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El Camino Real del Inca

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La "Plaza de Armas" di Cuzco vista dalla fortezza di Sacsahuaman: sullo sfondo la "Iglesia de la Compañia de Jésus" (con a fianco la Cappella di Loreto e quella di S. Ignazio di Loyola). Non visibile, a sinistra, si erge la Cattedrale.
 
La "Capilla de San Ignacio de Loyola" a sinistra della "Iglesia de la Compañia de Jesus".
Siamo finalmente a Cuzco, l'antica capitale del "Tahuantinsuyo", o "Incanato" e "Incario", ovvero Impero Inca, la cui fase "storica" coprì appena l'arco di un secolo.
Cuzco, chiamato anche "ombelico del mondo" secondo una visione etnocentrica degli Incas, era effettivamente al centro delle molte nazioni che si erano ritrovate annesse con i loro territori alla nuova organizzazione politica.
Complessivamente l'"Incario" si estendeva tra il parallelo 3 di latitudine Nord e il 36 di latitudine Sud coprendo quindi circa 4.000 chilometri tra il rio Ancasmayo (nell'attuale Colombia) e il Maule, o forse fino al Bío Bío, nel sud del Cile. Ad occidente arrivava alle coste dell'Oceano Pacifico mentre ad oriente trovava nella foresta amazzonica il suo confine naturale.
Le comunicazioni si svolgevano secondo quattro direttrici principali che univano quattro regioni in cui l'"Incario" era diviso: il "Chinchaysuyu" (verso il nord), il "Contisuyo" (a ovest, fino alla costa), l'"Antisuyo" (a est, verso le Ande orientali) ed il "Collasuyo" (a sud, verso il lago Titicaca e la zona abitata dai Colla). Queste quattro regioni formavano il "Tahuantisuyo", nome che si usa come sinonimo di Impero Inca. Alcuni hanno osservato che la parola "Tahuantisuyo" contiene le voci "tahua" (quattro) e "inti" (sole) proponendo quindi un significato "le quattro regioni del sole". Altri invece ritengono che "nti" non abbia alcuna relazione con il sole ("inti"), ma indichi piuttosto una relazione, un legame, tra persone o cose. Allora il significato di "Tahuantisuyo" diventerebbe "le quattro regioni che si integrano" o "le quattro regioni che si incontrano unite".
Visto nella prospettiva della storia del Perù, l'Impero Inca non fu altro che un breve (e ultimo) tassello di un "continuum" che era iniziato almeno tremila anni prima nella regione andina. Tutti gli elementi e le caratteristiche culturali che presenta "el Incario" sono presenti in epoche precedenti. L'egemonia incaica è la conseguenza di una millenaria tradizione agricola che non seppe sviluppare miglioramenti tecnologici che portassero ad un aumento della produzione alimentare di fronte ad una costante pressione demografica. Questo si tradusse ad avere uno stato endemico di bellicosità tra gruppi vicini per la conquista di nuovi terreni per la coltivazione e per il controllo delle acque d'irrigazione per incrementare la produzione. Naturalmente al fattore economico si aggiunge la lotta per il potere.
Le contese portano ad alleanze, a formare gruppi maggiori, in competizione con altri gruppi, a disgregazioni quando diventa conveniente rompere un'alleanza, in un sistema che trova un equilibrio sempre effimero, sempre incerto.
Fu così che si formò l'impero Tiahuanaco-Huari al cui sgretolamento ci fu un generale ritorno ad una certa indipendenza dei vari gruppi etnici; questi non tardarono a riprendere la loro bellicosità per sopraffare i gruppi vicini, andando così a formare gruppi (o "regni") maggiori: i Chimú e i Chincha sulla costa, i Colla, i Chanca e gli Inca sulla Sierra. Tutti possedevano una tradizione di una cultura alta simile tra loro; simile era la struttura bellica, simile anche la gestione del potere di governo. Arrivato il proprio turno, il gruppo che in un certo momento aveva il potere maggiore, poteva perderlo a favore di un altro gruppo che saliva di importanza.
E fu così che si formò anche il potere degli Incas ed il loro impero: quello che ha luogo nella Sierra tra le "nazioni" Inca e Chancha determina la formazione dell'"Incanato": effettivamente è solo dopo che gli Incas sconfiggono i Chanca nel 1438, che gli Incas diventano forti e vanno a dominare i Colla, i Chinca, i Chimú e tanti altri gruppi.
Tutti questi gruppi erano ad un livello culturale simile, quindi non si deve pensare che gli Incas che partirono da Cuzco per formare un impero appartenessero ad una razza esotica di uomini superdotati. Ipoteticamente i gruppi maggiori avrebbero potuto aggregarsi in modo diverso, ed allora i "conquistadores" spagnoli che arrivarono nel XVI secolo in quelle terre che oggi noi chiamiamo Perù avrebbero potuto affrontare un grande impero Colla, o Chimú, o Chanca invece di quello degli Incas.
E come l'uomo non è solo attore delle proprie imprese, ma anche narratore delle proprie azioni "storiche", anche gli Incas narrarono le loro imprese, con una concezione del tutto personale, e poco scientifica, della "storicità".
Sempre le dinastie dei potenti hanno cercato di dare una giustificazione soprannaturale alle proprie imprese, e così hanno fatto anche gli Incas. Nel secolo XVI gli spagnoli poterono raccogliere i miti che narrano le origini dei sovrani incaici, quello di Manco Cápac e dei Fratelli Ayar.
Pietre incaiche fanno da basamento ad una costruzione coloniale.
 
