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Le donne dai lunghi colli

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  Oggi, assieme al turismo sessuale, esiste un turismo etnico che non fa minore violenza alla dignità dell'uomo: è il turismo che coltiva il mito del "buon selvaggio" da vedere come si fa con un animale allo zoo e da raccontare con orgoglio e vanteria agli amici al ritorno a casa.
Forse anche io mi sono involontariamente comportato così, anche se ho sempre cercato il contatto ed il dialogo con i popoli dei quali ero ospite.
I Padaung li abbiamo cercati ed è stato difficile raggiungerli ed ancora oggi non saprei dire se quel villaggio si trovava in Thailandia oppure se avevamo sconfinato in Myanmar (Birmania).
Di sicuro oggi non è più così difficile vedere le "donne giraffa": sono ormai ghettizzate in riserve (zoo ?) facilmente raggiungibili da parte del turista che vuole aggiungere un tocco esotico alla sua vacanza a Phuket piuttosto che a Ko Samui, magari con estensione sessuale a Patphong Road.
Se questa è stata la loro sorte, un po' di colpa è anche nostra che, pur avendole incontrate con uno spirito diverso, con i nostri racconti e le nostre fotografie forse ne abbiamo accelerato la fine. 

Viaggio effettuato nell'agosto 1991

 
 
 
Si caricano i bagagli: si parte!  
Il nostro viaggio aveva come scopo la visita della Birmania, quel tanto, o quel poco secondo i punti di vista, che ci era stato concesso visitare nel tempo di validità del visto d'ingresso che avevamo ottenuto: quindici giorni.
Solo un paio d'anni prima l'ambasciata non rilasciava i visti per una durata superiore alla settimana.
Il nostro biglietto aereo tuttavia aveva una durata superiore, che ci consentiva di avere alcuni giorni in più da spendere in Thailandia: non molti in verità, a causa di uno sfavorevole gioco di coincidenze aeree.
Alcuni compagni di viaggio, una volta giunti a Bangkok, avevano optato per alcuni giorni di relax in una qualche spiaggia thailandese prima del rientro in Italia, qualche altro per un veloce giro tra le antiche città di Ayutthaya e di Sukhotal, la prima capitale del Siam.
 
Incontro con gli elefanti lungo la strada verso Mae Sariang  
Il mio piccolo gruppetto invece avrebbe preferito un giro nell'area di Chiang Mai. Pensare ad un trekking era impensabile: troppo poco tempo.
Salutati gli amici diretti alla spiaggia e quelli diretti a Sukhotal, che avrei incontrato al nostro ritorno l'ultima notte a Bangkok, prima del rientro in Italia e raggiunta Chiang Mai, stavo studiando con la mia guida le possibili alternative che avevamo e gli itinerari migliori per sfruttare al meglio quella manciata di giorni.
E' stato Lelio a buttare là l'idea: «Ma è tanto difficile arrivare dalle donne giraffa?»
Ed io a buttare acqua sul fuoco: «No, toglitele dalla testa, non abbiamo tempo per arrivarci e neppure sappiamo dove esattamente possiamo trovarle. Forse se non fossimo stati in Birmania ed avessimo deciso di cercare i Padaung, allora forse avremmo potuto avere qualche speranza di imbatterci. Ma così, in pochi giorni è impossibile da fare.»
 
 Lungo la strada che porta a Mae Hong Son   
Tuttavia, per scrupolo, chiesi alla nostra guida Nongnaht notizie sui Padaung, se li conosceva, se li aveva incontrati.
Certamente c'era stato, ma a quanto risultava a lui si erano ritirati abbastanza nella foresta verso le montagne. Infatti c'erano frequenti raid dell'esercito di Myanmar nella zona di confine, ed anche sconfinamenti, proprio per dare la caccia ai Padaung.
Una situazione complicata dal fatto che era presente anche l'esercito thailandese, che controllava i movimenti dei trafficanti di droga, in quel triangolo, terra di nessuno, tra Myanmar, Thailandia e Laos: veramente non terra di nessuno, perché un padrone c'era, Khun Sa, il potente signore dell'oppio con un suo esercito privato meglio armato di quelli regolari.
No, secondo Nongnaht era meglio che ci togliessimo dalla testa i Padaung. Avremmo perso tempo a girare per niente.
 
Il mio gruppo alla partenza da Mae Hong Son  
Ma Lelio aveva contagiato gli altri e, probabilmente, anche un po' me. Guardiamo delle mappe con la guida e facciamo delle ipotesi: in definitiva, anche se non troviamo i Padaung, si farebbe pur sempre un bel giro in una natura selvaggia e lussureggiante. Nongnaht ci dà appuntamento nel tardo pomeriggio. Cercherà delle informazioni aggiornate sulla situazione per noi.
Prima di cena lo incontro: non so chi abbia incontrato e cosa abbia saputo. Con me è abbastanza pessimista, non è in grado di garantirci niente. Inoltre l'area è dichiarata off limits per gli stranieri; anche eludendo i check point è difficile arrivarci, ed una volta arrivati avremmo potuto non incontrare chi cercavamo.
Era da giocare una scommessa, e noi abbiamo deciso di scommettere.
Il giorno dopo è il momento della partenza: con i bagagli ridotti al minimo (il resto lo lasciamo nella guest house), alla mattina presto saliamo su una potente Toyota sotto un pallido ed incerto sole.
 
La strada allagata attorno a Mae Hong Son   
Percorriamo per un breve tratto la strada verso sud, che porta a Bangkok, fino al bivio di Lamphun. Da qui giriamo verso Chom Thong costeggiando la valle del Mae Nam Pai  per raggiungiamo il Parco Nazionale di Doi Inthanon per ammirare la cascata Mae Klang. Contro il pulviscolo dell'acqua nebulizzata della cascata poco riescono fare le nostre mantelle antipioggia: alla fine siamo tutti fradici.
Poco prima di Hot un'altra deviazione ci fa raggiungere Mae Sariang che è quasi notte. Troviamo da dormire nei dintorni del paese, in una specie di accampamento con cottages alquanto spartani sistemati su delle palafitte, ma vista la stanchezza e l'ora non guardiamo troppo per il sottile.
Alla mattina ci rifocilliamo abbondantemente per recuperare il quasi digiuno del giorno prima. Nongnaht e l'autista intanto sono andati a cercare informazioni sullo stato delle strade che incontreremo.
La giornata non promette nulla di buono: comincia a cadere una pioggerellina sottile che si fa sentire a tratti. Sarà una giornata di trasferimento.
Attraversiamo aree abitate da etnie di grande interesse: i Meo, arrivati dalla Cina verso la fine dell'Ottocento ma originari, probabilmente, delle regioni settentrionali della Mongolia.
 
La pista ridotta ad un torrente: ci fermiamo per montare le catene alle quattro ruote motrici per poter proseguire  
Ma non c'è il tempo per fermarci a visitare qualche villaggio, come abbiamo rinunciato a poter visitare quelli dei Lisu, dei Lahu e dei Lahu Na, spesso troppo abituati alle frettolose visite dei turisti in cerca di emozioni etniche e folcloristiche.
La strada ci spinge a superare i 1600 metri: un susseguirsi di piccoli centri dei quali non ricordiamo neppure il nome. Qualche posto di blocco dove dei militari annoiati ci fanno cenno di passare senza controllare. Siamo vicini alla frontiera con Myanmar. Raggiungiamo, questa volta ad un'ora decente, Mae Hong Son.
Da qui, domani, faremo il tentativo di raggiungere un villaggio Padaung.
A Mae Hong Son in pratica finisce la strada: quella che prosegue è in realtà poco più di una pista che si addentra nella giungla che la pioggia di questi giorni, assieme all'umidità della vegetazione, ha reso un acquitrino.
 
Proseguiamo distinguendo con difficoltà dove finisce la pista  
In breve ci porta dentro la giungla: la pista comincia a salire, intravediamo a valle un largo fiume dalle acque limacciose, nuvole basse coprono le cime degli alberi come in un'eterna nebbia, il fango schizza dappertutto (ce lo ritroveremo nei cappelli), un check point ci appare abbandonato e nessuno ci ferma.
Ancora qualche chilometro ed incrociamo un altro fuori strada: le due macchine si arrestano e Nongnaht, la nostra guida, si mette a parlare con l'altro conducente.
Nonostante l'incomprensione della lingua, intuiamo che Nongnaht chiede informazioni sulla strada, sulla situazione, ed interroga l'altro driver che, invece di annuire come speravamo, sempre sorridente fa ampi cenni di diniego.
Nongnaht si avvicina a noi e ci spiega:
 
L'ultimo tratto a piedi prima di raggiungere il villaggio Padaung  
«Non possiamo andare oltre, c'è l'esercito al confine sulle colline; i Padaung sono scappati dai loro villaggi e si sono nascosti nella foresta. Ma domani non ci saranno più i soldati e noi ritenteremo».
La storia ci appare subito poco convincente, ma non abbiamo alcun elemento per contestarla.
Mentre rientriamo a Mae Hong Son per la stessa pista disastrata, il morale del gruppo è a terra; nessuno crede che domani, ritiratosi l'esercito, riappaiano i Padaung nei loro villaggi.
Ma, credibile o incredibile fosse quella storia, cercavo di convincermi che ora non era il nostro momento ed il momento poteva essere, forse, domani.
All'alba ripartiamo: ripercorriamo ancora quei chilometri che avevamo già fatto ieri, poi la pista peggiora.
Dopo un po' la nostra Toyota, che aveva superato difficoltà notevoli, è costretta a fermarsi. Infatti non esiste più distinzione tra strada e fiume ma solo un unico torrente impetuoso d'acqua e fango che scende dalla montagna.
Ci fermiamo su una specie di isolotto in mezzo all'acqua: l'autista e Nongnaht montano le catene a tutte e quattro le ruote motrici della macchina. Quindi si riparte.
 
Il villaggio Padaung, immerso nella giungla, si apre alla nostra vista   
Ormai è tutto un salire nel fango dei monti, tra una vegetazione lussureggiante, ed un ridiscendere nei torrenti delle valli, sotto la pioggia battente.
Ci fermiamo davanti a quattro capanne: è un check point ed oltre si può procedere solo a piedi.
Ci accoglie una signora birmana che controlla la lista dei passeggeri ed i nostri passaporti: sarà lei, Ohn, la nostra guida per le prossime ore.
Il confine è talmente labile ed indefinito che non abbiamo capito, allora come oggi, se in quel momento ci trovavamo in Myanmar o in Thailandia, oppure in una indefinita terra di nessuno.
Accompagnati da Ohn, sotto la pioggia proseguiamo per quasi un'ora a piedi, lungo un sentiero in leggera salita, sovrastato da altissimi alberi: attraversiamo un paio di ponti, che in realtà non sono altro che alcuni tronchi gettati tra le rive dei torrenti.
 
Donne Padaung nella loro abitazione intente a filare e tessere  
Improvvisamente si presenta a noi un ampio spiazzo in pendenza, dove gli alberi sono stati abbattuti.
Ai margini ci sono delle capanne costruite su palafitte: all'esterno delle capanne, ma al riparo del tetto spiovente, vediamo loro, le donne Padaung, le donne dai lunghi colli.
E' un'immagine talmente irreale che anche i più accaniti fotografi del nostro gruppo una volta tanto osservano con i loro occhi anziché attraverso gli obbiettivi.
E' una scena quasi da fantascienza.
Ci sembra di essere piccoli piccoli in un pianeta al di fuori della nostra galassia: le incredibili donne Padaung, le donne giraffa, prese dalle loro quotidiane occupazioni, girano lentamente, quasi al rallentatore, le loro teste verso di noi. E ci sorridono.
 
Una scenetta familiare in una casa Padaung  
E' un momento di intensissima emozione per noi tutti, è come vivere in un sogno, è come essere entrati in una fiaba.
Mentre in assoluta libertà giriamo per il villaggio e veniamo accolti nelle capanne (una decina in tutto per poco più di una cinquantina di persone), Ohn ci racconta.
Ci racconta dei Padaung, ventimila individui che fanno parte del gruppo più numeroso dei Karen, che sono invece circa un quarto di milione.
Originari della regione cinese dello Yunnan, ad ondate successive hanno occupato queste colline, fino ad insediarvici definitivamente attorno all'anno mille.
Le regole, nella società Padaung, sono nettamente differenziate tra uomo e donna: gli uomini hanno le loro leggi, le donne le loro. Si tratta probabilmente di un retaggio antico, quando la società Padaung era matriarcale.
E' la madre a decidere se mettere o no alla propria figlia gli anelli attorno al collo.
L'abitudine ha origini antichissime, avvolte nella leggenda e nel mito: una ragazza, mentre lavorava sui campi, venne assalita da una fiera, ma si salvò la vita, in quanto l'animale aveva azzannato solo una robusta collana che portava al collo.
 
Una adolescente, con "soli" quattordici anelli attorno al collo  
Così si diffuse l'uso di inanellare i colli delle donne con anelli d'oro o di rame. In giovane età, generalmente attorno ai cinque anni, viene posizionata la prima spirale di anelli, da quattro fino ad otto, quanti ne può sopportare il collo della bambina.
Il collo si "stira" in lunghezza, ed ogni due anni vengono aggiunti altri anelli.
Resta famoso un servizio di "National Geographic" dove è riprodotta la radiografia del collo di una donna Padaung: le vertebre cervicali sono separate le une dalle altre; con i muscoli del collo completamente atrofizzati la donna, senza anelli, non potrebbe più sostenere il peso della propria testa.
In certe comunità, anziché aggiungere nuovi anelli alla spirale esistente, viene tolta alla bambina la vecchia spirale e sostituita con una nuova, più lunga, formata da più spire.
 
Una donna Padaung con 19 anelli; c'era chi ne aveva 23!   
Durante questa operazione è la madre a sorreggere la testa della figlia che, altrimenti, resterebbe completamente disarticolata.
Ohn ci racconta di un'altra usanza non più diffusa, ma ancora oggi, seppur raramente, praticata in villaggi di tribù più interne: alla donna adultera vengono tolti gli anelli e la poveretta è costretta a strisciare in terra, non potendo sopportare il peso della testa; generalmente muore dopo pochi giorni con enormi sofferenze per soffocamento.
Due o tre volte al giorno le donne Padaung provvedono ad un'accurata pulizia del proprio collo.
Il clima caldo e umido, il sudore e le condizioni igieniche precarie favoriscono la formazione di ossido tra gli anelli e l'annidarsi di infezioni su quella parte del corpo, con conseguente rischio di ulcerazioni che non potrebbero curare.
Già, la loro pelle!
Quella che riusciamo ad intravedere sotto quegli anelli è qualcosa di orribile, anche sulle donne più giovani: una specie di duro cuoio, raggrinzito ed incartapecorito, di un colore marrone giallastro, quasi l'enorme crosta di un'unica cicatrice.
 
Si cerca un difficile dialogo con le donne Padaung
 
Le spiegazioni di Ohn si accumulano nella nostra memoria, ma quello che mi pace di più ricordare è il tentativo di un dialogo muto, più gestuale che verbale, fra noi ed una di queste donne:
«Questi sono due miei figli; ho altre due figlie; un figlio sta per arrivare.»
E ci mostra la pancia.
Pronunciamo, accompagnandoci con ampi gesti, i nostri nomi, per cercare di conoscere i nomi della donna e dei figli, ma non riusciamo a farci capire.
Sempre a gesti domandiamo se alle figlie verranno messi gli anelli; la risposta è una smorfia di dolore e di orrore:
«No, nessun anello alle mie figlie!»
Ed al di sotto degli anelli ci fa intravedere quello che resta della sua pelle.
 
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Pagina aggiornata il 16 maggio 2017.