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El Camino Real del Inca

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La Panamercana a nord di Lima.
Lasciamo Lima per dirigerci verso nord. Purtroppo una serie di ritardi e di inconvenienti con le compagnie aeree ci fanno partire quando ormai è quasi l'una.
Cominciamo a percorrere la Panamericana, la lunghissima superstrada che attraversa le Americhe dall'Alaska per giungere fino alla Terra del Fuoco.
Qui la Panamericana costeggia l'oceano: a destra abbiamo il deserto con la sabbia e le dune ed a destra c'è subito il Pacifico.
Il nostro autista è molto abile e soprattutto attento: infatti in certi tratti il vento ha spinto la sabbia sul nastro d'asfalto, che in quei punti diventa estremamente sdrucciolevole: è quasi come correre su una chiazza d'olio.
Non è infrequente trovare ai lati della strada delle croci che indicano le vittime di qualche incidente. Raramente sono delle croci singole, più spesso sono gruppi di tre, quattro croci: altrettante vittime della strada in quel punto. Qualche volta le croci sono addirittura a gruppi di decine: sono interi autobus o camion strapieni di gente che si sono rovesciati.
La toilette al posto di ristoro di Chasquitambo.
Qua e là resta accanto alle croci anche la carcassa del mezzo, ormai arrugginita dopo esser stata privata di tutto quello che poteva servire come pezzo di ricambio.
Sono 193 i chilometri che separano Lima da Pativilca, 193 chilometri che percorriamo in tre ore. A Pativilca abbandoniamo la nazionale n. 1 (la Panamericana) per prendere a destra una strada che ci porta verso la Cordigliera.
La strada è costantemente in salita, ma per fortuna il fondo è buono ed in lunghi tratti anche asfaltato.
Percorriamo un paesaggio andino, chiuso tra le due cordilleras, la blanca e la nigra: devono il loro nome al fatto che una ha le cime ricoperte di nevi e ghiacciai eterni, l'altra invece ha un innevamento stagionale.
Lunga la strada incontriamo ogni tanto dei posti di ristoro, delle baracche dove ti offrono qualcosa di caldo da mangiare o qualcosa da bere. Cerchiamo di fermarci una volta sola e la nostra scelta cade su Chasquitambo, che ci sembra essere il più attrezzato.
Dopo esserci rifocillati risaliamo sul nostro coche. Intanto assistiamo ad un tramonto di mille colori che infuoca di rosso le cime delle cordilleras. Sono le otto di sera quando è ormai notte che arriviamo a Huaraz.
Cominciamo a fare il giro degli alberghi cominciando, ovviamente, da quelli più economici, ma sembra che siano tutti pieni.
Le nostre tende su una piazza di Huaraz, vicino alla prefettura.
Huaraz infatti è una località di villeggiatura molto frequentata da turisti non solo peruviani o sud americani, ma che vengono anche dal Nord America e dall'Europa. Inoltre è anche il punto di partenza per chi vuole fare delle escursioni in montagna in questa zona delle Ande, dal trekking alle scalate.
Girando alla ricerca di un tetto ci rendiamo conto che Huaraz offre luoghi di divertimento e ristoranti, negozi di articoli sportivi e boutique con capi di grandi firme ed una folla di gente, prevalentemente giovani. Ma di camere libere in un qualche albergo neppure l'ombra.
Ci troviamo in una piazza accanto alla prefettura con il nostro bus e chiediamo a dei poliziotti se ci danno qualche indicazione. Loro non ci possono far niente, sono affari nostri. Chiediamo allora se possiamo piantare le tende nello spiazzo erboso al centro della piazza, per passare la notte. Loro dicono che nulla lo vieta. Ed allora così facciamo: alla luce dei fari del nostro bus montiamo le tende praticamente davanti alla prefettura ed al momento di infilarci dentro uno dei poliziotti si avvicina per augurarci la buona notte e per assicurarci che le sentinelle daranno un'occhiata affinché nella notte nessuno ci disturbi!
La temperatura durante la notte scende sotto zero, e questo non l'avevamo previsto. Ci svegliamo lentamente alla mattina: il cielo è terso, azzurro, ma la piazza con le nostre tende è ancora in ombra, perché il sole deve ancora sorgere sopra la cima delle montagne che ci circondano.
Ci stiracchiamo e ci muoviamo con una certa lentezza, mentre cominciamo a raccogliere e mettere in ordine le nostre cose.
Quando il sole finalmente spunta oltre le montagne, comincia velocemente a riscaldare noi e le tende. C'è anche chi si prepara un caffè con la moka ed un fornelletto. Io intanto vado a salutare e ringraziare le sentinelle.
Dobbiamo ancora finire di terminare di smontare le tende che il soroche fa la sua prima vittima: è Bernardina con nausea, mal di testa, vomito, giramenti di testa ed affanno nella respirazione. E' il mal di montagna: siamo a 3800 metri che abbiamo raggiunto ieri in quattro ore provenendo dal livello del mare: è mancato un periodo di acclimatazione ed è da mettere in conto anche la stanchezza accumulata.
Con uno degli autisti troviamo per lei un posto all'Hostal des Andes, attrezzato con la bombola d'ossigeno nelle camere.
Intanto raggiungiamo anche l'agenzia che ci deve fornire un minibus per l'escursione a Chavín de Huantar, che siamo costretti a rinviare a domani. La strada per raggiungere questa località infatti percorre un lungo tunnel molto stretto nel quale il nostro bus non riuscirebbe ad entrare ed anche dopo non è praticabile per il nostro mezzo.
Ritorniamo da Bernardina che continua a stare malissimo: con il direttore dell'albergo si decide di portarla in ospedale dove, dopo una visita accurata, la rimettono in sesto con l'ossigeno.
Peruviani in coda in attesa di accedere ai bagni termali di Chancos.
Ci ritroviamo con tutto il gruppo nel Museo archeologico di Huaraz, dedicato prevalentemente alla cultura Chavín-Sechin.
Qui, tra gli altri reperti, si possono ammirare oltre trecento sculture in pietra raffiguranti sembianze umane, animali, divinità. Vanno dai 40 centimetri di altezza al metro e mezzo e sono state trovate in diversi siti del Dipartimento di Hancash.
Troviamo guerrieri, a volte armati di clave, a volte con copricapo, figure femminili a gambe divaricate: alcuni elementi le avvicinano a quelle della provincia di Manabì, in Ecuador, mentre per le posizioni delle mani e delle braccia ricordano le sculture di San Agustin, in Colombia.
Intanto per impegnare la giornata anticipiamo un po' il percorso che avremmo voluto fare domani e ci facciamo portare verso Yungay, ma ci fermiamo prima di Carhuaz. Qui, a 27 chilometri da Huaraz, proprio dal centro del villaggio di Marcarà, c'è una stradina sulla destra che percorriamo prima in autobus per poi proseguire a piedi per circa un chilometro: arriviamo così a Chancos, molto famoso per delle gole dove sgorga acqua termale a 70°.
A ragion veduta non merita fare la deviazione perché non si riescono a vedere le gole, essendo state ingabbiate in strutture di legno che in alcuni casi assomigliano a delle vere e proprie catapecchie nelle quali si può entrare a pagamento in gruppetti di cinque o sei persone per prendere i benefici bagni, dopo aver fatto una coda anche di un'ora.
Si trascorre la notte negli spogliatoi del campo sportivo della missione cattolica di Huaraz.
Uno degli addetti si rende conto che non abbiamo alcuna intenzione di entrare, e quindi di pagare, ed alla fine ci costringe ad allontanarci.
Tuttavia la gita è stata utile: infatti ci ha fatto conoscere a Chancos padre Pedro Soriani che a Huaraz ha una missione. Si meraviglia che noi non lo sapessimo: la sua missione è un punto di riferimento per tutti gli escursionisti e gli scalatori che arrivano fin qui perché per tutti trova una sistemazione da dormire. Anche a noi offre la sua ospitalità per la notte, dal momento che in questo periodo dell'anno è vacanza e quindi le attività della missione sono sospese ed ha spazio disponibile.
Dopo la cena consumata in uno dei tanti locali sulla via principale di Huaraz, preferiamo riportare Bernardina in albergo, anche se appare del tutto ristabilita, affinché domani possa essere in forze per una giornata faticosa.
Raggiungiamo la missione di padre Pedro e qui incontriamo un gruppo di italiani capeggiato da Gino Bernardi che si appresta a fare un trekking per le cordigliere. Convenevoli, saluti, scambi di impressioni e di esperienze e, dopo aver fatto sparire una bottiglia di acquavite locale, padre Pedro ci sistema nei due spogliatoi del campo sportivo della missione, con bagni e docce a disposizione.
La strada verso Chavín attraversa la cordigliera.
All'indomani sveglia all'alba: il minibus dell'agenzia di Huaraz ci viene a prendere già  con Bernardina a bordo. Il nostro autobus con i nostri autisti invece ci attenderà a Catac, al bivio della strada di Chavín.
La strada, molto stretta, attraversa dei paesaggi brulli di una bellezza selvaggia.
Poi c'è la galleria: un lungo tunnel rettilineo, stretto, quasi un budello lungo circa 5 chilometri. Il nostro minibus ci passa appena appena: gli specchietti retrovisori sono stati ripiegati per dentro ma si procede a passo d'uomo, con il secondo autista che si sporge, per quel poco che la parete di roccia gli consente, per controllare con una torcia elettrica quanto spazio rimane a destra ed a sinistra.
Un'esperienza indubbiamente interessante, ma anche un po' angosciosa, da non consigliare a chi soffre di claustrofobia (le gallerie di Cu Chi in Vietnam sono ampie e spaziose in confronto!), eppure necessaria perché resta l'unico percorso possibile per arrivare al sito archeologico di Chavín de Huantar.
Sbucati fuori dal tunnel è come entrare in un altro mondo: il colore del terreno brullo è rosso, probabilmente per il rame contenuto nelle rocce. La strada scende verso la valle tra curve a gomito e ripidi precipizi. Sotto una curva vediamo la carcassa bruciata di un minibus ed accanto una dozzina di croci di legno.
Finalmente arriviamo a Chavín.
  
La strada scende verso valle, tra la Cordillera Blanca e la Cordillera Nigra.
Vista sulle rovine di Chavín de Huantar.
  
Qui tra la Cordillera Blanca e la Cordillera Nigra, a 3200 metri d'altezza, è nata nel nono secolo avanti Cristo la cultura di Chavín che, attorno al 1500, ha avuto la sua massima estensione diffondendosi dalla Sierra alla costa.
Nella zona archeologica di Chavín de Huantar.
Le sue origini sono controverse: coincidono con l'introduzione di nuovi sistemi di agricoltura, di artigianato, di tecniche costruttive e dell'uso del fuso nei tessuti.
Secondo Julio C. Tello gli antichi abitanti di Chavín provenivano dalla selva amazzonica dopo esser passati per gli altopiani, ma altri affermano che invece venivano dalla zona costiera. C'è anche chi ha fatto un'ipotesi affascinante di provenienza messicana, basandosi sul ritrovamento a Tlatilco di un sito archeologico contemporaneo a Chavín con notevoli somiglianze; inoltre anche l'usanza della deformazione cranica è presente nelle due aree, come la presenza di felini anche nello cultura olmeca. Potrebbero essere coincidenze, ma anche il ritrovamento di vasellame identico in Honduas ed in Ecuador a quello di Tlatilco e di Chavín ha portato Evans ed Estrada a prendere seriamente in considerazione la possibilità di contatti tre aree centro americane e nord andine.
Anche la religione appare più complessa, fondata sul culto di una divinità felina che rappresenta il puma, tipico delle religioni andine, ed il giaguaro, tipico delle religioni amazzoniche.
I templi, le statue ed i bassorilievi di Chavín hanno elementi dominanti felini, come le zampe, gli artigli, i denti lanciformi.
"El Lanzón", all'incrocio tra strette gallerie nel cuore del "Templo temprano" di Chavín de Huantar.
Il complesso cerimoniale di Chavín si trova sul lato sinistro del rio Mosna che riversa le sue acque nel corso iniziale del rio Marañón. Naturalmente le costruzioni appartengono a periodi differenti.
Uno degli edifici più importanti è il "Templo temprano", che risale all'ottavo secolo dopo Cristo, che ha la particolarità di avere una pianta a forma di "U". Dentro la costruzione si sviluppa su più livelli un dedalo di cunicoli e di gallerie spesso di difficile accesso.
All'incrocio di alcune di queste gallerie interne, che formano una specie di croce, è collocata una scultura famosissima: "el Lanzón".
Il nome è stato attribuito per la sua somiglianza con un ferro da lancia con la punta verso il basso.
Si tratta di un monolito alto 4,60 metri piantato nel suolo e sostenuto in alto dal tetto dell'angusto ambiente in cui è collocato. Venne scoperto nel 1899.
La sua forma è approssimativamente quella di un prisma triangolare, con i tre lati ricoperti da moltissime figure. Nel complesso mostra un essere antropomorfo, con narici e bocca di felino, capelli che si trasformano in serpenti, la bocca che esibisce due zanne, in alto un gruppo di teste feline poste in successione, al collo un motivo a greca che rappresenta una collana, una tunica ricopre il corpo, quattro bocche feline sono situate nella parte inferiore della tunica, ai lati pendono due teste di serpente che rappresentano i due terminali della cintura, o della fascia, che cinge il corpo. Sopra la testa, su ambo il lati di quella specie di rostro con cui "el Lanzón" è fissato al soffitto, si percepiscono quattro teste feline unite con due bocche più un'altra testa con bocca che chiude in alto il gruppo. Federico Kauffmann Doig nel suo "Manual de Arqueología Peruana" si pone la domanda se questo gruppo di cinque teste possa avere una relazione con il mito di Pariacaca che «nació bajo la forma de cinco huevos». La parte superiore del Lanzón corrisponde sorprendentemente con l'analogo settore della "estela Raimondi", anch'essa decorata con figure di teste feline che abbiamo potuto ammirare al Museo Nacional de Arqueología Antropología e Historia del Perù di Lima e che venne trovata proprio qui da un contadino, tale Timoteo Espinoza, nel 1873.
Tra le tante meraviglie del sito, mi ha particolarmente attirato l'attenzione un particolare, a prima vista insignificante, ma sul quale sono state fatte affascinanti congetture. Lungo i muri del "Templo temprano", ma anche di altri edifici del complesso, sono collocate delle sculture cefalomorfe, chiamate dagli archeologi "cabezas-clavas".
Non tutte sono collocate sui muri, molte sono abbandonate al suolo.
Queste sculture, come tanti altri reperti litici, sono andate disperse: usate soprattutto come materiale da costruzione da parte dei contadini della zona, ma anche per costruzioni sia in epoca coloniale che repubblicana. Altri oggetti magari erano trattenuti a casa dei contadini, come di altri abitanti, come curiosità, e questo ben prima che cominciasse ad affermarsi un collezionismo per questi reperti.
Ad esempio è ricordato che alcune "cabezas-clavas" erano visibili sui pilastri del vecchio ponte di Chavín, prima della sua distruzione.
Nella piazza del paese, fino agli inizi del XX secolo, esisteva un accumulo di pietre provenienti dalle rovine , per la maggior parte "cabezas-clavas".
  
"Cabezas-clavas" abbandonate in una galleria del "Templo temprano" dopo l'alluvione del 1945.
"Cabezas-clavas" ed altri reperti litici della cultura di Chavín raggruppati nella piazza del paese di Chavín e fotografati da Tello (nel 1919 circa). Da qui Tello li riunì in una cappella che esisteva sopra il "Templo Tardío" per farla diventare il nucleo del primo Museo del Sito. Disgraziatamente tutto venne spazzato via dall'alluvione del 1945.
  
"Cabeza-clava" ricollocata al suo posto originario.
  
Julio C. Tello, durante le sue prime esplorazioni del sito nel 1919, raccolse le varie espressioni di arte litica, tra cui moltissime "cabezas-clavas", riunendole in una cappella che esisteva sopra le rovine dando forma così ad un primitivo museo del sito.
Tello, con i suoi collaboratori, fotografarono, disegnarono ed inventariarono minuziosamente tutto questo.
Disgraziatamente durante una alluvione nel 1945 l'acqua si trascinò via tutto quanto era contenuto nel "Museo del Sitio" disperdendolo con la massa alluvionale verso il fiume. Tra i tesori scomparsi si perse anche la famosa "Stele dei Condor" che venne ritrovata molti anni dopo irrimediabilmente erosa.
Come abbiamo detto fortunatamente Tello aveva fotografato e catalogato tutto ed è stato così possibile realizzare delle repliche delle pietre perdute, comprese molte "cabezas-clavas", che, assieme alla "estela de los cóndores", sono esposte a Lima nelle sale del Museo Nacional de Arqueología Antropología e Historia del Perù.
Pobabilmente la maggior parte dei pezzi riuniti fino al 1945 sono andati persi per sempre. Non così quelli di dimensioni maggiori, come la "estela Raimondi" e l'obelisco Tello che si salvarono dall'alluvione perché erano stati portati a Lima, ed "el Lanzón" che venne protetto per la sua ubicazione all'interno delle gallerie del "Templo temprano".
"Cabeza-clava" ricollocata al suo posto.
Una decina d'anni dopo l'alluvione, negli anni 1955-56, la Direzione di Archeologia ed il Museo Nacional de Arqueología e Antropología, sotto la direzione di Jorge C. Muelle, cominciarono a riprendere sul sito di pulizia, riordino e nuove ispezioni.
Oggi solo una parte delle "cabezas-clavas" è ricollocata al posto originario, molte sono ancora abbandonate a terra, in attesa di una loro collocazione definitiva.
Ma al di là di questo, resta ancora un mistero: che funzione avevano, a che cosa servivano?
E' abbastanza chiaro che la loro funzione trascendeva l'aspetto decorativo o ornamentale. Conosciute popolarmente anche come "guardianes", le "cabezas-clavas" si differenziano dalle altre decorazioni in stile di Chavín per la loro caratteristica di "scultura". Tra quelle esistenti e quelle fotografate da Tello, possiamo dire che rappresentano dei volti umani, resi animaleschi da qualche particolare zoomorfo: una volta sono le narici, una volta la bocca, un'altra volta le rughe a forma di serpentelli. L'espressione è severa, corrugata, quasi per infondere terrore. Alte da 30 a 70 centimetri, queste teste hanno un prolungamento dietro per essere assicurate alle pareti nelle quali era previsto uno spazio per incastrarle.
In questo disegno tratto da Guaman Poma de Ayala le "cabezas-clavas" sembrerebbero avere una funzione di forca.
Al di là di un carattere votivo, le "cabezas-clavas" dovevano avere una funzione "terrorizzante".
Ma non solo.
In base a dei disegni del XVI-XVII secolo di Felipe Guaman Poma de Ayala potevano avere una funzione di "forche": in un disegno si vede un uomo impiccato ad una specie di scultura cefalomorfa sporgente da una parete. In un altro si vede un uomo legato ad una testa che ricorda quelle delle mura di Chavín. Sarebbe da studiare i vari supplizi in uso in Europa per stabilire se i disegni di Guamam Poma hanno o meno una ispirazione aborigena.
Un'altra ipotesi potrebbe essere quella di rappresentazioni di teste di decapitati, magari per sacrifici. Si tratterebbe di teste-trofeo. Il paragone che viene da fare è con quelle popolazioni amazzoniche che dopo aver ucciso il nemico espongono le teste decapitate su pali all'esterno del villaggio: da un lato per mostrare la propria capacità bellicosa e la propria ferocia, dall'altro per far sì che lo "spirito" del decapitato vigili sul villaggio stesso tenendo lontani i demoni ed i nemici. E questo fatto potrebbe essere la dimostrazione ancestrale di quell'altra ipotesi sulle origini della cultura di Chavín che sarebbe venuta da popolazioni della selva amazzonica transitate per l'altopiano.
Da ultimo bisogna osservare che quella delle "cabezas-clavas" infisse sui muri non è una peculiarità di Chavín: la loro distribuzione comprende le Ande centrali, le troviamo nelle culture di Tiahuanaco e Tiahuanaco-Huari, ma non solo, anche in Guatemala, El Salvador, Messico, con diverse datazioni.
Il monte Huascaran (m. 6.768).
Per tornare ad Huaraz non ripercorriamo la strada di prima, ma quella a sud che ci porta a Catac dove troviamo il nostro autobus con i nostri autisti, Victor Martinez e Felix Laura.
Oggi c'è da correre per recuperare sul nostro calendario di viaggio. Attraversiamo di corsa senza fermarci Huaraz, superiamo anche il bivio per Chancos. Tra i panorami straordinari che godiamo, sempre viaggiando tra le due Cordigliere, la blanca e la nigra, in prossimità di Yungay abbiamo una splendida visione del monte Huascaran sulla destra che con i suoi 6.768 metri è la cima più alta del Perù.
Yungay è una cittadina che è restata sepolta da una spaventosa valanga, della quale vediamo ancora delle tracce: si salvarono solo tre palme nella piazza principale e la statua bianca di un Cristo che era collocata nel vecchio cimitero.
Noi però non possiamo fermarci e proseguiamo la nostra corsa dentro il "calleyon": lo chiude la cittadina di Caraz (a 2.285 metri d'alezza) dominata dallo Huandoy (6.356 metri), una montagna caratterizzata da quattro cime.
Sappiamo che tra le curiosità di Caraz c'è il "manjiar blanco", un dolce molto zuccherino, ma lo lasciamo a chi ne ha voglia perché non possiamo permetterci soste, se non le minime necessarie, fisiologiche.
Attraversiamo una cordigliera e comincia la nostra discesa verso l'oceano in prossimità del quale ci immettiamo nuovamente sulla Panamericana.
E' quasi mezzanotte quando giungiamo a Trujillo, ma questa volta, grazie ai nostri autisti, troviamo delle camere che Victor e Felix avevano prenotato telefonicamente in un albergo che loro conoscevano.
Trujillo fu la prima città del Perù a proclamare la propria indipendenza nel 1820. Era stata fondata nel 1534 da Diego de Almagro che le diede questo nome in onore della città spagnola dove era nato Francisco Pizarro.
Il complesso di Chanchán, presso Trujillo, con le sue fragilissime mura in "adobe".
  
Di prima mattina raggiungiamo a meno di 5 chilometri le rovine della cittadella di Chanchán che si affacciano sull'oceano, nelle vicinanze della spiaggia di Huanchaco. Chanchán è l'antica capitale del regno Chimú che fiorì nella valle del Moche per circa 650 anni.
Quelle Chimú e Mochica sono due culture diverse, separate tra loro da secoli e dall'occupazione da parte della cultura Tiahuanaco-Huari. La confusione che si fa a volte tra Chimú e Mochica deriva prima di tutto dalla lingua che era parlata dai Chimú, un idioma che è conosciuto come lingua "Mochica", e con questo termine vengono popolarmente chiamati anche i discendenti attuali di quelli che formarono i regni Chimú. Gli archeologi definiscono poi Mochica la cultura precedente a quella Chimú, che si era sviluppata precedentemente alla Tiahuanaco-Huari.
All'arrivo degli spagnoli, i Chimú della valle del Moche raccontarono le loro origini mitologiche ad un cronista anonimo che le trascrisse in una cronaca databile tra il 1604 ed il 1610.
Secondo questo manoscritto Tacaynamo arrivò alla valle del rio Moche dove fondò una dinastia di governanti. Partendo dal Moche essi cominciarono a sottomettere le popolazioni delle valli vicine, da Tumbes fino a Pativilca, arrivando a fare incursioni verso Lima, da dove però furono respinti e sconfitti a Maranga.
Oggi le rovine di Chanchán sono ancora soggette a ricerche archeologiche, ed in gran parte sono precluse alla visita. Tuttavia, considerando che occupano un'area di circa 20 chilometri quadrati e che solo una piccola parte è protetta da recinzioni, praticamente  si può girare dappertutto.
A dire il vero molte di queste mura ci sembrano pesantemente restaurate, se non addirittura ricostruite. Per tutto il resto sono mozziconi di mura erosi sui quali si può addirittura camminare e salire contribuendo alla loro distruzione.
Nonostante si sia entrati pagando regolarmente il biglietto, molti visitatori entrano liberamente dalla parte della spiaggia calpestando senza alcuna precauzione le fragili mura erette 7-8 secoli fa.
La fragilità di queste mura è dovuta alla particolare tecnica costruttiva, chiamata "adobe".
Si tratta di un impasto di fango argilloso, sabbia e paglia secca ricavata da sterpaglie e steli di piante di mais. Questo impasto non veniva cotto, ma semplicemente essiccato al sole.
Una decorazione su un muro di Chanchán presenta il motivo iconografico della nutria marina.
Con questo materiale venivano costruiti mattoni, muraglie, abitazioni, depositi e magazzini, palazzi e templi che fanno di questo sito la città archeologica di mattoni crudi più grande del mondo.
Molte superfici venivano poi decorate con figure e motivi geometrici a rilievo di fango (o meglio di "adobe").
La vastità della città assieme all'incertezza sul significato del nome Chanchán lascia aperte molte ipotesi sulla sua natura.
Si suppone innanzitutto che il luogo fosse abitato precedentemente ai Chimú ed è stata considerata una "città di cittadelle", residenza dell'ultimo governatore dei Chimú, sottomesso dagli Incas nel XV secolo.
Queste "cittadelle" sono chiuse da alte mura in adobe che superavano i sette metri di altezza, lunghe anche settecento metri, attraverso le quali si poteva entrare per un'unica apertura (caratteristica questa anche della cultura Tiahuanaco-Huari).
All'interno delle mura, oltre che palazzi ed abitazioni, c'erano giardini irrigati, piazze, strade, cimiteri con piramidi, e file di costruzioni modulari a celle che per somiglianza sono state chiamate "prisiones".
Molto si è detto sul significato di queste "ciudadelas" che compongono Chanchán.
Una delle ipotesi più accreditate considera che le diverse cittadelle altro non fossero che i diversi centri di potere dei vari governatori della dinastia di Tacaynamo che si sono succeduti fino all'incorporazione nell'impero incaico.
Una volta che moriva uno di questi, il suo palazzo veniva chiuso, sigillato, con tutti i suoi servitori all'interno che così potevano continuare a servire il loro padrone nell'aldilà.
In pratica il "palacio" veniva trasformato in un immenso catafalco.
Il governatore successivo faceva costruire un nuovo palazzo in un'altra area, dove riuniva i suoi familiari, la servitù, le concubine, i sacerdoti, tutta la sua corte.
La popolazione occupava i settori adiacenti a queste cittadelle, vivendo in case precarie, i cui resti tuttavia sono stati individuati dagli archeologi. E così fino a quando anche questo governatore non moriva, facendo trasformare tutta la cittadella nel gigantesco sepolcro proprio e di tutta la servitù.
Camminiamo per queste rovine in una ventosa e soleggiata giornata fino all'ora dell'appuntamento con il bus ed i nostri autisti.
  
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Pagina aggiornata il 28 febbraio 2017. Io ho fatto molti importanti viaggi con Avventure nel Mondo