Una nicchia su un muro incaico.
Cuzco ci appare come una città che appartiene a due epoche: c'è una città incaica sulla quale è sovrapposta quella coloniale spagnola. Anzi, gli edifici del centro di Cuzco sono inca fino ad un paio di metri d'altezza (ma anche 4 o più) per diventare coloniali più in alto.
Infatti dopo la conquista della città da parte degli spagnoli nel 1533, tutti gli edifici incaici furono distrutti per essere trasformati secondo le esigenze dei nuovi padroni i quali però utilizzarono spesso le strutture incaiche preesistenti per costruirci sopra secondo la loro architettura coloniale (anche se in molti casi ci furono edifici distrutti del tutto, come quello che sorgeva dove oggi c'è l'Iglesia del Triunfo, magari anche per smantellare le pietre che sarebbero state usate per i nuovi palazzi coloniali).
Abbiamo quindi edifici che poggiano su fondamenta e muri incaici e, dopo una certa altezza, sono costruiti in stile coloniale.
Il fatto di aver mantenuto le fondamenta dei palazzi incaici significa che la struttura della città (nel suo nucleo più antico) è restata quella di quando era la capitale dell'impero Inca. Potremmo, con una mappa della città, individuare le strade ed i quartieri incaici verificando che coincidono con gli attuali.
Diverso è il caso dei nomi che vengono dati ai resti dei palazzi incaici: "Palacio de Inca Roca", "Palacio de Pachacútec", ecc. E' impossibile dimostrare l'autenticità di tali attribuzioni. Il "Coricancha" (o tempio del Sole) costituisce un caso forse unico e non ci sono dubbi che, nonostante tutte lei modifiche, sovrapposizioni e ampliamenti che lo trasformarono nel tempio e convento di Santo Domingo, sia il tempio maggiore dell'antica capitale incaica (tuttavia, per praticità, in tutti gli altri casi userò le attribuzioni tradizionali, anche se non storiche, mantenendo l'ortografia caotica che si riscontra nei nomi dei luoghi archeologici).
Il piano della città di Cuzco assomiglia alla figura di un puma con la testa di falco. La cosa, affermata da alcuni cronisti antichi, è stata ormai confermata da studi e rilievi moderni: la silhouette è determinata dal percorso dei fiumi Tullomayo e Huatanay, la testa di falco è rappresentata dalla fortezza di Sacsahuaman ("huaman" significa falco) dove le mura ciclopiche, disposte a zig-zag, viste dall'alto, rappresentano le penne del falco ed il torrione circolare l'occhio dell'uccello. Esistono anche nomi di settori della città che ricordano il carattere zoomorfo della città: Pumachupan significa letteralmente "coda del puma" (ed infatti è il settore finale della città, opposto a Sacsahuaman, la testa).
Le mura incaiche del "Coricancha" sono oggi le fondamenta del complesso coloniale di San Domingo.
 
La "piedra de los doce ángulos" in "calle de Hatunrumiyoc": dodici angoli si incastrano perfettamente con le pietre vicine.
Siamo a Plaza de Armas, la piazza dove sono rappresentate le tre "armi", intese araldicamente come insegne dei tre poteri: quello religioso, quello del governo centrale e quello del governo locale. Anche ai tempi degli Incas in questo settore c'era una piazza, la "Huacay-pata" che fino all'arrivo degli spagnoli il rio Huatanay separava da un'altra piazza, la "Cusi-pata". Oggi è un blocco di edifici a separare le due piazze.
Stiamo godendoci dello spettacolo della Plaza de Armas, con gli edifici e le chiese che si affacciano, quando assistiamo ad un borseggio ai danni di un turista francese: questi stava camminando sul rialzo davanti alla Cattedrale quando subisce lo sgambetto da parte di un ragazzino. Il turista cade in avanti, ma prontamente viene soccorso da un giovane che gli evita di cadere a terra ed in quell'istante, con una bravura da prestidigitatore, sparisce la tasca portadocumenti che il turista aveva appesa al collo, sotto la camicia. Noi siamo lontani qualche decina di metri e vediamo così tutta la scena, ma non facciamo a tempo di intervenire e vedere da che parte sono scappati i due complici. Ovviamente ci avviciniamo al turista, che ancora non si era accorto della sparizione del borsellino: stenta a credere di quanto è avvenuto. Purtroppo, oltre che ad un po' di soldi (ma ne ha degli altri nascosti in posti più sicuri), è sparito anche il passaporto, per cui dovrà recarsi a fare la denuncia alla polizia.
La nostra permanenza a Cuzco durerà complessivamente sei giorni, compresi quelli in cui faremo delle escursioni giornaliere rientrando la sera ed i giorni che dedicheremo a Machu Picchu durante i quali il signor Bellido Velasco ci terrà i bagagli nel suo hotel.
In questo modo abbiamo tempo per visitare Cuzco un po' alla volta, immergerci nella sua atmosfera incaica ed in quella coloniale, anche se in tutta sincerità preferiamo la prima, le pietre squadrate degli Incas alle chiese barocche degli spagnoli (come l'Iglesia de Santa Clara, il cui interno è tutto a specchi veneziani!).
Passeggiando semplicemente per le strette viuzze incaiche di Cuzco possiamo ammirare la raffinata tecnica costruttiva con la quale gli Incas costruivano i muri a secco utilizzando enormi pietre che squadravano in modo da farle perfettamente combaciare a quelle prossime. Nella "calle de Hatunrumiyoc" ("hatun", grande e "rumi", pietra), dove c'è il cosiddetto "Palacio de Inca Roca", ammiriamo una grande pietra poligonale con dodici angoli che si incastrano perfettamente con le pietre vicine: ovviamente questi sono solo gli incastri che vediamo sul lato visibile del masso; non sappiamo quanti altri ce ne siano sui lati non visibili, trattandosi di un oggetto tridimensionale.
Il complesso coloniale del "Coricancha" poggia sulle possenti mura incaiche.
 
Una vecchia foto del complesso domenicano.
 
Lavori di ricostruzione ancora in corso dopo il terremoto del 1950.
Per le visite acquistiamo un biglietto cumulativo da 10 dollari (che diventano 5 se si possiede una carta internazionale dello studente, anche scaduta) che consente numerosi ingressi a Cuzco ed anche in siti archeologici dei dintorni (escluso il Machu Picchu).
Nelle nostre visite a Cuzco non possiamo fare a meno di visitare il "Coricancha" ("cori", oro, e "cancha", area cintata). La tradizione vorrebbe che sia stato Pachacuti, il primo sovrano "storico" della dinastia incaica, a costruire il tempio del Sole (chiamato anche "Inticancha") che venne demolito dall'esercito di Pizarro nel 1534: qui c'era una grande piatto d'oro che risplendeva al sole riflettendone i raggi, le ricoperture dei muri interni erano fatte con lamine d'oro, le figure nel giardino interno erano statue d'oro a grandezza naturale, oltre a tantissimi idoli e decorazioni ugualmente d'oro.
Sopra le rovine del "Coricancha", utilizzandone le fondamento e molti pezzi, venne costruito l'attuale convento di San Domenico.
Dello splendore del tempio del Sole ci parlarono i cronisti.
Ad esempio Garcilaso de la Vega fece un racconto del santuario del "Coricancha" e del giardino, "jardín de oro".
«Quell'orto che ora serve al convento per produrre ortaggi era, al tempo degli Incas, un giardino d'oro e d'argento (...) c'erano fiori di diverse sorti, molte piante minori, molti alberi grandi, molti animali piccoli e grandi, selvatici e domestici, caimani e lucertole e chiocciole, farfalle e pappagalli e altri uccelli grandi, qualunque cosa potesse essere messa in un luogo, lì aveva la propria contraffazione o l'imitazione al naturale.
C'era una grande coltivazione ed i semi che chiamano "quinua" e altri legumi e alberi da frutta, con tutta la loro frutta di oro e argento, imitata al naturale; c'erano anche grandi figure di uomini e donne e bambini fusi nello stesso metallo, e molti granai, tutti per ornamento e maggior grandezza della casa del Dio il Sole. Ogni anno a tutte le feste principali gli presentavano tanto argento e oro che impiegavano tutto per adornare la sua casa, inventando ogni giorno nuove meraviglie, perché tutti gli orefici che erano al servizio del Sole non intendevano altro se non fare ed imitare le cose descritte. Facevano infiniti recipienti, che il tempio usava per il servizio come pentole, brocche, tini, botti. Insomma in quella casa non c'era niente di fatto a mano per qualunque servizio che non fosse d'oro o d'argento, fino alle zappe ed alle vanghe per tenere in ordine i giardini. Quindi con ragione chiamarono il tempio del Sole e tutta la casa Coricancha, che vuol dire quartiere di oro.»

Il convento di Santo Domingo fu colpito, come tutta la città di Cuzco, prima dal terremoto del 1650 e poi da quello del 1950. In quest'ultimo si calcolò che caddero sul coro e sulle navate laterali 2.800 tonnellate di muratura. Durante i restauri furono scoperti numerosi reperti incaici dell'antico tempio di "Coricancha", sconosciuti prima di allora.
Il cronista indigeno J. de Santa Cruz Pachacuti Yamqui Salcamayhua nel 1570 fece un disegno del vecchio altare del "Coricancha" come era prima della distruzione del tempio: quel disegno, che fu oggetto di studi, rivela tra l'altro che l'altare seguiva un piano cosmogonico che lo poneva al centro di tutto il "Tahuantisuyo".
L'estensione del "Coricancha" si può vedere ancora oggi, seppure con approssimazione, seguendo le tracce delle sue mura ciclopiche lungo le vie ed i vicoli circostanti. Uno dei resti più famosi è la cosiddetta "ábside de Santo Domingo", lunga circa dieci metri per sei di altezza, che corrisponde al luogo dove c'era "l'altar maggiore" del tempio incaico.
Con una lunga passeggiata a piedi, in salita, raggiungiamo la fortezza di Sacsahuaman che difendeva la città a nord.
 
I bastioni si Sacsahuaman.
 
I bastioni sono disposti a difesa di tre piattaforme poste a differente livello.
La fortezza venne descritta subito con ammirazione dai primi spagnoli che arrivarono a Cuzco: «Sobre el cerro que de la parte de la ciudad es redondo y muy áspero, hay una fortaleza (...) de piedra muy hermosa (...) Tienen tantas estancias y torres que una persona no la podría ver toda en un dia y muchos españoles que la han vista y han andado en Lombardia y en otras reinos extraños, dicen que no han visto otro edificio como esta fortaleza, ni castillo más fuerte. Podrían estar dentro cinco mil españoles...» (Pedro Sancho de la Hoz, segretario di Pizarro, in "Historia de la conquista del Perù", 1534).
Ancora oggi suscita ammirazione per il suo aspetto imponente dovuto agli enormi terrapieni costituiti da pietre di dimensioni ciclopiche. La fortezza potrebbe avere delle origini preincaiche, ma quella che vediamo oggi risale al periodo dell'"Incario".
Sacsahuaman forma la testa ornitomorfa del puma, il cui corpo è rappresentato dalla pianta della Cuzco antica. E' organizzato su tre piattaforme sovrapposte lunghe più di 300 metri che complessivamente raggiungono i 18 metri di altezza, ciascuna delle quali è costituita da bastioni formati da pietre di grandi dimensioni (la più grande è un unico blocco di circa 9 metri d'altezza, per 5 di larghezza e 4 di profondità che si stima debba pesare 360 tonnellate). I bastioni sono disposti su tre linee a zig-zag (come i denti della lama di una sega) per aumentare il volume di proiettili da lanciare verso l'assalitore e per poter difendere il bastione sottostante se attaccato o espugnato dal nemico. Sono collegati tra loro da gallerie e porte munite di pietre mobili per garantirne la chiusura.
All'interno trovano posto alloggiamenti, recinti sacri e torrioni.
Sostiamo nella spianata di fronte alle mura di Sacsahuaman, nei pressi di quello che viene chiamato il "trono del Inca": una pietra tagliata che doveva essere un luogo di culto (nessun trono, quindi). Ne vediamo altre nei dintorni che dovevano avere la medesima funzione.
I blocchi di maggiori dimensioni raggiungono i nove metri d'altezza.
"El trono del inca" a Sacsahuaman: nessun trono, ma sicuramente un luogo di culto.
 
La "roca labrada" di Kenko.
Con delle macchine-taxi che troviamo a Sacsahuaman, per pochi soles, ci facciamo portare a Kenko, a circa un chilometro di distanza. Qui, sopra una collinetta, c'è un luogo di culto: una specie di anfiteatro ed una gran roccia votiva. La roccia è lavorata in parte con numerose figure, gradini, canalette che si adattano alla configurazione naturale della roccia.
L'"anfiteatro" è di forma ellittica e si potrebbe ipotizzare (ma non c'è alcuna prova) che la curva possa essere stata tracciata secondo osservazioni astronomiche. L'ellissi è costituita da un muro nel quale sono ricavati 19 "sedili"; sulla piccola spianata c'è una pietra che dovrebbe evocare (con molta immaginazione) la figura di un puma.
Da qui con le macchine ci rechiamo a Puca Pucara: sopra una collina c'è una fortezza con terrazze, passaggi, scale, muri in pietra con decorazioni. Nulla di particolarmente esaltante, dopo quello che abbiamo visto a Sacsahuaman.
Ulteriore tappa al cosiddetto "baños del Inca", chiamato anche Tambomachay (che si scompone in "tampu", stazione, luogo di riposo, e "machay", caverna). Stranamente il nome non corrisponde apparentemente a quello che si trova sul posto: infatti non ci sono grotte e non ci sono le stanze tipiche di un "tambo".
In effetti si tratta di una specie di muro di sostegno lavorato con accuratezza che aderisce al pendio con vari gradini. Osserviamo sulla facciata delle nicchie, come delle grandi porte cieche che non fanno entrare da nessuna parte. Seguendo il terreno della speculazione, potremmo dire che le porte cieche potrebbero rappresentare le entrate al mondo sotterraneo dove dimorano gli spiriti (in questo senso "tampu", cioè luogo di riposo).
Questo "luogo delle nicchie" mostra cosa si intende per "baño": due canalette che scendono trasversalmente potrebbero aver portato acqua forse termale; in ogni caso il clima di Tambomachay è mite in quanto il luogo è protetto dal vento.
Il mercato domenicale di Chinchero nella piazza davanti alla chiesa, raccolto da mura di antiche costruzioni incaiche.
 
A Chinchero molte case sono costruite sopra resti incaici e le pietre furono tiutilizzate nell'edilizia popolare.
 
Il "gioco" delle contrattazioni con le venditrici al mercato.
Il mercato di Chinchero, ad una trentina di chilometri da Cuzco, si svolge alla domenica.
Il mercato è piuttosto noto e quindi inevitabilmente ci troviamo molti turisti (ma anche noi lo siamo!).
E' un mercato molto bello, soprattutto perché le donne sono tutte con i loro costumi tipici della zona che hanno origini molto antiche e che sono fortemente radicati tra la popolazione. Molte portano anche un caratteristico copricapo. Oltre alle merci per i locali, che si trovano in tutti i mercati, molte donne presentano prodotti del loro artigianato che espongono distribuendoli per terra.
Si tratta di oggetti che abbiamo visto anche a Cuzco, ma qui ci sembrano di qualità migliore e costano un po' meno rispetto ai negozi di artigianato della città.
Il mercato si svolge nella piazza principale di Chinchero che è racchiusa da mura incaiche nelle quali si aprono delle nicchie trapezoidali di un paio di metri di altezza. Dall'altro lato la piazza è racchiusa dalla chiesa, costruita nel 1607 sopra i resti di rovine incaiche. Alla periferia del paese ci sono altri resti di muraglie antiche collegati al sistema dei terrazzamenti agricoli ("andenes") che esistono in zona. In una muraglia vediamo una roccia che presenta sulla superficie figure di animali: in sincerità a noi profani è difficile stabilire se si tratti di opera dell'uomo o di uno scherzo della natura nel quale "vogliamo" vedere le figure di animali.
 
Il presunto pellicano di Chinchero che secondo noi è solo uno scherzo della natura.
 
Rientrando verso la piazza alcune nostre compagne di viaggio, meno interessate all'archeologia e di più al mercato, incappano in un corteo nuziale con tutti i partecipanti in costume. Seguono il corteo e fotografano. Alla fine verranno invitate alla festa in cambio delle foto che faranno e che si impegnano a spedire una volta ritornate in Italia.
Noi le salutiamo e ritorniamo a Cuzco, dove loro invece arriveranno a sera tardi con un autobus di linea dopo aver festeggiato gli sposi con birra, "chicha", "pisco" ed ogni genere di cibi.
Nel primo tratto del percorso non basta la cremagliera per far superare le forti pendenze al trenino per il Machu Picchu: allora le rotaie salgono a zig-zag. Il trenino (sulla destra) sta arrivando ad uno scambio e poi risalirà a marcia indietro sul binario che si vede a sinistra.
 
Per lunghi tratti la ferrovia segue il rio Vilcanota.
 
Durante la salita a piedi verso le rovine, ci affacciamo sulla valle del Vilcanota: sul fondo il fiume ed il ponte ferroviario.
Alla vigilia della nostra partenza in treno per l'escursione al Machu Picchu, facciamo provviste dividendoci i compiti. A me spetta l'incarico di acquistare il pane per tutti che mi viene messo in un grande sacco di plastica trasparente.
Mentre mi reco al luogo dell'appuntamento con tutti gli altri, mi si avvicina un bambino che chiede l'elemosina.
Ma non mi chiede soldini con il gesto della mano.
Mi chiede del pane.
E' un episodio che non potrò mai dimenticare, come quell'altro, sempre qui a Cuzco, di una serata trascorsa in un ottimo ristorante in centro. In strada, davanti alle lussuose ampie vetrate del ristorante, c'erano dei bambini che guardavano dentro, per vedere la gente che mangiava.
Scene che non si possono dimenticare.
Alla mattina della partenza per il Machu Picchu, come eravamo restati d'accordo con il proprietario dell'albergo, teniamo una sola camera nella quale unifichiamo tutti i nostri bagagli perché ci portiamo via solo le provviste, le tende e quello che ci serve per i due giorni, ad eccezione di un gruppetto di noi che starà via quattro giorni, volendo fare il trekking per arrivare al Machu Picchu percorrendo l'antico camminamento incaico.
Raggiungiamo la stazione di Cuzco per prendere la corsa delle 6.00 (il trenino con le carrozze più lussuose per i turisti parte più tardi).
I nostri compagni di viaggio sono molto colorati e folcloristici.
Alle sei in punto il nostro trenino parte. Dopo pochi chilometri dalla partenza, c'è un certo dislivello da superare ed allora comincia un percorso a zig-zag: superato uno scambio, percorre un tratto di rotaia con cremagliera fino a superare lo scambio con tutto il convoglio.
Quindi un manovratore scende dal treno, aziona manualmente lo scambio, ed il treno a marcia indietro percorre un altro binario in salita, fino ad arrivare (e superare) un altro scambio: ancora una volta il manovratore scende e, questa volta a marcia avanti, il trenino prende il binario in salita più a monte, e così via per quattro volte.
Il percorso è molto suggestivo, seguendo molto spesso il rio Vilcanota (che poi altro non è che il rio Urubamba) a volte scomparendo entro gallerie.
In una di queste gallerie (la più lunga) si spegne improvvisamente la luce nei vagoni: sapevamo che questo accade quasi sempre perché è in quel momento di buio che entrano in azione i ladruncoli.
Prevedendo la cosa noi ci eravamo sistemati i bagagli tra le gambe in modo da tenerli sotto controllo (e facendo "scudo" con il nostro corpo nel momento di oscurità).
Alle 10 il trenino si ferma alla stazioncina del Km. 88: scendono i nostri amici che arriveranno al Machu Picchu con un trekking di quattro giorni (e tre notti). Noi avremmo voluto fare il trekking più breve, quello di poco più di mezza giornata, che si può iniziare al chilometro 107 dalla stazioncina di "Toma de agua hidroeléctrica" raggiungendo da qui Wiñay-Wayna, ma già avevamo saputo che non si può fare per motivi di sicurezza militare (almeno così ci avevano detto a Cuzco).
Durante la salita a piedi verso il Machu Picchu costeggiamo le antiche "andenes" costruite dagli Incas che Hiram Bingham aveva visto coltivare da alcuni contadini.
 
La giornata volge al termine ed il sole tramonta nella valle del rio Vilcanota (che è il nome che ha in questo tratto il rio Urubamba), tra le rovine del Machu Picchu, mentre noi ci apprestiamo a preparare il campo.
Finalmente alle 10.20 arriviamo alla stazioncina di Machu Picchu. Da qui alle rovine ci sono 8 chilometri, che si possono percorrere con dei minibus, oppure a piedi. Inoltre c'è un sentiero che taglia tutti i tornanti, più rapido anche se più faticoso.
Noi ci incamminiamo per la strada ed ogni tanto tagliamo qualche tornante utilizzando il sentiero diretto.
Scendono dei minibus, mi sento chiamare, il minibus si ferma: non ci posso credere, è Giancarlo di Roma, con il quale avevo fatto un viaggio in Messico l'anno prima. Un abbraccio veloce, uno scambio di notizie al volo sui nostri itinerari ed il suo pulmino riprende a scendere mentre noi, a piedi, riprendiamo la camminata.
Ad essere sinceri non è questo il modo naturale con cui approcciarci con il Machu Picchu: noi ci stiamo arrivando salendo. In realtà al Machu Picchu si dovrebbe arrivare "scendendo" attraverso il "camino del Inca", il percorso che stanno facendo i nostri amici che hanno scelto il trekking di tre giorni. In quel modo ci si ritrova con le rovine di Machu Picchu che si fanno scoprire aprendosi sotto i propri piedi.
La nostra salita si conclude all'ingresso dell'area archeologica: evitiamo il costoso ristorante dell'albergo di recente costruzione e consumiamo un pranzo al sacco. Quindi lasciati gli zaini presso uno dei due depositi bagagli entriamo per iniziare la visita alle rovine (il biglietto acquistato dopo mezzogiorno è valido anche per tutto il giorno successivo).
Sfruttiamo le ore di luce per fare una ricognizione del sito, andando un po' dappertutto ma senza soffermarci su qualcosa in particolare: serve a tutti per avere un orientamento generale dell'area (anche se non si può fare a meno di guardare da vicino il "torreón", l'"intihuantana" ed avere una visione ammirata per i terrazzamenti, o "andenes", del cosiddetto settore agricolo e per quelle audacemente abbarbicate sulle pendici scoscese dello Huayna Picchu).
Approfittiamo anche della luce favorevole (il sole viene da Sud, Sud-Ovest) per fare le prime fotografie; domani mattina il sole ci darà la luce da Est, Sud-Est ed allora la luce sarà favorevole per altri monumenti, altre inquadrature.
Al tramonto chiediamo il permesso al personale addetto all'ingresso di poterci sistemare con le tende in uno spiazzo a fianco di una baracca. Non ci sono problemi e dopo cena ci infiliamo nelle tende senza poter ammirare le stelle: pioverà per tutta la notte.
 
Ci prepariamo a passare la notte nelle nostre tende piazzate sul sentiero a fianco della biglietteria d'ingresso al "Parque Arqueológico de Machu Picchu".
 
 
Il risveglio del campo alla mattina: siamo proprio sul Machu Picchu: Si prepara la colazione mentre si cominciano a smontare le tende.
 
In contemplazione davanti alle rovine di Machu Picchu.
 
Il "sector civil" nel quale una roccia levigata riflette i raggi del sole.
 
Il Machu Picchu si considera generalmente come la "gemma" dell'architettura incaica. Si stende sulla cima di un monte di difficile accesso, in mezzo ad un paesaggio di Sierra dalla vegetazione fitta, rigogliosa ed esuberante: cornice naturale che ha contribuito a dare la fama di splendida bellezza a questo monumento architettonico.
 
La veduta "classica" delle rovine di Machu Picchu.
 
Il Machu Picchu venne scoperto da Hiram Bingham il 24 luglio 1911. In precedenza le rovine erano già state visitate da contadini ed altri abitanti della zona, tuttavia si deve a Bingham se il mondo venne a conoscenza di questo gioiello.
Su questo complesso archeologico sono state formulate molte teorie, spesso anche troppo fantasiose.
Inizialmente Hiram Bingham credette di aver scoperto la culla degli Incas a Pacaritampu (o Pacaritambo), dove c'era la collina di Tamputoco. Successivamente pensò che le rovine potessero appartenere alla misteriosa e sfuggente Vilcabamba La Vieja, dove i discendenti dei sovrani Incas si sarebbero rifugiati nel periodo coloniale spagnolo.
Luis E. Valcárcel presenta invece il Machu Picchu come un luogo sacro mantenuto in segreto dagli Incas "coloniali" che si erano rifugiati a Vilcabamba. A questo luogo sacro si riferirebbe nel 1638 padre Antonio de la Calancha quando scrive di una "universidad de la idolatría" tenuta nascosta.
Comunque sia, dal punto di vista archeologico non ci sono dubbi che il Machu Picchu rappresenti un'espressione tarda del periodo Inca imperiale (secoli XV o XVI). Forse alcune mura furono completate addirittura in epoca coloniale. Vale la pena citare che tra gli oggetti rinvenuti da Bingham e dai suoi collaboratori ci sono delle perline di vetro.
Indubbiamente si può considerare una cittadella fortificata dove le mura di difesa non sono costruite con parapetti o fortificazioni, ma sono i naturali pendii scoscesi che circondano il complesso, ad eccezione della zona in cui arrivava l'originario cammino incaico, l'unico modo, facilmente difendibile, per poter entrare nel Machu Picchu.
L'enigmatica roccia levigata nel "sector civil" riflette i raggi solari quasi come fosse uno specchio.
 
Il "torreón" in una inconsueta veduta dall'alto.
 
L'"intihuantana", ritenuto uno gnomone. Il suo nome significa "dove si posa il sole".
La mattina dopo abbiamo la sveglia all'alba ed alle 6.30, smontate le tende e lasciati gli zaini al personale della biglietteria che gentilmente ce li terrà senza dover pagare nulla, iniziamo la visita sistematica al sito in modo da essere già a buon punto quando arriveranno i nuovi turisti con i trenini da Cuzco.
Bingham aveva diviso il complesso in differenti settori, come il "sector agrario", il "sector urbano" con il "sector civil" ed il "sector sagrado"; aveva dato anche dei nomi a gruppi di monumenti, la "plaza major", "las cárceles"; pur con qualche modifica, ancora si tiene questa distinzione la quale, ovviamente, è solo convenzionale. Non si deve pensare che lo stesso "torreón militar" avesse necessariamente un carattere bellico: si trattava solo di un edificio semicircolare con due finestre trapezoidali ed una porta rivolta a nord con dei curiosi fori sulla soglia (e su questi fori si potrebbero fare -e c'è chi le ha fatte- tantissime ipotesi).
Avevo studiato sulla carta il Machu Picchu, ne avevo letto molto sui libri, da quelli di archeologia tradizionale a quelli un po' più "fantasiosi".
 
Il "torreón", uno degli edifici più noti ed enigmatici di Machu Picchu.
 
Finalmente posso vedere direttamente quello di cui avevo letto e quindi la mia visita cerca di essere attenta, posso commentare particolari architettonici e costruttivi quasi irrilevanti, posso riportare le ipotesi che sono state fatte per cercare di dare delle spiegazioni a "stranezze" che si possono riscontrare.
E' naturale quindi che tutti i compagni di viaggio mi seguano, mi facciano domande, alle quali cerco di rispondere.
Si va avanti così per un paio d'ore, quando mi si avvicina un signore il quale, mostrando un tesserino, mi dice che solo le guide autorizzate possono accompagnare i turisti tra le rovine. Insomma, mi aveva scambiato per una guida! Naturalmente gli spiego che siamo solo un gruppo di amici in viaggio in Perù ai quali sto raccontando qualcosa che so del luogo dove ci troviamo. Il signore è soddisfatto della risposta e ci lascia continuare: evidentemente il suo timore era quello che si potessero infiltrare delle guide abusive che gli avrebbero tolto lavoro, a lui che era guida autorizzata.
 
Il "templo de las tres ventanas" (tempio delle tre finestre) costruito da blocchi ciclopici. 
 
 
Una delle pietre ciclopiche che costituiscono il "templo de las tres ventanas".
 
"Andenes" fino in cima alle scoscese pareti dello Huayna Picchu (che significa "cima giovane").
Facciamo veramente una bella visita accurata alle rovine di Machu Picchu, visitando tutti i complessi principali (quando devono ancora arrivare i turisti da Cuzco) e poi anche quelli secondari, che raramente i turisti vanno a visitare.
Alcune grosse pietre abbandonate mentre erano ancora in lavorazione ci mostrano il metodo usato dagli antichi costruttori per tagliarle in forme geometriche così precise: usando solo cunei di legno e acqua per bagnarli!
Ci piacerebbe anche salire sullo Huayna Picchu (la "cima giovane" che in genere fa da sfondo alla panoramica classica di Machu Picchu, la "cima vecchia"): lungo il percorso, molto accidentato e senza alcuna protezione, si aprono delle grotte artificiali tagliate nella roccia. Anche qui si attraversano scoscesi terrazzamenti per i quali viene da chiedersi come abbiano fatto a costruirli e quanti siano precipitati nel vuoto al di sotto, dove scorre il fiume Urubamba (o Vilcanota). Non completiamo la salita: ci sono ormai tratti in cui il camminamento è quasi del tutto sparito e preferiamo rientrare. Verremo a sapere poi che per giungere a delle costruzioni che ci sono in cima allo Huayna Picchu dovevamo prendere un altro sentiero, dal lato opposto: solo che quel sentiero è in condizioni peggiori di quello che abbiamo parzialmente percorso noi e senza una minima attrezzatura da montagna non si può arrivare alle rovine.
Dopo un pranzo al sacco, alle 13 comincia la nostra discesa: dobbiamo acquistare i biglietti del treno per Cuzco, dove non era stato possibile acquistare quelli di andata-ritorno (non esistono). La biglietteria apre alle 14. Alle 16 parte il treno per i turisti mentre noi abbiamo il trenino degli indios alle 16.30.
Per il fatto che il nostro convoglio non parte dalla stazioncina di Machu Picchu, ma proviene da Quillabamba, non troviamo posto a sedere e ci facciamo un paio d'ore di viaggio un po' schiacciati, in piedi. Poi finalmente il treno si svuota. E' ormai buio che arriviamo alla stazione di Cuzco.
Durante il viaggio abbiamo tenuto d'occhio i nostri bagagli (i ladruncoli sono numerosi) e non è successo niente. Ora, scesi alla stazione di Cuzco, sfiliamo per il marciapiede sotto lo sguardo attento di due ali di ragazzini, che ci scrutano: noi ci siamo disposti in fila indiana, in modo da poter controllare il bagaglio del nostro compagno che ci sta davanti. Fortunatamente non accede nulla; ci avevano detto che, assieme alla luce del vagone che viene spenta in galleria, questo è il momento più pericoloso.
All'uscita della stazione, come eravamo restati d'accordo, troviamo il minibus del signor Bellido che ci aspetta per condurci all'albergo.
Ormai tra visite ed escursioni nei dintorni, compresa quella a Machu Picchu, che non ho riportato in stretto ordine cronologico, sono volati i nostri sei giorni a Cuzco.
I nostri amici del trekking ci raggiungeranno due giorni dopo (avevano fatto tre pernottamenti lungo il percorso, camminando e pernottando tra rovine incaiche minori) mentre Carlo con Chiara ci lasciano per andare a Lima dove poi proseguiranno per loro conto per l'Ecuador; ma Carlo a Lima dovrà passare per l'ambasciata italiana perché è sempre senza il passaporto che gli avevano rubato a la Paz.
L'indomani lasceremo Cuzco dove torneremo fra sei giorni per cominciare il rientro in Italia.
  
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Pagina aggiornata il 28 febbraio 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo