della chiave.
E' con una certa eccitazione che ripercorro, dopo tredici anni, la strada che porta verso le rovine. So già che, in fondo a destra, preceduta da altri edifici tra cui il Tempio del Teschio (Templo de la Calavera), rivedrò la piramide del Tempio delle Iscrizioni.
A differenza di Uxmal, noi non conosciamo come i Maya chiamassero originariamente questa loro città. Qui vicino, a tredici chilometri di distanza, sorgeva il villaggio di Santo Domingo del Palenque, fondato nel 1564 dal padre missionario domenicano Pedro Laurencio. Il villaggio era protetto da una palizzata e quando vennero scoperte le rovine vennero chiamate Palenque dai primi esploratori.
Quando arrivo ai piedi della scalinata mi guardo attorno. Riconosco la stessa vegetazione verde, le stesse colline che formano una scenografia sempre bella e piacevole con piani di diverse altezze: la piattaforma artificiale del Palazzo, la collina davanti alla quale emerge la piramide del Tempio delle Iscrizioni, una collina più alta che è già un primo contrafforte della Sierra de Chiapas, segnata dalla presenza dei Templi della Croce, del Sole e della Croce Fogliata mentre a sinistra c'è un piano più basso che viene quasi sbarrato in fondo dall'altro terrapieno del Gruppo Nord.
 
Il sito archeologico di Palenque.
 
Tutto attorno c'è la foresta sempreverde percorsa dal Rio Otolum, un piccolo affluente del Rio Usumacinta che avevamo attraversato su un ponte neppure due ore fa.
I Maya erano intervenuti sul Rio Otolum, dividendolo in due rami, dei quali uno era stato canalizzato in una galleria coperta da volte a mensola che attraversava il centro cerimoniale, tra il Palazzo ed il Tempio della Croce.
Quello che è cambiato, nel mio ricordo della visita che feci tredici anni fa, è l'affluenza dei visitatori: ne ricordavo molto meno ma, si sa, il turismo si diffonde sempre più e chissà come saranno queste località fra altri tredici anni!
Il cunicolo all'interno della piramide del Tempio delle Iscrizioni di Palenque.
Naturalmente la nostra visita inizia proprio dalla piramide del Tempio delle Iscrizioni, uno dei maggiori edifici di Palenque.
Saliamo i gradoni della piramide e giungiamo sulla piattaforma sulla quale è costruito il Tempio delle Iscrizioni.
 
La piramide del Tempio delle Iscrizioni a Palenque.

Da qui abbiamo una vista totale sulle rovine ed apprezziamo anche il paesaggio complessivo con questa specie di anfiteatro di verde costellato dal grigio degli edifici maya.
Gli ambienti all'interno del tempio sono relativamente spaziosi, in confronto ad altri che abbiamo visto nell'architettura maya. Infatti a Palenque i costruttori sono riusciti a realizzare degli spazi più ariosi, da un lato alleggerendo all'interno il muro che divide la galleria anteriore da quella posteriore, dall'altro non facendo gravare il peso della "cresta" dell'edificio sul muro posteriore (che in questo modo risultava di grande spessore, massiccio e senza aperture), bensì costruirono le "creste" degli edifici al centro del tetto, traforandole per dare leggerezza e facendo scaricare il loro peso sul muro divisorio interno delle due gallerie.
Entriamo nel tempio attraverso una delle cinque ampie porte: il secondo vano del tempio conserva una parete fittamente scolpita con 620 glifi che raccontano la storia del luogo. Si tratta di una delle più lunghe iscrizioni maya che sia pervenuta a noi, assieme a quella della Scala dei Geroglifici di Copán, in Honduras.
Proprio per questa lunga sequenza di glifi, dai quali veniamo a sapere che il tempio venne edificato nel 692 d. Cr., il tempio venne chiamato "delle iscrizioni".
Ma l'unicità di questo tempio proviene da un altro fatto. Proprio qui, dove ci troviamo ora all'interno del tempio, l'archeologo messicano Alberto Ruz Lhullier nel 1949 scoprì un cunicolo occultato da una grossa lastra di pietra. La lastra venne rimossa lasciando intravedere delle scale che scendevano all'interno della piramide; tuttavia tutto era stato ostruito da macerie. Ci vollero quasi tre anni di tempo per rimuovere tutte le rovine e liberare le scale ed i corridoi, giungendo così ad un muro interno con un deposito di offerte e, dietro, la sepoltura di cinque uomini ed una donna, a guardia di un altro sepolcro e compagni nel viaggio nell'aldilà di un altro personaggio. Infatti rimovendo una grossa lastra trapezoidale Alberto Ruz scoprì una cripta segreta nel cuore della piramide.
Il sarcofago di Pacal all'interno della cripta nella piramide del Tempio delle Iscrizioni.
In generale, nelle culture mesoamericane, la piramide è solo il basamento fatto per innalzare il livello del tempio. Nel caso di Palenque ci troviamo di fronte ad un edificio costruito intenzionalmente per occultare la tomba di un personaggio, la cui importanza è stata capitale nella storia della città (oggi sappiamo che si tratta di Pacal). Oppure il luogo di questa sepoltura, di un personaggio tanto importante, è stato ritenuto tanto sacro da dovervi costruire sopra un tempio che lo inglobasse.
A differenza di alcune sepolture che sono state introdotte posteriormente all'interno di altri edifici precolombiani, questa è una tomba che è stata progettata per restare nascosta sotto l'enorme costruzione della piramide del Tempio delle Iscrizioni.
Scendiamo dunque anche noi per le scale che ci portano nel luogo più segreto della piramide.
Si scende diritti per il cunicolo coperto da una successione di volte a mensola, fino a raggiungere un corto corridoio, praticamente con le funzioni di pianerottolo, dove si aprono due gallerie di ventilazione che prendono l'aria da un piccolo patio nascosto all'esterno. Dentro comunque l'aria è molto calda e piena di umidità.
Da questo pianerottolo le scale continuano nella direzione opposta, fino a giungere ad un livello più basso della base esterna della piramide: siamo in pratica sottoterra, con tutto il corpo della piramide sopra di noi.
Ci affacciamo finalmente sulla cripta nascosta, che misura sette metri di lunghezza, 3,75 di larghezza massima ed è alta sette metri.
Qui torno a vedere, dopo 13 anni, il grande sarcofago ricavato da un unico blocco di pietra e coperto dalla grande lapide scolpita di 3,80 metri di lunghezza, 2,20 di larghezza e di 23 centimetri di spessore.
 
La cripta all'interno della piramide del Tempio delle Iscrizioni che contiene il grande sepolcro di Pacal, fotografata 13 anni fa nel 1980.
 
Così si presenta oggi la cripta ed il sepolcro con la lastra tombale di Pacal.
 
Quando venne sollevato il coperchio, del peso di circa 8 tonnellate, si scoprirono i resti dell'importante personaggio che vi era adagiato (ormai unanimemente ritenuto Pacal), il cui scheletro era ricoperto di gioielli di giada, perle, ostriche perlifere ed oggetti simbolici.
Sulla lastra vennero rinvenute due piccole teste modellate in stucco, alcuni vasi e monili.
I muri della cripta sono decorati con i rilievi in stucco di nove personaggi, che forse rappresentano i Bolontikú, ovvero i Nove Signori della Notte della mitologia maya.
Si resta sempre stupefatti di fronte ad una tale opera, tenuto conto dei limitati mezzi tecnici a disposizione dei costruttori, che ignoravano la metallurgia e dovevano fare i conti anche con l'enorme pressione esercitata sulla cripta dalla massa della piramide.
Non ne sono certo, ma rispetto a tredici anni fa, ho l'impressione che la pietra tombale sia stata alzata di una decina di centimetri, forse per permettere ai visitatori di osservare il sarcofago sottostante; ma forse è solo una conseguenza del tempo trascorso che ha affievolito il mio ricordo. L'illuminazione è sempre radente, per mettere in risalto i dettagli del bassorilievo.
Sappiamo che su questo sarcofago, anni addietro, si sono scatenati i fanta-scrittori, come Erich von Daniken, attribuendo origini extraterrestri al povero Pacal che, nella pietra tombale, sarebbe raffigurato come un astronauta: non so se ci siano ancora nostalgici di queste fiabe, ma la conoscenza della mitologia maya e l'evidenza dei fatti non può che tenerci con i piedi sulla nostra cara, vecchia, Terra!
Il Tempio del Sole con la sua bella "cresta" traforata.
 
Ripercorriamo in senso inverso le scale da dove eravamo scesi e finalmente possiamo ricevere una boccata d'ossigeno, dopo il caldo soffocante che abbiamo patito là sotto, appena riemersi sulla sommità della piramide.
Da qui ridiscendiamo per portarci alla visita di un gruppo di templi abbastanza vicini tra loro, cominciando dal Tempio della Croce.
E' un bel tempio, sormontato da una leggera "cresta" traforata, della quale si ignora il significato.
Come già detto, a Palenque le "creste" sugli edifici (non solo religiosi, ma anche civili, come dimostrano delle tracce visibili sul Palazzo) non erano collocate in corrispondenza del muro posteriore, ma al centro del tetto, dove c'era il muro interno di sostegno che divideva i due corridoi.
 
Il Tempio della Croce a Palenque.
 
A Palenque troviamo un'altra caratteristica: a differenza di molte località maya nelle quali c'è stata un'abbondanza di produzione di stele, qui i fatti importanti sono ricordati da grandi lapidi messe a rivestimento dei muri di alcune stanza, come ad esempio la Lapide degli Schiavi che ho fotografato nel mio precedente viaggio nel piccolo museo annesso all'area archeologica.
Anche il Tempio della Croce (Templo de la Cruz), come gli altri vicini, aveva questi bassorilievi ed è proprio una di queste lastre a dare il nome all'edificio, che era stato chiamato nel 1840 dall'esploratore John Lloyd Stephens semplicemente "Casa n. 2". Il motivo ornamentale della lastra era una croce posata sopra due ossa mandibolari: sopra era raffigurato un quetzal, l'uccello sacro dei Maya, ed a fianco due personaggi. Questa lastra, che diede il nome de la Cruz al tempio in cui era collocata, all'epoca diede origine a dispute accese da parte di coloro che avevano interpretato la "croce" in senso cristiano: sarebbe stata la prova che popoli cristiani erano vissuti in America prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo! Ma questi non avevano visto che la "croce" dei Maya non era quella dei cristiani: era solo un albero stilizzato, con i simboli della morte (le ossa) e del sole (il quetzal) quadripartito secondo le quattro parti dell'universo (o i quattro punti cardinali).
Meglio conservato è il vicino Tempio del Sole che deve il suo nome ad una lastra verticale, ritrovata al suo interno, che rappresentava due figure che offrivano doni al dio Sole, dalle sembianze di una faccia dalla quale sporgeva una lingua a forma di serpente.
 
Il Tempio della Croce Fogliata di Palenque.
 
Figure in bassorilievo nella corte Est de "el Palacio" di Palenque.
Dopo aver visto all'esterno anche il Tempio della Croce Fogliata (Templo de la Cruz Foliada), ridiscendiamo dalla collina passando accanto ad altre rovine minori che non sappiamo interpretare e ci portiamo al Palazzo (el Palacio), un complesso intricato di edifici costruiti in epoche diverse sopra una piattaforma artificiale per salire la quale c'è un'ampia gradinata.
Qui gli edifici sono disposti in modo da ottenere quattro corti interne e sopra di tutto si eleva di una quindicina di metri la torre di tre piani a sezione quadrata, unico esempio di questo tipo nell'architettura maya.
 
"El Palacio" di Palenque con la sua caratteristica torre a base quadrata.
 
La sua funzione probabilmente era duplice: poteva servire da torre d'avvistamento, in quanto da qui si domina la pianura verso nord, con un angolo di osservazione molto ampio; ma poteva essere usata anche come osservatorio astronomico.
Tra le curiosità c'è da segnalare che esistono dei gradini di pietra che collegano il primo piano della torre al secondo e quest'ultimo al terzo, ma mancano quelli per salire al primo piano.
Un'altra particolarità de el Palacio è quella che in tre delle facciate esterne esistono delle gallerie che, costruite in epoche diverse, finiscono con il formare come una galleria unica, continua, attorno all'edificio: in questo modo si poteva circolare e, stando al coperto, raggiungere ciascuna delle quattro corti interne.
Queste gallerie, o corridoi, hanno la tipica volta a mensola dell'architettura maya.
Molti sono i particolari architettonici che meritano di essere osservati: un arco di accesso ad uno degli edifici de el Palacio a forma trilobata, l'iscrizione sul basamento di un'altra costruzione che copre la parte centrale della scala o i personaggi scolpiti su lastroni di pietra della corte Est, una piccola finestra a forma di "T" messa in risalto da motivi a stucco che conservano ancora in parte i colori originali.
Durante la passeggiata nella foresta, costeggiando il Rio Otolum, incontriamo delle rovine vicino al sentiero.
A Palenque i bassorilievi in stucco sono stati usati abbondantemente: li abbiamo visti sul Tempio delle Iscrizioni, nei templi della Croce e del Sole e qui, nel Palazzo, sui muri che sostengono il tetto dei corridoi che circondano il gruppo dove si succedono varie scene di carattere liturgico, circondate da arabeschi con eleganti motivi floreali alternati da mascheroni e teste di divinità.
Segnalo una piccola curiosità: quando qui giunse nella primavera del 1840 l'esploratore John Lloyd Stephens, questi scoprì sulle pareti de el Palacio le "firme" di alcuni precedenti visitatori. C'era quella del conte Waldeck, ormai scolorita, con accanto il disegno di una donna e sotto la data «1832», quella del capitano John Herbert Caddy e di Patrick Walker, che vi erano arrivati pochi mesi prima, e di Noah O. Platt, un mercante di New York alla ricerca di legname.
La nostra visita prosegue, senza lasciare "firme", spingendosi verso nord: qui ci sono alcune costruzioni minori, il Tempio del Conte e, su un differente terrapieno artificiale, i tre tempietti che costituiscono il Gruppo Nord.
 
Il Tempio del Conte di Palenque, così chiamato a ricordo dello stravagante conte Jean-Frédéric Maximilien conte de Waldeck.
 
Il Tempio del Conte è stato così battezzato in onore di un personaggio stravagante, un certo Kean-Frédéric Maximilien conte de Waldeck (1766-1875) che si era addirittura costruito una capanna tra le rovine di Palenque, dove visse per due anni tra il 1831 ed il 1833 per studiarle e cercare di interpretare la scrittura maya.
Arriviamo al piccolo museo del sito. Il sentiero prosegue oltre in leggera discesa: decidiamo assieme di fare questa piccola passeggiata nella foresta circostante.
Si passa il Rio Otolum attraversando un ponte e si cammina per la foresta incontrando delle rovine sparse, mentre riecheggiano le urla delle scimmie.
Il fiume si allarga ed in fondo vediamo una piccola cascata: ci avventuriamo sul fiume per le rituali foto. Questo luogo è conosciuto come il Bagno della Regina.
 
Una cascatella formata dal Rio Otolum nella foresta nei pressi delle rovine di Palenque; questo luogo è chiamato il Bagno della Regina.
 
Il sentiero prosegue ed inaspettatamente ci troviamo sulla strada asfaltata, quella che porta all'ingresso principale del sito! Certo che se uno sapesse in anticipo questa possibilità, potrebbe tranquillamente entrare da qui senza pagare il biglietto, visto che poi all'interno dell'area non c'è alcun controllo.
L'ultimo tratto della nostra passeggiata, che complessivamente è durata un'ora, si svolge sull'asfalto e così torniamo al parcheggio dove c'è Víctor ad attenderci con il bus, un po' perplesso nel vederci arrivare da un'altra direzione.
Poco dopo le cinque siamo in albergo: Raffaella ed Umberto, i nostri ammalati, hanno sempre un po' di febbre ma si sentono decisamente meglio.
Noi prendiamo possesso delle nostre camere ed io telefono a San Cristobál de las Casas per prenotare l'albergo per domani sera.
Poi si esce tutti, si passeggia per il centro di Palenque e ci si ritrova proprio allo Zócalo al Restaurante Maya, tipico luogo di ritrovo per i viaggiatori che qui si incontrano per scambiarsi impressioni e consigli di viaggi: cena eccellente!
 
 
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Pagina aggiornata il 23 marzo 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo