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El Camino Real del Inca

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Il nostro minibus in viaggio verso Pisac.
Ci avviamo verso l'ultima settimana del nostro viaggio in Perù che prevede un "assaggio" di Selva amazzonica percorrendo un tratto del rio Urubamba, un affluente del rio Ucayali che a sua volta riversa le sue acque nel grande rio Amazonas (il rio delle Amazzoni) fino al Pongo di Mainique (la "porta" di Mainique).
Avevamo inizialmente pensato di utilizzare i mezzi locali, prendendo il treno fino a Quillabamba (è lo stesso trenino che ferma anche alla stazioncina di Machu Picchu che avevamo preso qualche giorno fa) per poi proseguire con un bus di linea che parte tutte le mattine per Kiteni (o Quiteni, lo troviamo scritto anche così).
Invece una notizia che abbiamo appreso ci ha fatto cambiare idea: è stato proclamato uno sciopero generale di tutti i campesinos della regione dell'Alto Urubamba. Qui gli scioperi li fanno sul serio, con picchetti e blocchi di tutte le strade ed anche della ferrovia per tre giorni, il 19, 20 e 21 agosto. Quindi se ci salta un trasferimento o una coincidenza, in andata o, peggio ancora in ritorno, corriamo il rischio di non poter essere a Cuzco per il volo che abbiamo la mattina del giorno 23.
Decidiamo così di prendere un minibus per tutti noi, ed è il signor Bellido ancora una volta a farci il prezzo migliore. Inoltre potremo lasciare da lui la maggior parte dei bagagli (che sono andati aumentando negli ultimi giorni con gli acquisti di oggetti e souvenirs) che riponiamo in uno stanzino del suo hotel, mentre noi ci porteremo via solo l'indispensabile (e naturalmente tende e sacco a pelo). Da lui torneremo per il 22, e gli prenotiamo le camere per quella notte.
Dovevamo partire alle 6.00 ma l'autista del nostro bus, che era stato avvertito all'ultimo momento del viaggio, visto l'itinerario che prevede strade cattive, poco battute, dove non si trova alcuna assistenza, preferisce far portare il minibus in officina per un buon controllo generale.
Le "andenes" della valle del "rio Sagrado" (il rio Vilcanota che poi prende il nome di Urubamba) nei pressi di Pisac.
Così la partenza avviene solo alle 10.45.
Il fatto di avere un mezzo tutto per noi ci consente di fermarci lungo la strada che percorre la "Valle Sagrada de los Incas" (la valle sacra degli Incas) come viene chiamata la valle a cominciare da Sicuani e fino a Machu Picchu, per circa 300 chilometri.
Il fiume che vediamo e che forma questa valle è sempre il rio Urubamba, anche se in questo tratto è spesso chiamato rio Vilcanota (o rio Vilacamayu, che significa appunto "rio sagrado").
Noi incontriamo ed attraversiamo su un ponte l'Urubamba all'altezza di Pisac. Le montagne attorno sono piene di terrazzamenti agricoli (le cosiddette "andenes"): la tradizione agricola di un'agricoltura sviluppata in Perù risale a 3 o 4 mila anni fa, quindi ben prima dell'arrivo degli Incas, i quali continuarono a praticare questa economia di base.
Il territorio, con una topografia così varia, richiese uno sforzo eccezionale per sfruttarlo al massimo per ricavarne prodotti alimentari per una popolazione che andava aumentando.
Uno degli espedienti tecnologici usati fu la costruzione delle "andenes", ovvero terrazze costruite sulle pendici scoscese delle montagne.
La piazza di Pisac.
 
Con questo sistema da un lato si consolidavano i pendii dei monti, prevenendone l'erosione, dall'altro si aumentava la superficie della terra coltivabile.
Le "andenes" sono costituite da piattaforme che scalano la montagna seguendone orizzontalmente le sinuosità topografiche. Sono formate da un muro di contenimento in pietra: lo spazio che si forma tra il muro ed il suolo in pendio viene riempito con terra per la coltivazione trasportata qui da valle o da altri punti della montagna. La superficie di terra dell'"andén" è in piano e ciò permette di fare i lavori agricoli e le coltivazioni con minore fatica. Il muro di una singola "andén" è inclinato verso la montagna, per contrastare la pressione che esercita la massa di terra di riempimento; inoltre sulla parte esterna del muro alcune pietre sono sporgenti, in modo di consentire all'agricoltore di salire da una "andén" a quella successiva. Esisteva anche un sistema di drenaggio delle acque in modo di poter irrigare in modo uniforme tutto il gruppo di "andenes", sia quelle poste in cima, sia quelle più a valle.
Qui a Pisac ci fermiamo nel paese, che sta a valle, per un veloce pranzo al sacco vicino alla piazza principale.
Pisac non è solo il paese famoso per i suoi mercati domenicali (ma oggi è lunedì), ma esiste anche un Pisac archeologico in cima alla montagna, a circa 3.300 metri di quota, dove ci facciamo condurre dal minibus. Qui inizia un sentiero che in circa un'ora e mezza ci fa fare tutto il giro delle rovine.
 
Sopra il paese raggiungiamo il sito archeologico di Pisac.
Il sito archeologico è suddiviso in vari settori con quartieri, magazzini, depositi, torri di vedetta, fortini, passaggi, strade, vicoli, gallerie, osservatori astronomici e, naturalmente, "andenes".
Il "barrio de Pisaca", ad esempio, è un complesso composto da trenta recinti disposti su due file che seguono la configurazione curva del terrapieno naturale su cui sono costruiti; questo e il complesso dell'"intihuatana" sono quelli che hanno dato fama alla Pisac archeologica per la perfezione con cui sono stati lavorati e assemblati i blocchi di pietra.
L'"intihuatana" è certamente un luogo religioso, forse, come suggerisce il nome, legato ad osservazioni astronomiche.
Riprendiamo la strada che sono da poco passate le due: trascuriamo Calca, dove ci sarebbe un gruppo di "ruinas", ma tutto non si può vedere, e continuando per la valle dell'Urubamba-Vilcanota incontriamo dopo un'oretta Ollantaytambo.
L'attuale villaggio di Ollantaytambo è situato sopra i resti di un precedente villaggio incaico del quale si riconoscono le strade originarie. Anche molti muri hanno origine antica: sono interrotti dalle porte che danno accesso a dei grandi edifici che oggi sono stati suddivisi in abitazioni precarie più piccole nelle quali vivono famiglie di contadini di condizione economica incerta, se non decisamente povera.
Le montagne sopra Ollantaytambo verso il settore detto "las cárceles" che si vede a sinistra sulle pendici.
 
Una serie di piattaforme si innalza fino a quella superiore dove c'è il complesso del "Templo del Sol" che sovrasta il povero villaggio di Ollantaytambo.
L'interesse di Ollantaytambo è dato da quella che viene chiamata "fortaleza" (fortezza) posta su una ripida collina: ci arriviamo salendo una scala di pietre incastrate. Una serie di terrazze sono scavate direttamente sulla roccia mentre a sinistra, alla base della "fortaleza" c'è un grande muro-terrazza con dieci cavità ("Adoratorio de las iez Alacenas"). Sui piani più alti del complesso si ammirano molti blocchi di pietra che forse non giunsero mai ad essere completati. Molte strutture, che a noi profani sembrano essere state distrutte dagli uomini o dal tempo, in realtà non furono mai terminate.
Su una piattaforma superiore c'è il complesso più impressionane, chiamato "Templo del Sol": è formato da un muro ciclopico di sei monoliti di porfido rosso rettangolari e levigati: il più grande misura circa quattro metri d'altezza per due di larghezza. Questi enormi blocchi furono uniti l'uno all'altro grazie a dei listoni di pietra che agiscono come dei cunei incastrandosi.
Il materiale di costruzione, la pietra ed il porfido, veniva estratto da una cava che si trova oltre il fiume, a sette chilometri di distanza. Da lì doveva scendere per 1.500 metri fino al fiume, attraversarlo e poi risalire fino alla fortezza in costruzione: a sud della fortezza si possono vedere le tracce del percorso utilizzato per trasportare le pietre che sono chiamate "Huarayrancalli".
Anche se la "fortaleza" costituisce il punto di maggiore interesse, Ollantaytambo non è stato solo questo.
Ollantaytambo è ricordato dai cronisti: Garcilaso de la Vega lo collega a contesti magici e religiosi: quando moriva un Inca venivano seppellite le viscere che erano state estratte per imbalsamare il corpo e ad Ollantaytambo era posta la statua d'oro che raffigurava il sovrano defunto. Bernabé Cobo aggiunge che per ordine dell'Inca Túpac Yupanqui le ceneri dei sacrifici che si facevano a Cuzco dovevano essere gettate nel fiume la cui corrente le avrebbe trasportate fino a Tambo da dove Viracocha le avrebbe sospinte fino al mare evitando che la terra ne venisse contaminata.
Tambo fu anche teatro di un episodio bellico con i conquistadores quando Manco Inca, nel suo tentativo di rivincita nel 1536 e dopo aver ripiegato da Cuzco accerchiata, riuscì a vincere dalla "fortaleza, sitio sagrado" l'esercito di Pizarro che lo aveva inseguito.
Ollantaytambo è anche legata alla letteratura peruviana dal dramma di Ollantay, scritto in "quechua", che tratta della storia del generale Ollantay che per motivi amorosi si sollevò contro l'Inca: questo dramma, con una tematica ed alcuni tratti psicologici incaici, fu scritto durante il periodo coloniale e costituisce un basso modello letterario spagnolo.
Il sole sta calando quando ci inerpichiamo per un passo innevato sulle Ande, oltre i 4.000 metri di altezza per raggiungere Quillabamba.
 
Il nostro minibus sul passo prima di scendere verso Quillabamba dove arriveremo alle 11 di sera.
 
E' incredibile come in poche ore, scesi dalle Ande, il clima diventi quello caldo umido della Selva.
 
"Ollantaytambo" significa "il tambo di Ollantay", dove con la parola "tambo" si indica un luogo di riposo, una stazione di posta.
Da qui ripartiamo verso le 4 e mezza del pomeriggio.
La strada è tutta in salita fino a quando tocchiamo un passo innevato di oltre 4.000 metri (l'autista ci dice 4.300 metri, ma non sappiamo se lo dica a caso oppure perché lo sa). Fa freddo, ma per fortuna questo minibus è più confortevole della carretta che da Puno ci aveva portato fino a Cuzco.
Dopo il passo comincia la discesa, una discesa costante che ci fa scendere precipitosamente fino alla pianura della regione amazzonica. Cominciamo a sfilarci giacche a vento e maglioni: finalmente fa caldo!
E' notte ormai quando c'è il nostro arrivo a Quillabamba alle 23. Il nostro autista conosce un alberghetto. A noi va bene, così non abbiamo da cercarne uno.
A mezzanotte crolliamo a letto.
Alla mattina l'autista va in giro in cerca di gasolina per il bus: oltre a fare il pieno vuole riempire anche una tanica supplementare per avere una certa scorta per il ritorno perché per lo sciopero potrebbe trovarsi in difficoltà a trovare carburante.
Noi ne approfittiamo per fare la spesa di provviste per i prossimi giorni in un vicino mercato.
Quillabamba si trova sul rio Urubamba, alla confluenza con il rio Chuyapi. E' difficile credere che siamo a più di mille metri d'altezza, tanto la temperatura è calda, ma non a caso questa città è chiamata la "città dell'eterna estate". Vediamo lungo le larghe strade molti alberi in fiore e giardini lussureggianti.
Lasciamo Quillabamba alle 9 e mezza. Da qui a Kiteni ci sono 156 chilometri, ma come ormai abbiamo imparato i chilometri qui non dicono molto, quelle che contano sono le ore di viaggio. Mi viene in mente l'altro autista che abbiamo avuto, Amerigo Barrera, il quale, quando domandavamo quanti chilometri mancavano per arrivare in un certo posto, inevitabilmente ci rispondeva in termini di ore, e raramente sbagliava di più di un quarto d'ora.
La strada, che ormai attraversa una rigogliosa e fitta vegetazione tropicale, non è facile.
A metà strada incontriamo dei campesinos con i camion: ci dicono che stanno preparando i blocchi stradali per lo sciopero generale che comincerà dalla mezzanotte.
 
Incontriamo i campesinos che si preparano allo sciopero di tre giorni che bloccherà tutte le comunicazioni.
 
Il nostro arrivo a Kiteni desta curiosità.
 
Uno dei due ristorantini di Kiteni.
Dopo cinque ore di viaggio, verso le tre, arriviamo a Kiteni.
Si tratta di un villaggio che da una parte ha una piccola radura mentre tutto il resto è circondato dalla selva. La maggior parte delle case è in legno, tranne qualche struttura in muratura. Ma c'è anche qualche costruzione in lamiera.
Quiteni si trova alla confluenza tra il rio Urubamba ed il rio Kiteni (che sulle carte è indicato anche come rio Quiteni).
Attraversiamo il rio Kiteni dove alcuni ragazzini si divertono a giocare nell'acqua facendo il bagno. Sull'altra sponda c'è il "Kiteni Inn", un nome altisonante per indicare un complesso di bungalow che pare abbandonato nella foresta. Ma abbandonato non è: il padrone, molto cordiale, ci propone di dormire da lui, ma la cifra che ci chiede (10 dollari a persona) è assolutamente esorbitante per un luogo che ci sembra anche piuttosto squallido. Scopriremo poi che ospita tre o quattro francesi che pagano molto meno.
Attorno ai bungalow c'è uno spiazzo dove crescono arance e limoni, oltre ad una qualità di limoni dolci: si possono raccogliere liberamente, ma solo quelli che sono sulla pianta, perché quelli caduti possono essere non buoni, se non addirittura essere pericolosi.
Intanto ci mettiamo alla ricerca di chi ci potrà noleggiare una lancia per la navigazione sull'Urubamba fino al Pongo di Mainique. Dove l'Urubamba si allarga, c'è una specie di insenatura con tante lance in legno messe a riva.
Qui troviamo un anziano, che sembra il capo di tutti i barcaioli: è il signor German Ramirez. Con lui concordiamo il noleggio di due barche per due giorni: un giorno per arrivare al Pongo, un altro per il ritorno. Sarà lui stesso ad accompagnarci, con l'aiuto di un suo parente.
Giriamo per il piccolo paese: la gente è cordiale, ci sono tanti bambini che ci chiedono di far loro una fotografia e poi loro, o i loro genitori, ci danno l'indirizzo per potergliela spedire.
A Kiteni ci sono anche due piccoli locali dove si può bere, fare colazione, mangiare, stando attenti a non prendere la carne, che decisamente non ha un bell'aspetto e puzza anche un po': questi locali non hanno frigoriferi (anche le birre e le bibite sono a temperatura ambiente) e con il clima caldo umido della Selva si può immaginare come si conserva la carne!
Intanto girando per il paese conosciamo un po' di gente, credo che in pratica abbiamo conosciuto tutti gli abitanti! Tutti sono molto gentili; quando sentono che chiedevamo di poter mettere le nostre tende sulla piccola radura fuori del villaggio, ci consigliano la scuola. E' il periodo delle vacanze scolastiche, la scuola è chiusa e ci sono alcune aule vuote appena costruite. C'è un gran passaparola tra la gente ed alla fine arriva quello che è il custode della scuola con una chiave: ci apre il lucchetto che teneva chiusa la nuova ala appena costruita. L'ambiente è quasi completamente vuoto, abbastanza pulito ed abbiamo anche i bagni a disposizione: meglio così che pagare 10 dollari al "Kiteni Inn"!
Dopo esserci sistemati, ritorniamo in uno dei due locali che avevamo visto per cenare alla luce di lampade a petrolio, circondati dalla curiosità e dalle domande della gente. Non devono vedere spesso degli stranieri.
Alla fine della serata, tutti a scuola a fare la nanna.
Prendiamo possesso delle nostre due lance per discendere un tratto del rio Urubamba.
Alle 7 siamo all'approdo delle barche: per noi ci sono due lance strette e lunghe più di dieci metri equipaggiate con motori fuoribordo.
Sistemiamo i bagagli che vengono coperti con un telo impermeabile e prendiamo posto secondo le indicazioni di German Ramirez che bada al fatto che le lance siano ben bilanciate.
Alle 7 e mezza si parte per scendere il rio Urubamba. La nostra velocità si somma a quella della corrente ed aumenta ancora nei tratti dove incontriamo delle rapide.
Sulle rive è un susseguirsi senza fine di vegetazione fitta: verde di tutte le tonalità ed ogni tanto qualche albero in fiore che forma delle macchie di colore, ora giallo, ora viola, ora di un grigio argenteo. Ci sono anche liane che scendono dai rami e vanno a lambire la corrente del fiume.
Nuvole basse, quasi una nebbia, si alzano sopra gli alberi e giungono sul fiume: è un effetto dell'umidità che si alza dalla foresta; poi, quando i primi raggi del sole si rafforzeranno, si dissolveranno.
Ad interrompere di tanto in tanto il silenzio dell'ambiente (ormai il rumore dei nostri fuoribordo è un rumore di sottofondo costante che non sentiamo più, come non sentiamo più il rumore dell'acqua) sono i rumori che provengono dalla Selva: sono squittii, urla rauche, fischi. Chissà quali animali sono a produrli, uccelli, pappagalli, scimmie o altri mammiferi.
Si parte mentre nuvole basse cariche di umidità si alzano dalla selva.
Il fiume si allarga, sulla parte centrale c'è una secca ghiaiosa che emerge: Ramirez sceglie la traiettoria giusta per avere fondale. La corrente sembra rallentare, l'acqua però ribollisce: è il punto di confluenza con un altro fiume che si scarica sul lato sinistro dell'Urubamba, il rio Cusireni.
Dopo circa un'ora di navigazione la barca accosta alla riva e noi scendiamo cercando di mettere i piedi su qualche sasso, per evitare di affondare nel fango. Dopo un breve percorso su un sentiero ben tracciato tra gli alberi arriviamo a Yomentoni, sulla riva sinistra dell'Urubamba.
Ci sono alcune capanne attorno ad un edificio in legno con lo stemma della Repubblica del Perù: è la scuola.
Ci viene incontro il maestro della scuola che ci domanda da dove veniamo, dove siamo diretti, cosa abbiamo visto del Perù. Stiamo un po' a chiacchierare, è una persona cordiale che non deve vedere molti stranieri qui.
Noi gli chiediamo cosa ci può dire degli indios Macihiguenga che dovrebbero abitare lungo il fiume: «No, è molto difficile incontrarli dal fiume, quasi impossibile. Man mano che i bianchi avanzano nella Selva e si insediano sul fiume, i Macihiguenga si ritirano all'interno, in luoghi sempre più lontani».
Il maestro ci dice anche che il villaggio di Yomentoni deve il suo nome all'albero "yomento".
Dopo aver salutato e ringraziato, risaliamo sulle lance e riprendiamo la discesa ributtandoci nella corrente.
Le rapide si susseguono ogni cinque o dieci minuti e Ramirez sa dirigere la barca per il passaggio migliore: sono anni che naviga su questo fiume e lo conosce palmo a palmo.
Arriviamo intanto ad un altro villaggio, Monte Carmelo, o meglio la scuola di Monte Carmelo perché del villaggio non c'è traccia: le capanne del villaggio sono sparse dentro la Selva.
 
In navigazione sul rio Urubamba.
 
 
La scuola di Monte Carmelo.
 
Una sosta per consumare il pranzo in barca.
 
Ci avviciniamo al Pongo di Mainique, uno stretto canyon attraversato dal rio Urubamba.
L'edificio in legno ha un lato semiaperto: in pratica al posto della parete c'è una specie di balaustra che fa assomigliare l'aula ad una veranda.
I banchi e le panchette di legno sono di foggia antica; la lavagna è una tavola, più o meno levigata, dipinta di nero. Sulla parete una carta geografica e disegni di animali per rappresentare le lettere dell'alfabeto.
La scuola ha due classi di una cinquantina di bambini ciascuna. I bimbi vengono dalle capanne sparse nei dintorni.
La prima lingua che imparano i bambini a leggere ed a scrivere è il "quechua": in "quechua" sono scritti i loro libri, le parole sotto le illustrazioni, i nomi degli animali sulle pareti. Più tardi si insegnerà loro lo spagnolo.
Verso mezzogiorno ci si ferma con le due lance accostate alla riva per fare uno spuntino restando in barca, poi si riprende la navigazione.
Quasi subito c'è una serie di rapide: le lance però non possono superarle con tutti noi a bordo: allora scendiamo a terra lasciando nelle barche solo i motoristi: così alleggerite le lance supereranno gli ostacoli del fiume mentre noi ci sobbarchiamo un percorso a piedi di una mezz'ora dentro la selva che fiancheggia il fiume. Il percorso a piedi ci consente di avere un contatto più vicino, più immediato, con la flora della foresta, fino a riconoscere le minuscole piantine sensitive che, al contatto di un nostro dito, ripiegano le foglie all'interno.
Risaliamo sulle barche. Il fiume, man mano che proseguiamo, diventa più impetuoso perché ci stiamo avvicinando al Pongo.
Ben presto dovremo scendere nuovamente per superare un'altra rapida, e poi un'altra volta ancora e così per più volte.
Poi non sarà più possibile. Il fiume si stringe in una strettoia, si incunea in un canyon naturale e le rive non ci sono più: solo due pareti di roccia verticale a picco ricoperte di vegetazione, qualche alberello attaccato a non si sa cosa e rigagnoli di acqua che scendono in una miriade di cascatelle.
Sono le "porte" del fiume, è il Pongo di Mainique.
 
Durante l'attraversamento del Pongo di Mainique.
 
 
Cascatelle scendono dalle pareti del Pongo di Mainique.
 
Al centro della strettoia del Pongo di Mainique la corrente si fa più veloce, si formano numerose rapide e l'acqua del fiume sembra ribollire.
In questo punto l'acqua sembra ribollire: ci sono spruzzi dappertutto. Cerchiamo di ripararci come possiamo nelle nostre mantelline.
Il Pongo dovrebbe essere lungo circa un chilometro.
Poi all'improvviso, come tutto era cominciato, il fiume si allarga, la corrente appare meno rapida e le acque più calme e tranquille.
La navigazione procede e Ramirez sta facendo i calcoli su fino dove arrivare per passare la notte.
Sulla destra vediamo, come abbandonato arenato sulla riva, un grosso battello.
Ci dicono che era stato portato qui da un tipo arrivato dal rio delle Amazzoni per girare un film ed ora non può essere riportato indietro a causa della stagione asciutta che vede il fiume con poca acqua.
Solo qualche anno dopo il nostro viaggio capiremo che questo battello era il "Molly - Aida" del film "Fitzcarraldo" di Werner Herzog, con Klaus Kinsky e Claudia Cardinale, che racconta la grande impresa di un avventuriero visionario, Brian Sweeney Fitzgerald, chiamato Fitzcarraldo.
A qualcuno viene in mente la possibilità di fermarsi qui per trascorrere la notte al riparo, dentro il battello.
Effettivamente accostiamo e saliamo in perlustrazione, ma il gran numero di animali che hanno scelto prima di noi di abitare nella barca ci fanno cambiare istantaneamente idea.
   
Un battello arenato sulla riva dell'Urubamba che era servito per il film "Fitzcarraldo" del quale fu il co-protagonista.
Il battello "Molly-Aida" in una scena del film "Fitzcarraldo" di Werner Herzog, con Klaus Kinsky e Claudia Cardinale.
   
Il nostro accampamento su una lingua sabbiosa tra la selva ed il rio Urubamba.
Proseguiamo ancora per un po' fino ad una specie di spiaggia sabbiosa, sempre sulla destra, alla confluenza con un fiumiciattolo, il rio Yagato, vicino a Kitibarrei.
I barcaioli ci consigliano di montare le tende qui. La sponda opposta del fiume, di fronte a noi, invece è alta e sopra pare di vedere una capanna. Qualcuno avrebbe preferito campeggiare là, ma Ramirez ci dice di no: qui infatti il banco sabbioso ci protegge dai serpenti, che non riescono ad arrivare fin qui dalla, mentre sulla sponda opposta andremmo a finire proprio in casa loro.
In ogni caso dove siamo si presta bene ad installare le nostre tende.
Intanto c'è chi va in cerca di legna secca per accendere un falò (e trovare legna secca, con l'umidità che c'è, è veramente difficile. Si trovano più facilmente pezzi marci di legno). Altri invece fanno un bagno nel fiume, dove la corrente è più tranquilla ed infine qualcuno prova a risalire a piedi un tratto dell'affluente.
Proprio nel rio Yagato i barcaioli lanciano una piccola carica di dinamite e fanno una strage di pesci di tutte le dimensioni che colpiti  vengono a galla.
Mentre torniamo al campo uno dei ragazzi della barca ci viene incontro mostrandoci in un fazzoletto delle pagliuzze d'oro che ha raccolto filtrando l'acqua del fiume e la sabbia proprio davanti a dove abbiamo piantato le tende.
Intanto Ramirez richiama a riva chi stava facendo il bagno: di giorno non è pericoloso, ma dopo il tramonto si fanno vivi dei pesci notturni che sono molto velenosi.
   
Pagliuzze d'oro trovate nel rio Urubamba.
I ragazzi della barca raccolgono il pesce ucciso dall'esplosivo.
   
Il pesce gatto catturato durante la notte dai nostri barcaioli nel rio Urubamba.
I barcaioli preparano la cena alla brace del falò con i pesci catturati con la carica di dinamite.
I pesci più grandi vengono arrostiti alla griglia, mentre per i più piccoli procedono ad una preparazione particolare: li mettono dentro una grossa canna di bambù, con peperoncino ed altri aromi, che dopo chiudono con delle foglie. Viene posta accanto al fuoco ed ogni tanto la girano in modo da esporla uniformemente al calore. In pratica si tratta di una specie di cottura a vapore.
E' ormai buio quando sentiamo delle urla disumane.
C'è una certa agitazione tra i ragazzi delle lance: uno di loro aveva lasciato una lenza con l'amo nella corrente dell'Urubamba ed ora un pesce ha abboccato. I barcaioli fanno fatica a portare a riva la preda: si tratta di un enorme pesce gatto che emette dei suoni, come dei grugniti di maiale.
Resterà sulla riva per tutta la notte ed in tenda continueremo a sentire le sue urla.
E' il momento di raggiungere le tende a riposare. Davanti alla mia, proprio dove c'è la cerniera da sollevare, vedo alla luce della torcia un grosso ragno peloso, tipo una migale.
   
L'uccisione di una migale trovata all'ingresso della mia tenda.
La stessa migale, un po' spelacchiata, imbalsamata in una vetrinetta su una parete di casa.
   
Si riprende a risalire il corso del rio Urubamba, questa volta controcorrente.
 
Dove le rapide sono più forti, dobbiamo scendere dalla lancia e proseguire a piedi lungo il fiume.
Poiché mi impedisce di entrare in tenda, non ho esitazioni a trafiggerlo proprio al centro del corpo con la lama del mio coltellino multiuso.
Vengo severamente rimproverato da Ramirez: questi ragni sono moderatamente velenosi. Un loro morso può provocare dolori e febbre forte in un adulto mentre può essere letale per un bambino o per una persona di salute cagionvole..
In ogni caso non è molto opportuno ricevere un morso da questa bestiolina.
Vengo rimproverato perché questi ragni, quando si sentono attaccati, sono in grado di saltare anche mezzo metro per colpire l'aggressore. Insomma, sarei stato imprudente ad abbassarmi a trafiggerlo con il coltello. Avrei dovuto invece cercare di allontanarlo usando un lungo bastone.
L'animaletto trafitto continuerà a muovere le zampe pelose per almeno un paio d'ore.
Poi, la mattina dopo, lo metterò in un contenitore di fortuna ed in quel modo arriverà a casa: ora, un po' spelacchiato, fa bella figura di se stesso imbalsamato su una parete di casa.
La notte passa tranquilla (al di là dei "ruggiti" del pesce gatto moribondo).
All'alba ce la prendiamo tutti comoda.
In realtà avremmo dovuto sbrigarci perché la risalita, fatta controcorrente, è di gran lunga più lunga dell'andata.
Comunque sono da poco passate le 8 quando ripartiamo in una giornata con un sole abbagliante, in mezzo a nuvole di farfalle multicolori.
Risaliamo con maggiore difficoltà, perché la corrente delle rapide è più forte e dobbiamo scendere dalle lance più spesso (almeno una decina di volte) perchè le barche riescano a superarle mentre noi facciamo il percorso a piedi.
Quando invece superiamo le rapide senza necessità di scendere, abbiamo una sensazione curiosa: il motore sale di giri, facendo molto rumore, l'acqua si infrange sulla lancia facendo mille spruzzi, sui bordi vediamo l'acqua correre veloce, ci sembra di essere velocissimi anche noi... ma basta guardare verso la riva e ci accorgiamo che siamo quasi fermi: infatti non vediamo gli alberi sfilare con altrettanta velocità ma restano quasi immobili.
   
Così alleggerite, le lance possono superare le rapide.
Una delle nostre lance supera una rapida.
   
Un gruppo di indios Macihiguenga sbuca dalla selva sulle rive del rio Urubamba, forse attirato dai motori delle nostre lance.
Ad un tratto vediamo tra la selva sulla sponda del fiume accanto ad una capanna un gruppo di individui, forse un piccolo nucleo famigliare, vestiti in modo piuttosto rozzo e primitivo, quasi con una tela di sacco. Il loro tratti somatici sono decisamente diversi da quelli di tutte le persone che abbiamo qui incontrato: sono indios Macihiguenga.
Purtroppo non possiamo assolutamente fermarci neppure per un momento, perché siamo in tremendo ritardo.
Alle sei del pomeriggio è già buio pesto: non si vede ad un metro dalla barca e mancano ancora due ore di navigazione.
Ogni tanto Ramirez accende una modesta torcia elettrica verso le rive del fiume. Noi crediamo di fargli un favore accendendo le nostre, più potenti, ma lui ce le fa spegnere subito. Non vuole illuminare il fiume, ma solo di tanto in tanto la riva: conoscendo il fiume a memoria, gli basta questo per riconoscere un albero, una pietra e così capire dove si trova ed evitare la roccia, la rapida, la secca per indirizzare la barca dal lato giusto.
Poi ci fa mettere tutti verso la prua della barca, per bilanciarla in un certo modo quando c'è da superare una rapida. Solo in un'occasione dobbiamo scendere dalle lance e farci un pezzo di cammino a piedi nel buio.
Finalmente, dopo le 8, scorgiamo una luce e poi altre ancora: sono le case di Kiteni e spontaneamente esplode un applauso fragoroso in onore di Ramirez e dei suoi ragazzi che scarica la tensione accumulata nelle ultime ore.
Una partitella internazionale di calcio con una rappresentativa peruviana locale!
Purtroppo non c'è la possibilità di sistemarci dentro la scuola, perché il padiglione dove avevamo dormito l'altro ieri è occupato da delle impalcature dei muratori.
Sistemiamo quindi le tende nel cortile di fronte alla scuola.
L'indomani è l'ultimo giorno dello sciopero generale che dovrebbe finire a mezzanotte.
Passiamo il tempo a bighellonare: chi fa il bagno nel rio Kiteni, chi fa provviste di limoni ed arance al "Kiteni Inn", chi si dedica ad una partitella internazionale di calcio contro una rappresentativa di Kiteni.
A mezzogiorno siamo invitati da uno dei ragazzi della barca: oggi è il suo compleanno.
Si beve birra a volontà e poi arriva il pesce. Ci sfamiamo tutti con la sola testa del pesce gatto catturato ieri.
Il resto del pesce è stato fatto a pezzi e messo ad essiccare al sole, ma questo trattamento non si può fare con la testa, che per questo viene consumata subito.
Ci dicono che prima di farlo a pezzi e curarlo, hanno pesato il pesce: era di 55 chili.
Al tardo pomeriggio partiamo: c'è mezzo villaggio che viene a salutarci mentre carichiamo i nostri bagagli nel minibus. La nostra speranza è che i campesinos non tengano i picchetti ed i blocchi stradali fino alla mezzanotte, come da programma.
Ci va bene ed un po' prima della mezzanotte siamo a Quillabamba.
Facciamo un paio d'ore di sosta, per far riposare l'autista, che poi riparte ed alle 10 del mattino siamo a Cuzco.
Avvicinandoci a Cuzco incontriamo lunghe colonne di camion carichi di campesinos che si recano alla manifestazione. Approssimativamente riusciamo a capire il motivo dello sciopero: finita la dittatura militare il governo di centro-destra ha diminuito il prezzo d'esportazione del caffè per renderlo più competitivo nei confronti di quello degli altri paesi sudamericani esportatori ed ha imposto una tassa a carico dei coltivatori i quali sono stati costretti ad abbassare i salari. I campesinos così sarebbero ridotti praticamente alla fame.
Entrati in città passiamo subito alla Faucett per lasciare l'elenco dei nostri nomi con i numeri di passaporto ed otteniamo la conferma del nostro volo (in realtà si tratta di una riconferma, perché avevo dato la conferma a Lima, il primo giorno).
Ultimi acquisti a Cuzco ed alla sera andiamo ad uno spettacolo di danze popolari in un locale in Avenida Sol.
Bellido ci mette a disposizione gratuitamente il suo minibus per il trasferimento in aeroporto alle 6 della mattina ed alle 9 siamo già al recupero bagagli nell'aeroporto di Lima.
Ed a Lima troviamo Basadur che ci aspettava per portarci all'Hotel San Sebastian dove lasciamo i bagagli per poi lanciarci in uno shopping selvaggio presso il Centro Artesanal che c'è in Avenida La Marina.
Cena di commiato per il gruppo in un lussuoso ristorante di Lima e poi tutti a chiudere i bagagli. All'indomani, alle 11, siamo in aeroporto (ci accompagna ancora Basadur con un lussuoso autobus dotato di ogni comfort, peccato doverlo usare per un tragitto così piccolo, mica che Basadur ce lo avesse dato per fare il tour!).
Check-in, tassa d'imbarco, ultime spesette allo free shop ed alle 13.30 si decolla.
Ciao Perù.
   
   
  
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Pagina aggiornata il 28 febbraio 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo