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Marib, la regina delle città
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  Se si escludono gli studiosi, gli archeologi e qualche viaggiatore individuale, siamo tra i primi gruppi a raggiungere Marib, probabilmente tra i primi cento turisti occidentali. Si raggiunge per una pista non facile quando la strada asfaltata, dono degli Emirati Arabi Uniti, deve ancora essere costruita e quando lo Yemen è ancora diviso tra la Repubblica Araba dello Yemen, a nord, e la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, a sud.

Viaggio effettuato nell'aprile 1982

 
  Nella sabbia del deserto
è sepolta una piramide con il vertice in basso;
essa racchiude la verità della razza umana.
La verità è sepolta nelle sabbie del deserto,
affinché colui che per ventura la scoprirà
venga considerato dagli uomini un pazzo
con il cervello bruciato
dalla solitudine e dal sole.
(Hasan ibn Ahmad al-Hamdani)
Sana , Yemen, 945
   
Lasciata Sana'a, iniziamo la lunga pista nel deserto verso Marib.
Dopo aver girato per due settimane per lo Yemen ci erano restati alcuni giorni. Molti di noi li usano per riposarsi a Sana'a, finalmente in albergo, oppure dedicandosi agli ultimi acquisti al suq.
Con pochi altri invece ci balena l'idea di raggiungere la tanto mitica Marib, nel deserto di Rub' al Khali, il deserto di sabbia più grande del mondo. Quando eravamo rientrati avevamo fatto presenza all'ambasciata italiana, dove all'arrivo avevamo depositato, per motivi di sicurezza, la lista dei nostri nomi. All'ambasciata ci sconsigliano vivamente di spingerci per la pista: non tutte le tribù della zona riconoscono ancora il governo centrale. Comunque, dopo varie insistenze e soprattutto dopo l'intervento decisivo dell'ambasciatore italiano Francesco Pulcini che conosciamo personalmente, ci consegnano un documento con il quale potremo richiedere il permesso alle autorità yemenite locali di poter attraversare quel tratto di deserto.
Terreno lavico e dune di sabbia lungo la pista.
Ma avevamo fatto i conti senza l'oste, cioè i nostri autisti. Non sembrano felici di accompagnarci fino a Marib, ed anzi Abdul appare irremovibile.
Addirittura ipotizza che potremmo non farcela a ritornare in tempo il giorno in cui avremo l'aereo che ci riporterà in Italia.
Convinciamo piuttosto il suo capo, Mohammed. Sarà lui ad accompagnarci: staremo un po' stretti in una sola macchina, ma si può fare. Ed è sempre lui ad incaricarsi di ottenere i permessi per sé e per l'auto, grazie al nostro documento ottenuto dall'ambasciata.
Come abbia fatto (se lo ha fatto) non lo sappiamo: abbiamo concluso la trattativa con lui alle cinque del pomeriggio e la partenza è prevista per l'indomani, alle cinque del mattino.
Ci aspettano oltre 160 chilometri, gran parte di pista.
Rocce laviche tra la sabbia del deserto.
Finalmente, con un po' di ritardo, lasciamo Sana'a. Percorsi solo pochi chilometri il nostro autista si ferma, scende e, armato di cacciavite, comincia a smontare le targhe della macchina e poi a strappare due adesivi dell'ufficio per il turismo yemenita: «Se ci dovessero fermare non dovete dire che veniamo da Sana'a, ma dall'Arabia Saudita.»
Abbiamo ormai lasciato i confini del territorio di Sana'a per avventurarci in un altopiano fantastico per raggiungere l'antica capitale dell'Arabia Felix, la città del regno della regina di Saba: Marib.
Non è un altopiano: è un susseguirsi di altopiani, disposti a terrazze digradanti, per scendere le quali la pista percorre stretti e suggestivi canyon. Si supera un passo, si scende entrando in una gola e ci si ritrova su una piatta pianura che si estende a perdita d'occhio. Si prosegue per chilometri prima di incontrare un altro canyon, sotto il quale sbuchiamo nel successivo altopiano, posto ad un'altitudine inferiore.
Nel Rub' al Khali, il deserto di sabbia più grande del mondo.
E così per tante altre volte.
Ad ogni gola cambia il colore del suolo, delle rocce, la vegetazione si fa più rada, le pietre diventano nerissime, di origine lavica, mentre qua e là appaiono alcune dune chiare che contrastano con il nero della lava.
Il vento solleva mulinelli di sabbia, alti anche trenta-cinquanta metri.
Poi un altro scalino da scendere: sulla pianura sottostante non più rocce nere, ma solo sabbia e qualche pietra chiara: è l'inizio del deserto del Rub' al Khali.
Ad un certo momento, appena girata una curva cieca, ci troviamo davanti tre uomini armati di kalašnikov. Mohammed, esperto anche per quanto ci era capitato alcuni giorni prima, con sangue freddo arresta il fuoristrada ed intanto, immediatamente, un vecchio camion si immette sulla pista alle nostre spalle impedendoci qualsiasi manovra.
All'orizzonte, finalmente, ci appare Marib.
 
Marib.
Cerchiamo di non agitarci. Non deve essere un problema nostro, mi dico, eventualmente è un problema loro. Mohammed prudenzialmente prende le chiavi dal cruscotto e se le mette in tasca, scende e comincia a parlare concitatamente con uno dei tre uomini, mentre altri scendono dal camion.
Tutti parlano e gesticolano e noi, ovviamente, non capiamo niente. Poi il nostro autista si avvicina e ci spiega che quella pista che stiamo percorrendo attraversa il territorio che appartiene al loro sceicco e che quindi dobbiamo pagare un pedaggio perché passando consumiamo la strada (che non esiste). Quindi torna a parlare e gesticolare con loro.
Sentiamo uno strombazzare di clacson.
E' un altro camion che deve passare; quello che si era messo di traverso dietro di noi accende rumorosamente il motore e con sforzo indietreggia lasciando libero un varco attraverso il quale il nuovo arrivato riesce a transitare. Ovviamente senza pagare alcun pedaggio e del tutto indifferente a quello che sta accadendo.
Mohammed ha raggiunto l'accordo: pagheremo il pedaggio allo sceicco però loro ci scorteranno fino al territorio di Marib, per evitare che dopo aver pagato, fatti pochi chilometri, un altro gruppetto insceni la stessa sceneggiata e pretenda un nuovo pedaggio.
Alla fine ce la caveremo con un dollaro a testa (e Mohammed ci dice che aveva fretta di ripartire, ma avrebbe potuto strappare un prezzo ancora inferiore).
Proseguiamo dunque il nostro viaggio scortati dai tre scagnozzi montati su un pik-up che ci seguono ad una certa distanza per non mangiarsi tutta la nostra polvere.
La casa-torre di Yahya.
Ogni tanto la pista si interrompe, non esiste più: succede in corrispondenza degli attraversamenti dei wadi, letti di torrenti asciutti per gran parte dell'anno, ma pieni d'acqua, fino ad allargarsi anche a tre o quattrocento metri durante la stagione delle piogge.
Da lontano ci appare un miraggio: in mezzo al deserto su di una collinetta alta al massimo una ventina di metri ci pare di vedere una città dalle alte case costruite d'argilla.
No, non è un miraggio, è Marib.
Conosciamo un simpatico vecchietto, Yahya, 72 anni, che parla italiano e ci ospiterà durante la notte nella sua casa-torre. Ha imparato l'italiano quando ha combattuto in Africa. «Ero con Mussolini.» ci dice tutto orgoglioso e percepisce anche una pensione italiana che va a ritirare una o due volte all'anno a Sana'a.
Ci viene alla memoria "Harem", il libro di Vittoria Alliata.
«Chi? La principessa di Sicilia?»
«Sì, proprio lei. Lo sa che ha parlato di te in un libro?»
«La principessa... sì, ricordo, è stata da me dieci mesi fa».
Ma i ricordi sono un po' confusi: prima Yahya crede che la Alliata sia stata da lui dieci mesi prima, poi parla di dieci anni (in realtà la Alliata fu a Marib nel 1976).
Case di Marib.
 
Pietre sabee utilizzate nelle case di Marib.
 
Il gruppo sul tetto/terrazza della casa-torre di Yahya (girato all'estrema sinistra). 
 
Loquacissimo, ma non in dialetto romagnolo, né romagnola è la moglie, come invece scrive la Alliata, ci domanda notizie di vari generali con cui ha combattuto in Etiopia (se fossero vivi, dovrebbero avere tutti superato il secolo d'età!): ci racconta vari aneddoti di guerra, di un generale italiano che conquistava un villaggio o una città etiope per poi venderla agli inglesi; è anche dispiaciuto nell'apprendere che in Italia non ci sono più le sigarette Giubek, né le Tre Stelle, ma è tranquillizzato nel sentire che invece ci sono ancora le Nazionali.
«Io sono stanco di vivere in questa città: tutto costa caro ed è di cattiva qualità. La carne è marcia e costa il doppio che nella capitale. io resterò qui ancora due o tre mesi, poi vendo tutto e vado da uno dei miei otto figli che vive a Sana'a».
Poi aggiunge: «Domani non mi vedrete, perché aspetto un operaio che deve rifare la fognatura. Così durerà almeno altri vent'anni.»
Siate certi, se sarà vivo, fra vent'anni Yahya sarà ancora a Marib a lamentarsi della carne marcia, della verdura vecchia, dei prezzi alti, ma sarà ancora lì, in mezzo al deserto, in attesa, come il tenente Drogo nella fortezza del deserto dei Tartari.
La città di Marib è abitata da una ventina di persone che sono restate dopo i bombardamenti di Nasser subiti ai tempi della rivoluzione. Sono vecchi, donne e bambini. Gli uomini fanno i soldati nelle guarnigioni militari a poca distanza dalla città.
C'è anche una prigione. Infatti camminando per le strade incontriamo due detenuti con la classica casacca di tela grigia. Ma la cosa che più ci colpisce è che alle caviglie hanno fissata una pesante catena cui è unita una palla di ferro: cose che credevamo esistessero solo nei fumetti o nella fantasia popolare. La catena è abbastanza lunga da consentire loro di tenere la palla tra le mani e poter, seppure con difficoltà, camminare: una sorta di "libertà controllata"! 
Il grande tempio della regina di Saba.
 
Pietre con iscrizioni sabee affiorano dalle sabbie del deserto.
 
La parte destra della grande diga sabea.
 
Il contrafforte sinistro della grande diga di Marib.
 
Sopra la grande diga.
Le case sono alte: tipiche costruzioni in argilla con la base e le fondamenta in pietra. Osservando attentamente si può notare che quasi tutte le pietre recano iscrizioni sabee o decorazioni provenienti dalle vicine rovine dell'antica Marib verso le quali ci rechiamo l'indomani.
Per motivi di sicurezza veniamo scortati da militari armati fino ai denti, in tuta mimetica: ci spiegano che durante la notte c'era stata un'incursione di ribelli fuorilegge e si era anche sparato. Noi, forse troppo stanchi per le fatiche e le emozioni del viaggio, non avevamo sentito nulla.
La pista non c'è più. Sotto un caldo insopportabile la nostra Land Cruise arranca lungo il letto prosciugato del wadi in mezzo al deserto che Mohammed ha scelto come fosse una pista.
In circa mezz'ora raggiungiamo il tempio Bar'an, cinque colonne alte una decina di metri si stagliano nette in mezzo al deserto.
Il momento è di grande suggestione. Siamo soli in mezzo al deserto di fronte a quelle rovine: ci sembra quasi di essere noi gli archeologi, gli scopritori delle rovine di Marib, la regina delle città, il diadema sulla fronte dell'universo, come scriveva Strabone.
Proseguendo di qualche chilometro, ecco i resti del grande tempio della regina di Saba: una muraglia ellittica lunga 300 metri, alta 10 e spessa 4. All'ingresso tre porte con 32 colonne che delimitano un cortile. Più ad est i resti di un'altra piccola costruzione quadrata.
Si ritiene che la maggior parte del complesso sia ancora da scoprire, nascosta nella sabbia che inghiottì la città secoli fa.
Camminando sulla sabbia, tra le rovine, emergono pezzi di pilastri, affiorano lastre ricoperte da iscrizioni nel tipico fitto alfabeto sabeo.
Il deserto ha mangiato la città: ma qui secoli fa non c'era il deserto: gli uomini avevano costruito una ciclopica diga che aveva reso fertile questa terra per una superficie di oltre 300 chilometri quadrati.
Andiamo a vedere quello che resta di questa costruzione, edificata secondo le leggende nell'VIII secolo a.C. da Sabà àbd Shams, il re preislamico che sarebbe vissuto fino all'età di 570 anni.
Ci appare una serie di muraglie parallele che si staccano perpendicolari dal monte Balaq: la più grande è alta 13 metri e lunga 150: tra una muraglia e l'altra si cammina tra pietre in rovina.
Siamo nel contrafforte di sinistra della diga: da qui partiva lo sbarramento vero e proprio che tagliava il corso del fiume Dhana e che pare fosse alto 35 metri per una lunghezza di oltre 350.
Percorriamo questo ideale sbarramento (restano soltanto pietre squadrate sparse qua e là, le poche risparmiate dalla furia delle acque che distrusse il corpo della diga oltre 1400 anni fa), attraversando al guado il fiume Dhana e giungiamo dall'altra parte della vallata, dove ha resistito all'incalzare del tempo il contrafforte di destra, del quale restano minori vestigia, ma anche qui è visibilissima una serie di muraglie parallele che canalizzavano le acque in una sessantina di chiuse, che dosavano l'irrigazione di due vastissimi territori, chiamati giardino di sinistra e giardino di destra.
La diga resistette per oltre un millennio; intorno al 450 d. C. ci furono alcuni guasti, subito riparati ed infine, un secolo più tardi, il crollo definitivo, ricordato pure nel Corano: "...noi mandammo lo straripamento della Diga e trasformammo i loro due giardini in due giardini di frutti aspri e tamarischi...".
Sul contrafforte di sinistra ancora si leggono alcune iscrizioni che ricordano le prime riparazioni effettuate sulla diga.
Questo è quello che resta della seconda capitale del regno sabeo: Marib.
Yahya è forse l'ultimo rappresentante di quella stirpe che era "ricchissima più di tutti gli altri. Per cui hanno moltissime masserizie d'oro e d'argento, quali letti, tavole, tazze graziose, coppe da bere, e oltre, la magnificenza delle case. Poiché le porte, le mura, i palchi sono ornati con vari lavori d'avorio, d'oro, d'argento e di pietre preziose."
Gli ultimi superstiti dei Sabei, quelle venti persone che ancora abitano a Marib, sono ben convinti che le sabbie del deserto ancora nascondono questi tesori; ma noi francamente preferiamo che nelle sabbie del deserto sia sepolta una piramide con il vertice in basso e che essa racchiuda la verità sulla razza umana, come scriveva, oltre mille anni fa, Hasan ibn Ahmad al-Hamdani.



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Pagina aggiornata il 6 febbraio 2017.