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Maya 80

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Città del Messico, Tenochitlan,
Teotihuacán, Tula
Uxmal,
Palenque
Agua Azul, San Cristóbal de
las Casas, Comitán,
Montebello, Huehuetenango
Chichicastenango
Lago Atitlán, San Lucas
Tolimán, Antigua,
Città del Guatemala
Copán,
Quiriguá
Rio Dulce, Foresta del Petén,
Flores, Tikal,
Melchor de Mencos
Belmopán, Belize City,
Tulum, Playa del Carmen,
Cozumel, Isla Mujeres
Chichén Itzá, Mérida,
New York
 
Viaggio effettuato nell'aprile 1980
 
Dopo un'ora e mezza di guida, percorrendo la strada per San Cristóbal, prendiamo una deviazione sulla destra che ci porta alla località di Agua Azul.
Qui c'è tutta una serie di laghetti collegati tra loro da molte cascate e cascatelle. L'acqua è veramente azul, di un azzurro intenso, un turchese chiaro e luminosissimo sotto i raggi di un bel sole.
Anche le cascatelle fanno vari giochi d'acqua, goccioline che brillano al sole. Tutto attorno c'è il paesaggio di una selva incontaminata.
Percorriamo un sentiero che risale, fiancheggiandole, queste cascate: qualche ramo tocca l'acqua, si sente solo il rumore delle cascate e qualche strillo provenire da scimmie e uccelli nascosti nella selva.
E' un'atmosfera di piena immersione nella natura, una natura lussureggiante e prorompente. Non a caso questo luogo è considerato sotto l'aspetto naturalistico uno dei più belli e suggestivi del Messico.
Volendo si può fare anche il bagno e in molti ne approfittiamo nuotando in una piscina naturale che si allarga a monte, prima delle cascate: l'acqua sembra liscia e tranquilla, anche se bisogna prestare un po' d'attenzione alla corrente, non forte ma che si fa sentire, che scorre sotto la superficie.
 
Le cascate di Agua Azul restano sempre belle anche se la giornata è grigia e senza sole.
La fitta vegetazione della selva attorno alle cascate di Agua Azul.
Ed ora la benzina entra nel serbatoio del nostro pulmino sotto lo sguardo attento di Giancarlo.
 
Si resterebbe qui molto volentieri, ma la strada ci aspetta: per arrivare a San Cristóbal de las Casas è ancora lunga. Lunga non tanto come numero di chilometri (alla fine da Palenque a San Cristóbal i nostri contachilometri ci segnalano 220 chilometri), ma come condizioni della strada: è una strada tutta in salita che ci deve portare ai 2.100 metri di San Cristóbal.
Il paesaggio sembra essere bello, ma noi ne possiamo godere solo per poco perché il sole tramonta presto.
Si continua a guidare nella notte. Abbiamo necessità di benzina, sopratutto per uno dei due pulmini, ma non vediamo distributori aperti. Anzi, a dire il vero non vediamo proprio distributori, nemmeno chiusi! Ci fermiamo in un paese e cominciamo a chiedere per la benzina. Pare che si possa trovare presso un certo meccanico.
Chiedendo ancora troviamo l'officina meccanica: il titolare ci affida a due ragazzi (i suoi figli?) che avranno 12 o 14 anni.
Portiamo le macchine in un cortile interno ed i ragazzi vanno in un magazzino dove ci sono fusti di olio lubrificante, nafta e, naturalmente, anche benzina.
Come si fa da noi per travasare il vino da una damigiana, infilano un tubo in un fusto di benzina e aspirano con la bocca finché il liquido non scende giù, in un recipiente approssimativamente graduato. Poi travasano la benzina in due secchi, uno per ciascun pulmino, e per finire con una specie di imbuto autocostruito (ricavato da un altro secchio) riempiono di benzina il serbatoio dei pulmini.
 
Il travaso della benzina, come si fa con il vino in damigiana, per un rifornimento notturno d'emergenza.
 
Neppure a dire che paghiamo la benzina praticamente al doppio di quanto costa in un distributore regolare della Pemex. Ma non avevamo altre alternative.
Mercato tra le strade di San Cristóbal.
Ci rimettiamo in marcia e finalmente alle 10 di sera (è notte fonda) arriviamo a San Cristóbal de las Casas.
Adesso si tratta di trovare un posto per dormire. Giancarlo ha un elenco di indirizzi e prova ad andare diretto alla centrale Posada Real. Non ci sono molte alternative, vista l'ora e la nostra stanchezza: così dormiremo tutti sedici in un'unica camera, chi sui letti, chi sui materassini e nei sacchi a pelo, dal momento che è anche piuttosto freddo.
Abbiamo parcheggiato i due pulmini all'interno della posada, che ha un cortile privato, una specie di patio.
Alla mattina ci accorgiamo che uno dei due pulmini ha una gomma a terra: si deve essere sgonfiata durante la notte. Millo e Massimo smontano la ruota e con l'altro pulmino vanno alla ricerca di un gommista per la riparazione. Intanto noi ci facciamo un giro per San Cristóbal.
San Cristóbal si trova su una vallata dell'Altopiano Centrale del Chiapas, Los Altos, al centro di una zona popolata da indios di lingua tzotzil, l'antica lingua dei Maya. Questi indios giungono qui quasi ogni giorno dai loro villaggi a vendere le loro mercanzie e riempiono molte strade di San Cristóbal con i loro ortaggi, il mais, i pomodori, ma anche utensili fabbricati da loro, cinture e borse di cuoio e soprattutto stoffe: stoffe coloratissime come sono colorati i loro costumi.
Passeggiamo tra di loro non allontanandoci troppo dalla posada, ed infatti vediamo tornare Millo e Massimo con la ruota riparata.
E' stata cambiata la camera d'aria e rimontiamo la ruota sul pulmino.
La piazza di Teopisca.
 
Sono quasi le nove quando lasciamo San Cristóbal, imboccando la Panamericana, la lunghissima unica arteria che attraversa tutto il continente americano, dall'Alaska alla Tierra del Fuego.
Dopo un'ora facciamo una sosta a Teopisca, un piccolo pueblo dove ci fermiamo a fare acquisti di qualcosa da mangiare.
Non troviamo molto, in compenso troviamo una piazza molto carina, tutta impiastrellata con le panchine ugualmente ricoperte di piastrelle multicolori.
Ci fermiamo una mezz'oretta, approfittando delle panchine per fare uno spuntino, poi continuiamo il nostro viaggio verso sud.
 
Le curiose panchine ricoperte di piastrelle multicolori sulla piazza di Teopisca.
Cimitero presso Comitán
A Comitán ci fermiamo per chiedere la strada: vorremmo infatti fare una deviazione verso le Lagunas de Montebello, che lagune non sono ma laghi, ma non riusciamo a trovarla. Marta ne approfitta per comperare pellicole fotografiche, a caro prezzo! Sta già finendo la scorta portata dall'Italia e non abbiamo ancora terminato la prima settimana di viaggio!
 
Donna con fiori sulla strada a Comitán.
 
La deviazione per i laghi è a sei chilometri oltre Comitán. Passiamo accanto ad un desolato cimitero di povere tombe; qualcuna è anche decorata con piastrelle: deve essere una cosa che piace molto nella zona.
Finalmente giungiamo alla deviazione: la strada attraversa un paesaggio con vaste spianate verdi, che poi diventa collinoso. Ci sono dei lavori in corso: stanno asfaltando la strada... a mano! Non ci sono macchinari particolari, ma tutto è fatto a mano: il bitume che viene scaldato in un bidone a fuoco di legna, le donne che lavorano con rastrelli e badili il ghiaino ed il pietrisco. Non c'è neppure un compressore stradale per spianare l'asfaltatura, ma solo un rullo a mano, poco più grande di quelli che usiamo sui campi di bocce.
Poi la strada non è più asfaltata.
Dopo una ventina di chilometri la strada entra in una serie di boschi e cominciamo a vedere il primo lago.
Guatemaltechi vicino al confine Messico-Guatemala percorrono la Panamericana a piedi.
Sono una sessantina i laghi di Montebello, ognuno con il proprio nome. Noi compiamo un giro, vedendone alcuni da qualche mirador posto lungo la strada. Sinceramente, sarà colpa del tempo grigio che si riflette nelle acque dei laghi, non ne rimaniamo entusiasti.
Facciamo una sosta per uno spuntino. Millo e Massimo ne approfittano per regolare il carburatore dei due Volkswagen: non ne sono molto soddisfatti ed hanno la sensazione, maturata già dalla partenza da San Cristóbal, che i motori non siano ben carburati e danno la colpa all'altitudine. Infatti quando ne abbiamo preso possesso a Mérida andavano bene, ma eravamo quasi al livello del mare, mentre qui siamo sull'altopiano (San Cristóbal è a 2.100 metri).
Alle tre del pomeriggio ritorniamo, percorrendo la stessa strada accidentata e semiasfaltata dell'andata, sulla Panamericana.
Ormai siamo vicini al confine con il Guatemala e per strada incrociamo gruppi di guatemaltechi con i loro vestiti colorati.
Alle cinque del pomeriggio siamo a Ciudad Cuauhtémoc, al confine con il Guatemala. Noi non abbiamo problemi con i visti, semmai un piccolo problema c'è per i pulmini. Per evitare un possibile commercio illegale di autoveicoli, bisogna registrarli sul passaporto di qualcuno. Così uno viene registrato sul passaporto di Giancarlo, l'altro su quello di Massimo, trascrivendo anche gli estremi della patente di guida.
Naturalmente viene fatto anche il controllo sui bagagli che portiamo con noi ed il controllo sanitario: così ci viene sequestrata una papaia ed altra frutta, perché è vietata l'importazione di frutta fresca in quanto potrebbe portare con sé parassiti delle piante, dannosi all'agricoltura del paese nel quale entriamo.
Alla fine sono due le ore che perdiamo alla frontiera, che lasciamo quando è ormai buio.
La distillazione della canna da zucchero per ricavare la "caña", un liquore di bassa qualità molto popolare.
 
 
Dopo una quindicina di chilometri, proprio sulla strada, troviamo l'Hotel El Reposo, dove ci fermiamo per la notte.
Il giorno dopo, alle 7.30, siamo pronti per partire, ma i nostri pulmini non sono d'accordo: fanno qualche scoppiettio con il motore e poi si spengono.
Vicino all'albergo c'è un distributore di benzina con un'officina, ma dobbiamo aspettare le 9 perché apra.
Un ragazzo dell'officina sentenzia subito che è un problema di alimentazione, regola i carburatori dei due Volkswagen e questi ripartono subito.
Millo e Massimo hanno imparato la lezione: questi pulmini sono così scarburati che quando ci si mette le mani per regolarli a puntino, come loro hanno fatto ieri, non ci sono più abituati e non ne vogliono sapere di partire!
Alle nove e mezza siamo in strada ed in ogni piccolo pueblo che attraversiamo vediamo un festival di colori per gli abiti e le stoffe coloratissimi soprattutto delle donne guatemalteche.
Durante una breve sosta vediamo lungo la strada la preparazione della caña, un distillato molto alcolico e di bassa qualità, che si ricava dalla canna da zucchero.
Invece le piantagioni di agavi, che abbiamo visto soprattutto in Messico, invece sono sfruttate per un altro distillato, la tequila.
L'edificio (del 1933) del mercato di Huehuetenango.
 
Alle 11 siamo a Huehuetenango, una caratteristica cittadina guatemalteca, con un proprio edificio per il mercato.
Nel mercato c'è un brulichio di gente e soprattutto ancora colori e colori, colori che ritroviamo anche sui muri delle case, dipinti di tinte sgargianti e solari.
Al mercato ci fermiamo non solo per respirare l'atmosfera del posto, per curiosare, osservare, ma anche per pranzare: non c'è da ordinare, è una specie di menù uguale per tutti ed a tutti portano le stesse cose.
Alla fine, dopo il pranzo, arriva una scodella di brodo bollente e molto gustoso, assieme ad un bicchiere di un liquido che sembra tequila, o qualche altro alcolico.
Restiamo perplessi su cosa dobbiamo fare.
Allora da un altro tavolo un signore ci mostra come si fa: una sorsata di brodo caldo ed una sorsata di tequila (o quello che è), e via così, alternandole.
Noi, naturalmente, ci adeguiamo al costume locale.
Lasciamo Huehuetenango alle tre del pomeriggio. Stasera saremo a Chicicastenango.
Huehuetenango, Chichicastenango, poi (ma non ci andremo) ci sono Quetzaltenango, Chimaltenango, Mazatenango, ecc... La desinenza tenango significa villaggio, luogo, paese, quindi avremo il luogo del quetzal (Quetzaltenango), il luogo di difesa (Chimaltenango) e così via. Huehuetenango significa il villaggio degli anziani, anche se alcuni ipotizzino che in realtà derivi dal nome di una conifera, il Taxodium Macromatum, chiamato qui ahuehuetles.
 
Una strada nel centro di Huehuetenango, a fianco del mercato.
 
Mattoni di fango cotti al sole.
Lungo la strada ci fermiamo a vedere la fabbricazione dei mattoni. Sono dei ragazzini che vi ci si dedicano.
I mattoni non sono cotti, ma essiccati all'aria sulle pendici maggiormente esposte al sole di una collinetta.
Viene preparato un impasto di fango, terra argillosa e paglia: con questo impasto viene riempita con le mani una forma di legno, poi viene premuto e pressato con i piedi in modo che si compatti bene e perda l'eccedenza di acqua.
A questo punto la forma viene tolta ed è pronta per un altro mattone.
I mattoni restano lì, sotto il sole, finché non si sono seccati ed induriti.
E' notte quando arriviamo a Chichicastenango e non è facile trovare posto.
Riusciamo a sistemarci all'Hotel Kotokok, quasi una casa privata che dispone di qualche camera per gli ospiti.
Nessuno di noi ha mangiato, se non un po' di frutta e qualche biscotto.
Chiediamo se è possibile mangiare qualcosa. Nonostante l'ora, erano già passate le dieci di sera, la famiglia del titolare al completo si mette ai fornelli, alimentati da un fuoco a legna che viene acceso per noi, per prepararci la cena.
 
Tutti ai fornelli alle dieci di sera per preparaci la cena all'Hotel Kotokok di Chichicastenango.
 
Scena di mercato a Chichicastenango: qui si vende pesce essiccato al sole proveniente dal lago Atitlán.
Le due ragazzine apparecchiano i tavoli di quello che chiamano el restaurante, in pratica una stanza con quattro tavolini.
Alla mattina ci alziamo presto: è domenica, è il giorno del famoso mercato di Chichicastenango.
Scendiamo in strada: le vie sono riempite di gente. Indios che percorrono anche una cinquantina di chilometri a piedi per cercare di vendere del pesce secco del lago Atitlán oppure qualche cintura intrecciata, donne vestite di tutti i colori con la loro bisaccia appesa alla schiena che può contenere indifferentemente legumi oppure un neonato, bancarelle alle quali è appeso di tutto, tessuti, maschere borse, reste d'aglio...
Quasi non riusciamo a farci largo tra questa variegata tavolozza di colori. Ci lasciamo trasportare dalla folla, ci fermiamo ai banchi del mercato dove si trova veramente di tutto a prezzi interessanti, soprattutto le stoffe ed i vestiti coloratissimi.
E' d'obbligo contrattare, insistere e stare al gioco. Se si riesce ad ottenere un prezzo vicino a quello sperato, se ne esce contenti, senza renderci conto che alla fine abbiamo strenuamente battagliato per ottenere uno sconto di due o trecento lire su un paio di jeans con applicazioni di stoffe colorate locali. Ma, dicevo, fa parte del gioco nel quale tutti sappiamo immedesimarci molto bene.
Fedeli davanti all'ingresso della chiesa di San Tomás di Chichicastenango: a noi non è consentito fare fotografie all'interno.
Ma alla domenica Chichicastenango non è solo il mercato: c'è l'aspetto religioso, c'è la chiesa.
Non dobbiamo aspettarci le funzioni domenicali alle quali siamo abituati: qui il Cristianesimo è stato accettato, ma si è plasmato sugli antichi riti e sulle antiche divinità maya.
Saliamo dunque gli scalini che portano al sagrato della chiesa di San Tomás assieme a gruppi di penitenti che invece salgono i gradini in ginocchio: un barattolo, una lattina di Coca Cola, diventano il turibolo improvvisato per bruciare incensi e copale. Ed intanto recitano litanie salmodianti, invocazioni ai santi.
Ci soffermiamo all'ingresso della chiesa: ci sembra di disturbare, di non appartenere a loro.
E' una sensazione strana: il cattolico si trova a proprio agio in una chiesa cattolica in ogni parte del mondo, ovunque sia, perché ci si riconosce in un'unica grande comunità universale, ci si riconosce fratelli nella medesima fede con altri. Qui invece siamo degli estranei e ci sentiamo tali. Non sono questi forse dei cattolici come noi?
Sì, formalmente lo sono, ma percepiamo che qualcosa non quadra. Pregano i santi, ma dietro quei santi ci sono altre figure: i santi in realtà rappresentano altre divinità, quelle dei loro antenati, i Maya.
Fedeli davanti alla scalinata della chiesa di San Tomás di Chichicastenango.
E' una commistione di cattolicesimo e paganesimo: i riti magici, i riti pagani, permangono sotto l'apparenza di quelli cristiani.
Abbagliati dalla luce del sole facciamo fatica a vedere dentro l'oscurità della chiesa. Inizialmente vediamo solo centinaia di luci, forse migliaia: sono le fiammelle delle candele accese dagli indios. Abituandoci alla penombra vediamo che non c'è più posto sui supporti portacandele, trasformati quasi in bracieri da tanto sono fitte. Allora le candele si fissano per terra, con un po' di cera, e sono veramente tante.
Ci sono indios inginocchiati accanto alle candele con i loro barattoli nei quali brucano incenso e profumi: l'odore dell'aria è tutta una mescolanza di questi aromi. Non esagero se dico che all'interno della chiesa c'è come una nebbiolina azzurrina.
Le preghiere sono individuali, sussurrate a mezza voce, ma c'è anche chi improvvisamente si alza e rivolto alla statua di un santo improvvisa un discorso o fa un'invocazione ad alta voce.
Scene  sconcertanti.
In punta di piedi, cercando di non disturbare e di passare inosservati, usciamo sul sagrato e mentre scendiamo i gradini vediamo un gruppo di personaggi vestiti in un certo modo che portano croci ed altre insegna che si appresta a salire alla chiesa. Probabilmente sono membri di una qualche congregazione o confraternita che ha il compito di venerare qualche santo e di animare la festa, ma non riusciamo a saperne di più.
 
Una confraternita laica di devozione con reliquiari e costumi sta per entrare nella chiesa di San Tomás di Chichicastenango.
 
Vogliamo visitare anche il cimitero di Chichicastenango; ne abbiamo sentito parlare molto. Qui sulle tombe i parenti del defunto si portano da mangiare e mangiano proprio sopra le tombe per far partecipare il defunto al loro pranzo. Avevamo sentito parlare anche di una tomba dalla quale spunta la cornetta di un telefono: un modo, per i parenti, di restare in contatto con il morto, magari raccontandogli quello che è capitato alla famiglia ed i loro affanni.
Chiediamo informazioni per raggiungere il cimitero; un ragazzino si offre di accompagnarci.
Qui, oltre il cimitero, il ragazzino ci accompagna su una collinetta dove possiamo assistere ad una particolare cerimonia: nella chiesa di San Tomás i riti cristiani nascondono riti pagani, qui sulla collina fuori del paese sono celebrati i riti degli antenati maya.
Ho raccontato l'esperienza in questa paginetta.
Chichicastenango dovrebbe rappresentare un momento di immersione nell'autenticità del popolo guatemalteco, girare tra la sua gente, parlare ed avere dei contatti con loro nelle bancarelle, nei posti che loro frequentano, cercare di capire, di conoscere la realtà nella quale ci troviamo.
Noi almeno abbiamo cercato di fare così nella giornata che abbiamo trascorso qui dove, arrivando ieri di notte, un'intera famiglia, padre, madre con le due figlie adolescenti, all'Hotel Kotokok ha messo in moto la cucina, accendendo il fuoco per farci mangiare ad un orario per loro impensabile.
Ma non tutti la pensano allo stesso modo ed alla sera, con il mercato che ormai si è quasi del tutto svuotato, vediamo un hotel residenziale quasi al centro del paese: è circondato da un alto muro dal quale spuntano alberi e cespugli fioriti. Un'ampia ed elegante cancellata protegge l'ingresso ed oltre scorgiamo una moderna e confortevole costruzione che assomiglia ad un lussuoso ranch. C'è l'erba ben curata, una piscina, cespugli di fiori e turisti, chiusi dentro a godere delle comodità della loro civiltà che pretendono di trovare anche qui. A proteggerli dalla realtà che si vive all'esterno del loro guscio incantato ci sono un paio di vigilantes armati. Anche il loro è un modo di viaggiare, ma noi preferiamo il nostro modo.
 
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Pagina aggiornata il 3 marzo 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo