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Maya 80

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Viaggio effettuato nell'aprile 1980
 
Alcuni pappagalli appollaiati sulla recinzione del campo sportivo di Copán.
Al risveglio del mattino ci ritroviamo tutti a fare la processione verso il fiume per lavarci nelle sue acque.
Con la luce, scopriamo che sulla recinzione del campo di gioco stanno appollaiati quattro splendidi pappagalli, che sembrano volersi mettere in mostra per le nostre macchine fotografiche esibendo il loro colorato piumaggio.
Poi giunge il momento di smontare l'accampamento e, fatta colazione, (c'è anche il solito che, invidiato da molti, si è portato la moka da casa per prepararsi il caffè) raggiungiamo la zona archeologica di Copán nella foresta.
La giornata è senza sole: il cielo è coperto e basse nuvole incombono sulla selva, forse prodotte dalla sua stessa umidità.
Copán è la più meridionale delle città maya. La zona era abitata due o tre millenni prima della nostra era, ma per un lungo periodo rimase poi disabitata. Si ritiene che la città sia stata fondata nel 436 d.C. sulle rive del Rio Copán, un affluente del Rio Motagua.
Durante i tre secoli e mezzo durante i quali restò una città viva, i suoi abitanti vi costruirono l'Acropoli principale, numerose piazze poste a differenti livelli, piramidi, scalinate, edifici, viali.
Nel tempo le piramidi, le piazze, gli edifici, vennero migliorati, modificati, ingranditi ed abbelliti.
Qui a Copán lo sviluppo culturale fu molto vivace e portò a raggiungere grandi successi nell'astronomia e nel computo del tempo. A Copán i sacerdoti-astronomi arrivarono a calcolare con incredibile esattezza la durata dell'anno tropicale, fissando la durata di un anno solare come nessun altro al mondo era riuscito a fare all'epoca.
Molti edifici venivano costruiti per ricordare questi traguardi astronomici: così ad esempio il Tempio 11 venne terminato nel 763 d. Cr. per celebrare la scoperta della previsione delle eclissi.
In cinquecento anni la natura si è ripresa lo spazio che l'uomo aveva cercato di sottrarle.
A Copán  gli artisti si misurarono con l'arte decorativa, raggiungendo altissimi risultati: tutti gli edifici sono ricoperti di diverse decorazioni scolpite in profondità (originariamente dipinte di colori brillanti), ricche di dettagli e baroccheggianti. Probabilmente la possibilità di produrre sculture così a rilievo, quasi a tutto tondo, era agevolata dal poter disporre di una qualità di roccia che si prestava bene ad essere lavorata.
A queste decorazioni si aggiunsero le stele scolpite, monoliti dedicati ad una divinità o ad un personaggio, collocate sulle piazze e davanti ai templi. Inizialmente venivano erette ogni vent'anni, poi ogni dieci anni circa ed infine, forse per l'abilità ormai acquisita dagli esecutori, una ogni cinque anni.
Nel momento in cui l'arte di Copán era riuscita a produrre capolavori di pietra, con motivi floreali, zoomorfi, religiosi, ricche decorazioni barocche, dando prova di saper plasmare la materia assoggettandola alle proprie esigenze espressive, proprio in quel momento nel quale la materia sembrava domata e vinta, Copán innalzò il suo ultimo edificio attorno all'810 d. Cr.
Poi si fermò.
Elie Faure scriveva: «I popoli sono come gli uomini. Quando scompaiono non rimane più nulla di loro, a meno che non abbiano avuto l'avvertenza di lasciare la propria impronta sulle pietre della vita.». La natura riprese il suo posto: dopo essere stata scacciata dall'uomo, la foresta si riappropriò del proprio territorio. Gli alberi ripresero a gettare le loro radici in quelle pietre sconquassandole, spaccandole, devastandole.
Nel giro di cento anni Copán venne cancellata dalla natura e dalla memoria dell'uomo: così restò nascosta all'archeologia per mille anni.
Effettivamente ci fu chi, forse, qualcosa vide e lasciò scritto.
Si tratta di un giudice dell'Audiencia Real de Guatemala, Diego García de Palacio che, nel 1576, fu a Copán. Così scrisse a Filippo II: «Si dice che nei tempi antichi un grande signore della provincia dello Yucatán venne qui, costruì questi edifici (...) ritornò nel suo paese e li lasciò deserti (...) Sembra che nei tempi antichi un popolo proveniente dallo Yucatán abbia conquistato queste province...».
Ma bisognerà attendere il 1839 per l'arrivo di due esploratori, John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood perché Copán, da mille anni abitata da scimmie e soffocata dalle radici, si svelasse nuovamente.
I due esploratori la raggiunsero dal Rio Copán: «...sulla sponda opposta, scorgemmo una muraglia di pietra alta forse una trentina di metri (...) Aveva un carattere strutturalmente più definito di qualsiasi altra costruzione attribuita agli aborigeni americani (...) Gli storici sostengono che l'America era popolata da selvaggi, ma i selvaggi non avrebbero lasciato sculture come queste...»
Nel vicino villaggio di Copán i due esploratori non furono bene accolti. Soprattutto incontrarono un problema, il señor José Maria Acevedo: era lui il legittimo proprietario di quel terreno pieno di idoli e di sassi per terra e nessuno avrebbe potuto mettervi piede senza la sua autorizzazione.
John L. Stephens ebbe un'idea: perché non acquistare lui stesso le rovine di Copán?
E già sognava «...di spostare i monumenti d'un popolo scomparso dalla regione disabitata in cui erano seppelliti, ricostruirli a New York e fondare un'istituzione che sarebbe stata il nucleo d'un grande museo nazionale delle antichità americane (...) Con visioni di gloria e indistinte fantasie di cerimonie di ringraziamento da parte del municipio di New York che mi passavano davanti agli occhi (...) finii con l'addormentarmi.»
Naturalmente Stephens non aveva la minima idea sul come effettuare il trasporto: via terra era impossibile per la mancanza di strade ed il Rio Copán, pur essendo abbastanza profondo, era pieno di rapide.
D'altra parte il señor José Maria Acevedo era tentato a vendere: la tenuta era improduttiva, ingombra per ettari di idoli di pietra e piena di ruderi troppo grandi da poter essere spostati o frantumati.
Quando mai gli si sarebbe ripresentata un'altra occasione come quella?
Stephens offrì cinquanta dollari.
Il señor Acevedo dovette pensare che solo uno stupido poteva buttare via cinquanta dollari per una tenuta piena di vecchie rovine e non coltivabile.
Ed accettò.
Così il 17 novembre 1839 può essere ricordato come una data memorabile nella storia dell'archeologia mesoamericana: da quel giorno cominciò la prima ricerca  sistematica su una città maya.
La Scala dei Geroglifici di Copán.
 
La stele "M" davanti alla Scala dei geroglifici.
L'ingresso al parco archeologico di Copán è situato presso il piccolo aeroporto.
Noi ci portiamo subito davanti alla Scala dei Geroglifici, che altro non sarebbe che una gradinata che conduce alla piattaforma di un tempio a oltre venti metri d'altezza. E' uno dei monumenti più famosi di Copán, anche se molti altri sono ugualmente importanti.
La scala, larga circa 10 metri, è composta da 63 gradini con una straordinaria bellezza di bassorilievi che la decorano: uccelli, serpenti, maschere. Ma la fama è dovuta soprattutto dai circa 2.500 glifi che la ricoprono, che rappresentano la più lunga iscrizione maya finora conosciuta.
Davanti alla costruzione sono posti un altare (datato 756 d. Cr.) con una figura zoomorfa ed una stele.
A sinistra, verso nord, la grande piazza è chiusa su tre lati quasi come un anfiteatro, di carattere probabilmente cerimoniale, mentre un tumulo, o altare, delimita gli spazi di questa vasta piattaforma.
Numerose sono le stele e gli altari disseminati per l'area, anticamente dipinti di rosso, scolpiti con un forte effetto di altorilievo: molti di questi non sono nella loro originaria posizione.
Immediatamente a fianco della Scala dei Geroglifici, a nord, c'è lo sferisterio per il gioco della pelota, con la caratteristica forma ad "H" schiacciata (o ad "I" con i trattini allungati): non è di grandi dimensioni, misurando circa 28 metri per 7 di larghezza, ma venne costruito evidentemente in una posizione privilegiata con delle decorazioni molto raffinate. In particolare sono da segnalare i sei marcadores a forma di testa di guacamayo (pappagallo).
 
La grande piazza vista dal Tempio "11": a destra la Scala dei Geroglifici ed a chiudere in fondo lo sferisterio per il gioco della "pelota".
Figura grottesca con maschera di scimmia e con sonaglio sulla Tribuna degli Spettatori a Copán.
A destra la Scala dei Geroglifici confina con l'imponente fronte dell'Acropoli, la cui scalinata, datata 711 d. Cr., oltre che dare l'accesso alle piattaforme superiori ed al Tempio "11", costituiva un'altra immensa tribuna lunga oltre 16 metri, tanto è vero che è chiamata dagli archeologi Tribuna degli Spettatori. Nella parte posteriore ci sono alcune enormi conchiglie marine scolpite ed una serie di nicchie. I gradini veri e propri della Tribuna hanno ai lati, nella parte superiore, due grandi sculture sporgenti che rappresentano figure umane con maschere di scimmia che reggono un sonaglio, mentre un serpentello esce dalla bocca.
Queste decorazioni si integrano perfettamente con l'architettura che si adegua a queste rappresentazioni collocandole in una serie di piani diversi con un elegante effetto di dinamicità alla parete.
Il Tempio "11", in origine a due piani, venne costruito nel 763 d. Cr. per celebrare, sembra, la scoperta del calcolo per prevedere le eclissi.
Percorriamo l'Acropoli verso sud, passando davanti al famoso Altare "Q" datato 776 d. Cr., che ricorda l'invenzione di un nuovo metodo per il computo delle fasi lunari che consentì di mettere in relazione il calendario lunare con quello solare.
Maschera rappresentante il dio del Sole sulla Scalinata dei Giaguari a Copán.
Mostra sedici figure umane ed è chiamato anche Altare degli Astronomi, ipotizzando che rappresenti appunto i sedici sacerdoti-astronomi che si sarebbero riuniti proprio qui a Copán.
Dietro a questo altare si eleva la Piramide "16", detta anche Piramide dei Sacrifici, la più alta di tutta l'Acropoli. Resta parte della scala con i gradini decorati da bassorilievi di teschi.
Giriamo attorno a questa piramide e sbuchiamo nella Piazza Orientale.
Anche questa è circondata da scalinate, la più notevole (e famosa) delle quali è la Scalinata dei Giaguari, le cui gradinate occupano tutto un lato di questa piazza.
L'elemento ornamentale, che dà il nome all'edificio, consiste in due grandi giaguari scolpiti ai lati: le macchie del mantello sono ottenute scolpendo delle profonde cavità.
 
Uno dei giaguari della Scalinata dei Giaguari di Copán.
 
Al centro, in alto, c'è un enorme mascherone del dio del Sole che si distacca tra due strette rampe di scala.
 
E' frequente passeggiando per Copán imbattersi in frammenti, pietre spezzate dalla forza della natura che danno fisicamente l'idea della foresta che si è ripresa i propri spazi.
La Scalinata dei Giaguari si incontra con la gradinata d'accesso alla piattaforma del Tempio "22". Agli angoli dell'edificio sono posti dei grandi mascheroni di Chac, il dio della Pioggia, caratterizzato, come nell'architettura Puuc dello Yucatán, dal naso ricurvo fatto a proboscide.
La grande porta d'ingresso conserva resti scultorei che rappresentano delle enormi fauci mostruose, come negli stili del Rio Bec, Chenes e Puuc.
La porta è profilata da una serie di glifi bordati da una grossa modanatura; due figure, sedute sopra enormi teschi, sembrano sostenere tutta la parte superiore della decorazione.
 
Scorcio sull'ingresso al Tempio "22".
 
Anche questo tempio ha una relazione astronomica: pare sia stato costruito (nel 765 d. Cr.) per commemorare alcune osservazioni sull'orbita del pianeta Venere.
Dalla piattaforma del tempio "22", attraverso un passaggio, arriviamo sopra la Scala dei Geroglifici, ai piedi della quale avevamo iniziato la nostra visita. da quassù abbiamo una visione completa sulla piazza e sullo sferisterio.
Comincia ad essere il momento di rimetterci in viaggio.
 
Sulla strada verso la frontiera con il Guatemala.
Raggiungiamo i nostri pulmini e, lasciandoci le meraviglie di Copán alle spalle, ripercorriamo la strada che avevamo fatto ieri, compresi i guadi.
Alla frontiera si ripete l'operazione di disinfestazione dei pulmini: all'andata erano stati gli honduregni a voler essere sicuri che non potessimo trasportare qualche parassita dannoso alle loro coltivazioni ed oggi, al ritorno, sono i guatemaltechi che ci disinfestano i pulmini con un prodotto simile, ma più puzzolente.
Ci ricongiungiamo  alla carretera al Atlantico che unisce Ciudad de Guatemala con l'oceano Atlantico e che ormai corre affiancata al Rio Motagua. Attraversiamo una piantagione di banane di incredibile vastità della United Fruit Company. C'è tutta una rete di rotaie sopraelevate che corre all'interno di questa piantagione: a queste rotaie sono appesi, su dei carrelli scorrevoli, cespi di banane che in questo modo dal luogo di raccolta raggiungono -immagino- un centro di raccolta e smistamento. Più volte questa monorotaia delle banane attraversa, ad una certa altezza, la strada che noi percorriamo. Non è una monorotaia che corre diritta, ma oltre a curve vediamo scambi ed incroci. Dopo una decina di chilometri di attraversamento di questo enorme bananeto, giungiamo ad un altro sita archeologico: Quiriguá.
Tumuli coperti di vegetazione a Quiriguá: nascondono piramidi, edifici, costruzioni, ma ancora non sono stati esplorati.
Il centro cerimoniale di Quiriguá è in gran parte inesplorato: vediamo infatti nella foresta emergere dei tumuli, verdi perché ricoperti da vegetazione, ma la loro forma dimostra inequivocabilmente che sono opera dell'uomo. Sicuramente scavando in questi tumuli emergerebbero piramidi, edifici, templi.
Quiriguá, nella valle del Rio Motagua, è cresciuta sotto l'influenza di Copán, con la quale mostra molte affinità, a cominciare dal tracciato urbano.
Al momento attuale gli scavi, che a differenza di Copán dove abbiamo visto che erano ancora in corso, qui ci sembrano fermi da tempo. L'importanza di Quiriguá è data dalle sculture monolitiche che si trovano sul posto: sono monoliti di grandi dimensioni, con bassorilievi di concezione bizzarra e capricciosa.
Nella grande piazza si trovano nove stele. Interessante è la stele "F" con i suoi glifi che rappresentano figure a corpo intero: sono considerati i più belli della scrittura maya. La stele più grande è però la stele "E", alta 10,67 metri, che rappresenta un sacerdote con sopra un mascherone: si stima che pesi 75 tonnellate.
 
La "Grande Tartaruga" di Quiriguá, un altare zoomorfo che rappresenta, su di un lato, un personaggio seduto tra le fauci di un mostro.
 
Tra gli altari uno dei più belli è l'altare zoomorfo "P", largo tre metri e mezzo, chiamato anche la Grande Tartaruga. Da un lato rappresenta un elegante personaggio seduto a gambe incrociate dentro le fauci di un mostro; dal lato opposto c'è la figura di un mascherone. Tutta la superficie dell'altare è occupata da fitti bassorilievi: si tratta di decorazioni e di glifi.
Come centro satellite di Copán anche Quiriguá, che ha goduto il massimo della sua espansione nel tardo periodo classico, declina rapidamente nel primo decennio del IX secolo.
 
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Pagina aggiornata il 3 marzo 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo